MOVIMENTO 5 STELLE: IL PROGRAMMA

venerdì 31 luglio 2009

FESTAMBIENTE


Il festival della Natura e del Buon vivere!
Festambiente si terra' dal 7 al 16 agosto ed è l’unico festival sulle tematiche ambientali presente in Europa da 21 anni!

Si tiene presso il Centro Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile “Il Girasole”, la struttura di educazione ambientale di Legambiente in località Enaoli a Rispescia (Grosseto), nel Parco Naturale della Maremma Toscana. Ecoturismo e educazione ambientale sono le parole chiave del Centro il Girasole dove singoli, famiglie e gruppi sperimentano, con soggiorni e attività formative, uno stile di vita in armonia con la natura.

Su tre ettari di territorio, nel cuore della Maremma Toscana, un festival unico nel suo genere, concerti, spettacoli, cinema, teatro, spazi espositivi dedicati all'eccellenza e all'innovazione in campo ambientale, momenti di approfondimento quali dibattiti e conferenze, incontri con le associazioni del terzo settore e coinvolgimento dei cittadini in progetti migliorativi per la società civile italiana.

Festambiente, festival denuclearizzato:
Il palco dei concerti e quello dei dibattiti di Festambiente sono alimentati da energia pulita: gli impianti luce ed audio, infatti, utilizzano l’elettricità prodotta da un generatore fotovoltaico ed immagazzinata in apposite batterie. Inoltre, grazie all’Eco-Monitor, si informa il pubblico in tempo reale sui dati relativi alla produzione di energia elettrica, ai consumi e alla quantità di CO2 risparmiata, sensibilizzando così gli spettatori sulle buone pratiche di risparmio e di produzione energetica da fonti rinnovabili.”
Il festival promuove le fonti energetiche rinnovabili attraverso un’area appositamente allestita e conferenze a tema ogni giorno
L’acqua calda per uso sanitario proviene da un impianto solare termico e da caldaie ad alta efficienza
Due impianti fotovoltaico fissi, per la potenza complessiva di 6 kWp, contribuiscono a soddisfare il fabbisogno energetico degli uffici.
Le pareti interne della struttura sono pitturate con vernici naturali, i cui colori sono in sintonia con la cromoterapia.
I corpi illuminanti sono di classe energetica A (basso consumo).
Le acque meteoriche captate vengono riciclate attraverso un impianto sperimentale di fitodepurazione.
Tutte le toilettes sono dotate di riduttori di flusso applicati ai rubinetti e alle docce che contribuiscono ad una riduzione fino al 50% del consumo di acqua.
I detersivi e detergenti utilizzati per le pulizie possiedono il marchio comunitario di qualità ecologica.
La carta utilizzata per uso sanitario (carta igienica, fazzoletti, tovaglioli) e la carta da ufficio possiede il marchio comunitario di qualità ecologica.
Il festival è plastic free, utilizza infatti vetro, ceramica e vettovaglie usa e getta (bicchieri, tazzine, piatti, cucchiai, forchette e coltelli) biodegradabili e compostabili.
Ogni sera vengono serviti migliaia di pasti i cui prodotti sono biologici, tipici e tradizionali, promuovendo la filiera corta e la dieta a Km0 proveniente dalla Maremma grossetana.
Nell’area sono disposte oltre 20 isole ecologiche (con particolare attenzione ed aree strategiche come bar e ristoranti). Questo permette al festival di raggiungere il 90% di raccolta differenziata.
Disposizione di oltre 50 vasi “spegni sigaretta” dove gettare i mozziconi spenti.
Il festival sensibilizza al riciclo e riuso anche attraverso l’arte, ospitando delle installazioni lungo i percorsi del festival realizzate con materiale di recupero.
Il festival incentiva la mobilità sostenibile attraverso una navetta gratuita che percorre la costa grossetana prima di giungere al festival.
Alla fine del festival i volontari Legambiente sono impegnati nel “ripristino” dell’area coinvolta dal festival (parcheggi compresi) per restituirla nelle stesse condizioni iniziali.

articolo e immagini tratte da www.festambiente.it

giovedì 30 luglio 2009

Bush censurava i ghiacciai, ecco le foto tenute segrete



Sono mille scatti del supersatellite intorno a sei siti a rischio. L'Osservatorio geologico ha concordato la mossa con lo staff del presidente

NEW YORK - Le foto c'erano, chiare e dettagliate. "Un metro ogni pixel", gongola Thorsten Markus, il ricercatore tedesco volato da Brema alla Nasa per combattere la battaglia dell'ambiente: "Una risoluzione così non s'era mai vista, trenta volte superiore a quelle che avevamo a disposizione: qui si vede tutto". Cioè non si vede più nulla, perché il ghiaccio di Barrow, Alaska, non c'è più, sparito, inghiottito da quel mare Artico che è sempre meno Glaciale per il surriscaldamento. Sì, le foto c'erano: mille immagini scattate dal supersatellite intorno a sei siti a rischio sull'Oceano. Peccato che quegli scatti praticamente storici, prova visibile del global warming, fossero stati nascosti, proibiti, censurati: proprio da quel George Bush che già aveva classificato come segretissimi altri studi sull'effetto serra, compreso quello firmato, anno 2004, dal suo stesso Pentagono.

Prendete Barrow: è il villaggio più a nord del mondo, nell'Alaska fino all'altro ieri governata da Sarah Palin, con un occhio più alle trivelle petrolifere che ai ghiacci. Quattromila anime affacciate sul nulla eterno, una stazione del servizio meteorologico nazionale che si arrampicò già alla fine dell'Ottocento, e soprattutto la base del Noaa, il National Oceanic and Atmosphere Administration. Ecco, adesso nelle foto desecretate il disastro si vede a occhio nudo: questo, luglio 2006, è l'Oceano davanti a Barrow come è apparso da che mondo e mondo, con la linea dei ghiacci all'orizzonte, e questa è la stessa foto scattata nel luglio 2007, nulla di nulla: la striscia bianca non c'è più.

Le foto, straordinarie davvero, sono state fatte spuntare dal cassetto da un'agenzia governativa, l'Osservatorio geologico degli Stati Uniti, a poche ore dall'allarme lanciato sul clima dall'Accademia nazionale delle scienze, in una mossa che si presume concordata con lo staff dell'amministrazione Obama. L'ambiente è uno dei punti forti del programma di Barack, che appena un mese fa ha sbandierato come una grande vittoria l'approvazione alla Camera del pacchetto clima, malgrado le critiche dei verdi più radical delusi dal Cap and Trade, il meccanismo di compravendita dei "diritti" (ovviamente costosi) di inquinamento. Ora per il piano si prevede però una dura battaglia al Senato, dove già il presidente ha il suo bel da fare con la riforma sanitaria.

Ma le foto nascoste e riapparse aprono anche un altro fronte di lotta: quello per la sopravvivenza della ricerca scientifica. Dice Jane Lubchenco del Noaa: "Immagini come queste ormai sono la prova che cerchiamo, ma la flotta dei satelliti spia non è stata rimpiazzata e ora rischiamo il collasso. Lottiamo in un campo di battaglia in cui l'America si presenta cieca". In febbraio, scrive Suzanne Goldeberg, esperta di ambiente dell'inglese Guardian, un satellite della Nasa che trasportava strumenti per produrre la prima mappa dell'emissione di carbone intorno alla Terra è caduto nell'Antartico appena tre minuti dal decollo.

Non è un segnale incoraggiante. Ora nel piano di Obama ci sono 170 milioni per recuperare il gap. Per l'istituto di ricerca che lotta nei posti più impervi, come sulla trincea del nulla di Barrow, ne servono altri 390. Bush e Cheney facevano presto a risolvere il problema: bastava nasconderlo nel cassetto. Ma oggi il clima è cambiato, anche alla Casa Bianca. Peccato che insieme ai ghiacci siano spariti anche i fondi.

blog correlati: http://sottovoce360.blogspot.com

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.i666.photobucket.com

mercoledì 29 luglio 2009

Gb. Il governo incita i dipendenti dei ministeri a usare Twitter




Pubblica online la guida all'utilizzo del popolare sito di microblogging

MILANO – Il Governo d'Oltremanica incita i dipendenti dei suoi ministeri a utilizzare il popolare sito di microblogging. In particolare, li invita a utilizzare Twitter per comunicare questioni importanti o eventi in programma. Ma al fine di illustrare più esaustivamente la propria visione di un corretto utilizzo dello strumento, ha pubblicato un manuale di 20 pagine contenente appunto i propri consigli e suggerimenti d'uso, oltre a una spiegazione di cosa è Twitter e del suo funzionamento.
LA GUIDA – Il documento, battezzato «Template Twitter Strategy for Government Departments», è stato pubblicato online da Neil Williams del Department for Business, Innovation and Skills (BIS) con l'invito a diffonderlo, utilizzarlo e apportare eventuali modifiche. Secondo Williams, i ministeri dovrebbero servirsi di Twitter per comunicare in modo migliore con i cittadini, a patto che i messaggi postati siano «umani e credibili». Lo stesso autore della guida riconosce che il suo documento è decisamente prolisso per essere dedicato allo strumento che fa del dono della sintesi il proprio valore, ma spiega anche di essere rimasto sorpreso da «quante cose ci sono da dire (su Twitter) e di quanto sia importante dire tutto».

TWITTER IN POLITICA – Oltre al BIS, si serve già di Twitter anche il Foreign Office britannico, e tra i rappresentati della politica del Regno Unito che già sono soliti postare comunicazioni e pensieri nel noto formato da 140 caratteri vi sono alcuni parlamentari, oltre alla first lady Sarah Brown, che se ne serve regolarmente per comunicare con i suoi 460 mila – e più – follower (iscritti). Tra i politici di casa nostra, a comunicare con disinvoltura tramite i cinguettii della rete vi sono Franco Frattini, già assiduo utilizzatore di Facebook, Sandro Bondi, Massimo D'Alema, Pierferdinando Casini e Renato Brunetta, che con poco più di 570 follower è al momento il più popolare dei cinque, perlomeno su Twitter.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.milblogging.com

martedì 28 luglio 2009

Vagoni fantasma, l'uomo-chiave accusa




L'ingegnere Arena, indagato a Napoli: fermai i monopoli della manutenzione
"Di rottamazioni io ne curai una sola: 1500 carri, e furono eliminati davvero"

"Scaricato da Ferrovie, dicevo troppi no"

ROMA - "Della manutenzione dei treni so molte cose e so perché i vertici delle Ferrovie mi hanno scaricato". L'ingegnere Raffaele Arena è una delle figure chiave dell'inchiesta sulle false rottamazioni dei carri merci delle Fs. Già responsabile della manutenzione di carri merci e motrici e quindi dei vagoni passeggeri, licenziato dall'azienda in cui era rimasto per 18 anni nel febbraio del 2007, dopo un audit interno che accertò la violazione del codice etico della dirigenza (un suo cugino era titolare di una società di manutenzione), Arena, oggi, è indagato dalla Procura di Napoli per abuso di ufficio. La Finanza, un anno fa, ha perquisito la sua abitazione e gli uffici della srl con sede a Nola che ha fondato - la AMG - di cui è dirigente e con cui è rimasto nel business della manutenzione dei carri merci ("Lavoriamo solo con l'estero. La Svizzera, soprattutto"). Dice Arena: "In questa storia, ho fatto la fine di Don Chisciotte".

A leggere l'audit delle Ferrovie, si direbbe il contrario. A quanto pare, negli anni in cui lei è stato responsabile della manutenzione i carri destinati alla rottamazione tornavano sui binari con matricole abrase e nuovi proprietari. Secondo l'inchiesta della Procura di Napoli, parliamo di almeno 4 mila carri.
"Premesso che io posso giurare solo sul lavoro che ho fatto e dunque non metto la mano sul fuoco per il lavoro di altri, posso dire serenamente che quell'audit fu un pretesto per liberarsi di un uomo, il sottoscritto, che ormai dava fastidio e aveva detto qualche "no" di troppo. Vede, io di rottamazione, durante la mia dirigenza, ne curai una sola. Parliamo di circa 1.500 carri. E so per certo che quei carri vennero rottamati davvero, per altro da ditte diverse da quelle che si occupavano di manutenzione".

E' sicuro che quei 1500 carri furono rottamati?
"Ho conservato documenti che lo dimostrano. L'unica procedura particolare che autorizzai fu quella di concedere alle ditte incaricate della distruzione di segare le "sale montate" (il complesso costituito dall'assile e le ruote del carro ndr.) non al centro, ma in modo asimmetrico, così che parte delle "sale" potessero essere recuperate non per usi rotabili, ma industriali, vista la particolare qualità delle lega di cui sono composte".

Lei dice che l'audit fu un "pretesto". Ma è vero o no che la ditta di manutenzione "Mavis srl." era di suo cugino e che quella ditta partecipò a gare da lei bandite?
"Glielo confermo. La "Mavis" era di mio cugino Carmine D'Elia. Mentre è falso che esistessero legami tra i miei fratelli e altre società di manutenzione. In ogni caso, nelle gare cui ha partecipato "Mavis" io non ho avuto alcun ruolo. Esistevano dei presidenti di commissione aggiudicatrice che decidevano. E per altro, che la "Mavis" fosse di mio cugino non era certo un segreto. I miei vertici gerarchici in Ferrovie ne erano al corrente. Né il primo codice etico della dirigenza prevedeva quali cause di incompatibilità il conflitto di interesse".

Lei ha detto: "Davo fastidio". A chi? Perché?
"Con la mia dirigenza, cominciò l'esternalizzazione sistematica della manutenzione con il ricorso a personale di ditte private chiamato a lavorare negli impianti di Trenitalia. Ruppi il cartello delle grandi aziende che da decenni avevano il monopolio del mercato. Feci risparmiare alle Ferrovie oltre 50 milioni di euro. E, per quanto ne so, le aziende private di manutenzione che lavorarono con me hanno continuato a lavorare anche dopo il mio allontanamento. Evidentemente, ho rotto degli equilibri che non andavano toccati".

Messa così, converrà che è solo allusivo il suo riferimento a un "cartello".
"Detto che sfido chiunque in Ferrovie a dimostrare il contrario di quello che dico o a documentare che mi sono messo in tasca anche soltanto una lira con le rottamazioni, le chiedo: sono forse allusioni le minacce ai miei figli che ho ricevuto telefonicamente? E' un'allusione aver rischiato la pelle perché qualcuno pensò bene di squarciarmi le ruote della macchina?".

Qualcuno chi?
"Qualcuno di un mondo esterno".

Camorra?
"Un mondo esterno".

Che vuol dire "un mondo esterno"?
"Diciamola così. Quando sono arrivato nella manutenzione, mi sembrò di essere arrivato in un Paese dell'Est. Quello che si combinava nella manutenzione dei treni faceva paura".

Adesso non fa più paura?
"Continua a fare paura".

Ingegnere, lei non cita un solo fatto.
"La accontento subito. Lei sa che dai treni merci ero stato promosso alla divisione passeggeri, giusto? E lei sa che a promuovermi fu l'attuale amministratore delegato delle Ferrovie, l'ingegnere Mauro Moretti".

Moretti l'ha licenziata.
"Si, ma quando arrivò mi promosse. Perché alla manutenzione merci, evidentemente, non potevo più stare".

Per la storia dell'audit sulle false rottamazioni.
"Io penso che ci fu qualche altro problema. Tra il giugno e il settembre del 2006, fui oggetto di ripetute pressioni da parte della Direzione generale acquisti delle Ferrovie perché certificassi con una perizia sottocosto i valori di rimessa in pristino di alcuni locomotori che le Ferrovie intendevano vendere a una società privata di Trieste".

Può essere più preciso?
"Le Ferrovie avevano una ventina di locomotori che erano stati acquistati negli anni '80 per essere impiegati sulla linea a corrente alternata in Sardegna. Linea che non si realizzò mai. Quelle motrici erano rimaste inutilizzate e marcivano da anni nei nostri depositi. Ridotte a catorci. Finché non venne trovato un acquirente che le avrebbe pagate 300 mila euro al pezzo. Una bella cifra. Ovviamente, previa perizia che certificasse i costi contenuti della loro rimessa in pristino. Il dirigente della Direzione acquisti mi spiegò che la mia perizia doveva certificare una spesa non superiore ai 65 mila euro a locomotore. Una richiesta impossibile, visto che ce ne volevano almeno 200 mila a esemplare. Il tira e molla tra me e la Direzione Acquisti andò avanti tutta l'estate, finché di fronte al mio "no" mi venne fatto capire che ne avrei avuto dei guai".

Il dirigente cui lei si riferisce si chiama Vincenzo Armanna e non è più in Ferrovie. Rimosso bruscamente dall'incarico è da tempo all'Eni. Ma Armanna è anche tra coloro che condussero l'audit sulla sua gestione della manutenzione. E' legittimo pensare che lei, forse, fatica a essere obiettivo nei suoi ricordi. O no?
"Io non ce l'ho con nessuno. Di questa storia ho conservato tutte le comunicazioni via e-mail. Che, ovviamente, consegnerò ai magistrati napoletani appena riterranno di dovermi interrogare".

Moretti era al corrente di questa storia?
"Sarei portato a escluderlo. Ma ripeto: il problema era che io ormai davo fastidio. Avevo dato fastidio ai merci e avevo cominciato a dare fastidio anche alla divisione passeggeri".

Perché?
"Quando arrivai a fine 2006 alla divisione passeggeri, scoprii che Ferrovie pagava un contratto di 700 mila euro al mese - e sottolineo 700 mila euro al mese - per la manutenzione di primo livello, dunque la più modesta, per una ventina di carrozze ristorante e oltre 200 wagon-lit. Una follia. Dissi che quel contratto andava disdetto. Non feci in tempo. Qualcuno pensò che avrei fatto nella divisione passeggeri quello che avevo fatto con i merci. E mi cacciarono".

Chi la allontanò da Ferrovie dice che il problema furono gli esiti dell'audit e le finte rottamazioni.
"Io non vedo l'ora di essere davanti a un giudice per dimostrare chi dice la verità in questa storia".

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.adnkronos.com

lunedì 27 luglio 2009

Brno incorona Biaggi


Non sono mancati i colpi di scena davanti a 75.000 spettatori sulla pista ceca di Brno, teatro del decimo round del HANNspree FIM Superbike World Championship. In gara 1, fuori gioco Ben Spies (Yamaha) e Michel Fabrizio (Ducati) dopo un contatto tra di loro, il successo è andato a Max Biaggi, che ha regalato all'Aprilia il primo successo nell'anno del rientro in SBK. In gara 2 pronto riscatto di Spies, che ha battuto Biaggi e Fabrizio. Grande difesa di Noriyuki Haga (Ducati), al via in condizioni fisiche non ottimali, che è riuscito a conservare la leadership in campionato per soli sette punti.

Gara 1

Prima vittoria stagionale per Max Biaggi, che ha riportato l'Aprilia sul gradino più alto del podio nella stagione del rientro della Casa di Noale in SBK. L'ultimo successo risaliva ad Imola 2001, quando ad imporsi fu Regis Laconi. Biaggi ha vinto in solitario, precedendo i due piloti del team Honda Ten Kate Carlos Checa e Jonathan Rea. Fuori gioco i due grandi favoriti della gara, Ben Spies (Yamaha) e Michel Fabrizio (Ducati), con il pilota romano che ha centrato il rivale al sesto giro. Grande giornata anche per la BMW, con Troy Corser che si è piazzato quinto, miglior risultato stagionale, dietro al sempre più convincente Shane Byrne. Sesta posizione per il pilota di casa Jakub Smrz (Ducati), autore di una decisa rimonta, settimo Leon Haslam (Honda) e ottavo Noriyuki Haga (Ducati). In condizioni fisiche precarie, il leader del mondiale ha corso in difesa portando a casa punti preziosi. Nella top ten ha concluso anche la Kawasaki, con Makoto Tamada finalmente protagonista. Brutta caduta per Ruben Xaus (BMW) che si e' fratturato il collo del femore della gamba destra.

Max Biaggi: "E' fantastico! Cosa posso dire! Quando ho superato il traguardo ero molto felice di vincere questa gara e ho avuto molti flashback di Brno, davvero è uno dei miei circuiti preferiti. Nulla da togliere a Spies e Fabrizio che erano entrambi veloci ma ricordo Barry Sheene che diceva "Per finire primo, prima devi finire la gara" e questo fa parte del gioco. Ho aperto il gas e non ho fatto nessun errore, grazie mille al mio team, ad Aprilia e in particolare a Gigi Dall'Igna, il "papà" di questa moto!"

Carlos Checa: "Per il nostro team avere due piloti sul podio e' il massimo e penso che oggi abbiamo fatto un ottimo lavoro. Ad un certo punto ho pensato di riuscire a prendere Max ma ho capito che era meglio preservare le gomme soprattutto perché dal lato destro si stavano consumando molto. Mi sono accontentato del secondo posto perché ho visto che Johnny era dietro di me di 4 secondi."

Jonathan Rea: "In Superpole abbiamo dovuto affrontare un po' di problemi e cercare di ottenere un buon risultato e cosi e' andata anche in gara quindi mi ritengo fortunato ad essere riuscito a salire sul podio. Non avevamo lo stesso passo di Max ma il team ha fatto davvero un buon lavoro. Questa pista mi piace molto, non riesco a capire come mai nelle prime prove del weekend sono stato cosi lento."

Risultati 1. Biaggi M. (ITA) Aprilia RSV4 Factory 40'18.306 (160,863 kph); 2. Checa C. (ESP) Honda CBR1000RR 3.631; 3. Rea J. (GBR) Honda CBR1000RR 9.948; 4. Byrne S. (GBR) Ducati 1098R 12.952; 5. Corser T. (AUS) BMW S1000 RR 14.599; 6. Smrz J. (CZE) Ducati 1098R 19.359; 7. Haslam L. (GBR) Honda CBR1000RR 19.680;8. Haga N. (JPN) Ducati 1098R 20.731; 9. Lagrive M. (FRA) Honda CBR1000RR 21.923; 10. Tamada M. (JPN) Kawasaki ZX 10R 27.807; 11. Nieto F. (ESP) Ducati 1098R 35.263; 12. Parkes B. (AUS) Kawasaki ZX 10R 36.535; 13. Kiyonari R. (JPN) Honda CBR1000RR 38.586; 14. Kagayama Y. (JPN) Suzuki GSX-R 1000 K9 40.061; 15. Iannuzzo V. (ITA) Honda CBR1000RR 40.280; 16. Scassa L. (ITA) Kawasaki ZX 10R 40.641

Gara 2

Pronta risposta di Ben Spies (Yamaha), dopo il contatto che lo aveva messo fuori gioco in gara 1. Il pilota texano ha conquistato infatti l'11esima vittoria stagionale, contenendo nel finale il ritorno di uno scatenato Max Biaggi, che ha regalato all'Aprilia un altro grande risultato. Sul terzo gradino del podio è salito Michel Fabrizio (Ducati), che ha perso il contatto dal duo di testa negli ultimi giri. Nonostante la vittoria, a Spies non è riuscito il sorpasso in campionato nei confronti di Noriyuki Haga (Ducati). Il pilota giapponese, pur in condizioni fisiche precarie, ha disputato una grande gara 2 conclusa al sesto posto, resistendo nel finale al ritorno di un terzetto composto da Tom Sykes (Yamaha), Shane Byrne (Ducati) e Jakub Smrz (Ducati). A ridosso del podio ha concluso il duo della Honda Ten Kate, Jonathan Rea e Carlos Checa, a posizioni invertire rispetto a gara 1. Ancora una buona prova per Troy Corser (BMW), che ha concluso decimo. A punti un altro pilota italiano, Lorenzo Lanzi, che era stato costretto al ritiro in gara 1.

Ben Spies: "E' stata una gara difficile, all'inizio Fabrizio era dietro e ho dovuto spingere molto per avere un buon margine di vantaggio. Quando ho visto arrivare Max, l'ho trovato dietro abbastanza in fretta e ho iniziato a frenare all'ultimo istante e a rallentare quasi a metà curva cosi non riusciva a superarmi. La prima gara ovviamente per me e' da dimenticare ma abbiamo recuperato nella seconda. Il tentativo di sorpasso non e' stata la miglior mossa del mondo ma qualche volta le gare vanno anche cosi. Un ringraziamento speciale va alla Clinica Mobile che mi ha permesso di correre senza problemi nonostante questo weekend non mi sentissi in forma."

Max Biaggi: "E' un gran risultato, sono molto soddisfatto, non e' una vittoria ma abbiamo dimostrato di avere i muscoli e di poter lottare accanto a Fabrizio e Spies tutte le volte. Sono rimasto in scia di Fabrizio per parecchio tempo mentre Spies si allontanava sempre di più. Alla fine sono riuscito a sorpassarlo e sono andato a prendere Spies. Volevo superarlo ma avevo paura di farlo cadere come gli e' successo in gara 1. E' un buon risultato e in generale un weekend positivo per Aprilia."

Michel Fabrizio: "E' stata veramente dura battere l'Aprilia e la Yamaha oggi. L'unica problema per noi era in uscita di curva, dove non sono riuscito a stare dietro prima a Ben e poi a Max, ma accontentiamoci di questo terzo posto e guardiamo in avanti."

Risultati 1. Spies B. (USA) Yamaha YZF R1 40'15.420 (161,055 kph); 2. Biaggi M. (ITA) Aprilia RSV4 Factory 0.213; 3. Fabrizio M. (ITA) Ducati 1098R 0.657; 4. Rea J. (GBR) Honda CBR1000RR 8.311; 5. Checa C. (ESP) Honda CBR1000RR 8.915; 6. Haga N. (JPN) Ducati 1098R 21.175; 7. Sykes T. (GBR) Yamaha YZF R1 21.384; 8. Byrne S. (GBR) Ducati 1098R 21.599; 9. Smrz J. (CZE) Ducati 1098R 21.726; 10. Corser T. (AUS) BMW S1000 RR 25.180; 11. Nakano S. (JPN) Aprilia RSV4 Factory 25.612; 12. Haslam L. (GBR) Honda CBR1000RR 25.622; 13. Kiyonari R. (JPN) Honda CBR1000RR 26.246; 14. Lagrive M. (FRA) Honda CBR1000RR 31.098; 15. Lanzi L. (ITA) Ducati 1098R 32.706; 16. Parkes B. (AUS) Kawasaki ZX 10R 33.173

Classifica campionato: 1. Haga 326; 2. Spies 319; 3. Fabrizio 273; 4. Rea 206; 5. Biaggi 200; 6. Haslam 180; 7. Sykes 150; 8. Checa 145; 9. Byrne 134; 10. Smrz 132

Classifica costruttori: 1. Ducati 412; 2. Yamaha 362; 3. Honda 306; 4. Aprilia 207; 5. Suzuki 133; 6. Bmw 87; 7. Kawasaki 53

articolo e immagine tratti da www.worldsbk.com

domenica 26 luglio 2009

New York, il "Naked Cowboy" che vuole diventare sindaco




Al grido di «trasparenza a tutti
i livelli», nuovi orizzonti per il
menestrello metropolitano di
Times Square che si esibisce nudo
TORINO
Negli Stati Uniti è da tempo una leggenda. Undici anni, per precisione, tanti dalla sua prima apparizione nel 1998 quando si esibì nell'affollata spiaggia di Venice Beach, a Los Angeles, ancora sconosciuto ma già a caccia di notorietà. Da quel giorno non ha più abbandonato il suo mestiere di «musicista di strada» e così capita talvolta di incontrarlo, passeggiando per le vie del quartiere francese di New Orleans durante il celebre carnevale di «Mardi Gras», a Cincinnati per il Memorial Day o ad Austin in occasione del South by Southwest Music Conference. Ma il posto che ama maggiormente è senza dubbio Times Square a New York. Quando inizia la bella stagione e si sopportano meglio le basse temperature della Grande Mela, lo si può trovare lì, con la sua inseparabile chitarra e l'originale abbigliamento che lo contraddistingue.

Personaggio eccentrico Robert Burck, 38 anni, meglio conosciuto come «Naked Cowboy». Nudo, fatta eccezione degli slip bianchi, degli immancabili stivali color creme e del cappello a tesa larga sul capo. La chitarra sempre sotto braccio e un sorriso furbo sul volto, intrattiene turisti e curiosi, intonando la sua hit preferita I'm the naked cowboy e accettando divertito le richieste dei suoi numerosi fan impazienti di farsi fotografare vicino al loro idolo. Per le sue performance guadagna fino a 1000 $ al giorno, senza contare tutte le apparizioni in televisione e video musicali, campagne pubblicitarie e documentari, avvenute finora e gli introiti dei vari gadget, dalla biancheria intima ai comics in cui vengono raccontate le sue avventure.

Oggi il celebre menestrello metropolitano darà spettacolo ancora una volta, ufficializzando nel corso di una conferenza stampa la sua candidatura a sindaco di New York, come già accennato nei giorni precendenti sul suo sito ufficiale, tra i commenti increduli e divertiti dei suoi spettatori. Lo sfidante è Micheal Bloomberg, plurimilionario imprenditore, «major» della città per due mandati consecutivi e fortemente intenzionato a mantenere la sua posizione, che ha già speso milioni di dollari per la sua campagna elettorale in cui è prevista una valanga di spot tv. Terzo e suo «unico vero» avversario prima dell'arrivo di Burck, è William Thompson, pressochè sconosciuto in città, il quale finora ha avuto difficoltà nell’ottenere ascolto.

A dispetto del suo bizzarro personaggio, Naked Cowboy presenta un programma più serio di quel che può apparire in un primo momento: il suo obiettivo principale è di «riportare trasparenza a tutti i livelli». «"Nessuno sa come fare di più con così poco", questo è il genere di opinione che intendo condividere con i miei compagni newyorkesi quando mi eleggerete» ha affermato, promettendo nuove idee per le agevolazioni fiscali, il turismo, i matrimoni omosessuali e la sicurezza.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.upload.wikimedia.org

sabato 25 luglio 2009

Fine




di Stefano Montanari

Davanti alla morte di un bambino c’è tanto che passa in second’ordine.
Però, in un certo senso, quel bambino è stato fortunato: ha conosciuto sulla sua carne la crudeltà del destino ma non nella sua anima quella degli uomini contro gli altri uomini. Non ha conosciuto l’ingordigia, l’invidia, la menzogna eretta a sistema, l’ipocrisia. Massimiliano non sa che è morto proprio per ciò che non ha conosciuto.
Non ho più voglia di scrivere. Non ho più voglia di parlare. E allora chiudo.
In fondo, ripensandoci, questi pochi anni di colloqui sono stati belli e anche fruttuosi, fruttuosi come lo sono tutti gli scambi di idee in cui ognuno diventa più ricco dell’idea altrui.
In questi pochi anni ho imparato più di quanto non mi sia stato dato d’imparare in tutto il tempo che questi anni ha preceduto. Ho imparato a conoscere persone davvero grandi, dove grande non ha nulla a che spartire con l’aggettivo appariscente o con l’aggettivo potente, e ho toccato con mano la miseria umana ricavandone tanto dolorosi quanto preziosi insegnamenti. E tra i rappresentati della miseria umana un posto d’onore lo merita qualcuno che, facendo dell’ipocrisia un’arma micidiale, aveva carpito la mia fiducia atteggiandosi a ciò che non è e che non potrà mai essere, perché l’onestà o ce l’hai nel sangue, magari trasmessa dall’esempio dei genitori, o sarà solo un trucco di scena che ti appiccichi addosso per succhiare impunemente la linfa dal tuo prossimo come il parassita che sei. Adesso, sempre protetti dalla loro armatura, questi personaggi hanno decretato un’altra morte. Sono certo che esista di peggio, ma il girone in cui ho passeggiato ultimamente è stato più che sufficiente.
Per volontà di questi che zoologicamente restano pur sempre uomini il microscopio che ci siamo sudati finirà altrove e non ci sarà più il pericolo che noi possiamo interferire con le immondizie, qualsiasi senso si dia alla parola.
A voi che ci avete creduto era stato detto in mille modi che quel coso misterioso doveva servire per riparare un torto, che la dottoressa Gatti sarebbe stata l’unica a poterne decidere uso e sorte, che la ricerca non poteva essere imbavagliata … Tutto detto, tutto scritto e tutto firmato.
Le cose, però, non stavano così. Io non potevo saperlo, altrimenti non mi sarei mai prestato ad essere protagonista di questa ripugnante palliata, non mi sarei mai massacrato per un anno a fare un quarto d’ora di spettacolo nei palasport e a tenere una conferenza di tre o quattro ore ogni giorno e mezzo o giù di lì, sempre pagandomi le spese, sempre dormendo se e quando e dove potevo, sempre portando a casa un sacchettino di monetine che giravo giulivo ed incosciente dove credevo che sarebbero dovute finire. E non mi sarei certo massacrato per servire su di un vassoio d’argento uno strumento a chi non ha mosso un dito per guadagnarselo, a chi non ha avuto nemmeno il coraggio dell'onestà di dirmi che da mesi si stava trattando per spartirsi ciò che lui sapeva che era mio, e a chi non potrà usarlo per i fini dichiarati quando si sollecitava il soldino semplicemente perché non ne ha le possibilità tecniche. Né a voi che avete messo il soldino né a me che il vostro soldino l’ho implorato e l'ho sudato le cose sono andate come vi avevano giurato. Come mi avevano giurato.
E adesso? Adesso non ci resta gran che da fare se non fidare su un'impennata d'orgoglio dell'Università di Urbino che rifiuti una transazione così vergognosa o, se l'impennata non ci fosse e prevalessero altri interessi, non potremo che fidare sull’operato di un giudice che deciderà se c’è chi possa legalmente indire una sottoscrizione pubblica per un fine e poi, messosi in saccoccia quel denaro, fare tutt’altro. Se la cosa sarà giudicata legalmente possibile, significherà che il mondo è davvero dei furbi e che chiunque furbo non sia deve finire in pasto a loro. Avrò saputo che quella è la legge. Un’altra lezione.
Io mi rendo conto ora, ma già me ne stavo accorgendo, che avere in testa l’idea di fare del bene al prossimo è una sciocchezza, una stravaganza. Anzi, è una forma condannabile di superbia. Se benefichi qualcuno significa che te ne senti in qualche modo superiore e allora devi essere punito. E puniti siamo stati.
Però io il vizio non lo perdo del tutto. A sessant’anni non si cambia più. Almeno, non tanto. E allora, senza nulla da perdere, mi batterò fino in fondo perché il microscopio non lasci l’unico posto che moralmente gli compete e, se perderò questa battaglia - cosa possibile ma di cui sento di poter dubitare - comincerò subito a prepararne un’altra. E poi un’altra e un’altra ancora finché non avrò vinto la guerra. Perché non ci sono dubbi: alla fine vincerò io. Sarà una vittoria amara anche per me, perché arriverà tardi. E arriverà tardi anche per chi ora crede di combattere me ma combatte se stesso e i suoi figli.
Nel frattempo chiudo questo blog perché ho bisogno di un periodo sabbatico. Poi, più avanti, chissà, forse mi tornerà la voglia e verrò di nuovo a chiedere di colloquiare con voi. Ora, no.
Più avanti.
Più avanti, se il microscopio dovesse davvero finire altrove, e se, non so come, dovesse arrivare un altro apparecchio e noi potessimo dare continuità alle nostre ricerche, non sarò così ingenuo da lasciarlo per la terza volta in mani altrui, e questo porterà inciso il mio nome. Si sappia. Lo sappia chiunque è disponibile a mettere un Euro nel piattino: quell’Euro è per un apparecchio che serve a tutti ma che io non mollerò. E, se dovesse arrivare un altro apparecchio, si sappia pure che la cuccagna è finita: che io non presterò più consulenze gratuite come sto facendo anche ora, che io non farò più analisi pagando di tasca mia per chi ha “tanto bisogno”, che io non farò più conferenze pagandomi perfino le spese di viaggio e soggiorno perché in qualche paese sperduto si vive in una camera a gas, che anche gli amici pagheranno il dovuto. Che non è poco. L’ho fatto: ho avuto la sventatezza di fare il prodigo e mi sono rovinato e mi sono pure tirato addosso il fango repellente dei mascalzoni di turno, quelli che ora si stanno sfregando le mani convinti di avere vinto. E invece oggi la sconfitta è soprattutto loro, perché di ogni sofferenza in più che si sarebbe potuta evitare loro sono i responsabili. La loro pena è essere ciò che sono.
Per ora, basta. Chiudo qui.
Questo blog resterà aperto solo per le comunicazioni di calendario relative a conferenze o a interviste. Ogni possibilità d’ingresso sarà chiusa e i poveri infelici che sono costretti dal marciume che li avvelena a commettere porcherie vergognandosi perfino del loro nome vadano a versare la loro immondizia dove troveranno ospitalità.
Se un giorno ne avrò voglia, ricomincerò. Oggi, no.

articolo tratto da www.stefanomontanari.net
immagine tratta da www.files.splinder.com

venerdì 24 luglio 2009

Per Palazzo Vecchio si apre un buco nel bilancio



Multe arretrate per 93 milioni, condono in vista, si pagherà un terzo

Un sospiro di sollievo per i tartassati, il rischio baratro per Palazzo Vecchio. E´ il «tesoretto» di multe non riscosse stampato nei libri del bilancio: 93 milioni di euro di crediti accumulati nel corso degli anni, 79 milioni provenienti da verbali dei vigili urbani e altri 14 da quelli dei vigilini. Tutte multe elevate, notificate e non ancora incassate. Multe ormai raddoppiate e in qualche caso triplicate con tanto di interessi di mora e imposte varie che tolgono il sonno a qualche migliaio di automobilisti. Non solo fiorentini.

Proprio il «tesoretto» di multe però potrebbe adesso liquefarsi sotto il sole estivo per effetto del decreto anti-crisi del governo, appena approvato dalla commissione bilancio e finanze della Camera. Se il testo non cambierà nel corso del successivo iter parlamentare, si potrà estinguere le multe arretrate fino al 2004 (anche quelle con ingiunzione) pagando solo l´importo per l´infrazione commessa al codice della strada in più solo un tasso del 4 per cento a titolo di rimborso per l´apertura delle pratiche da parte di Equitalia, la società alla quale il Comune ha affidato la riscossione. Niente importi doppi e tripli. Niente interessi e sanzioni per non aver pagato in tempo.

Molti automobilisti riusciranno finalmente a dormire. Soprattutto quelli che si sono visti recapitare a casa cartelle di multe arretrate per 10mila euro, in qualche caso, per 50mila. Ma finirà nei guai Palazzo Vecchio, le cui finanze sono già al limite. Quanti dei 93 milioni sono ante ´94? E di quanto si ridurrebbe il «tesoretto» se passasse il condono delle multe? Stime non ne esistono: forse alla metà, più probabilmente ad un terzo. «E sarebbe davvero un bel guaio se questi soldi fossero cancellati d´un colpo, lo Stato dovrebbe almeno rimborsarci», dicono negli uffici contabili comunali. «In questi anni è stato fatto un grande lavoro di recupero, è per questo che le cifre sono queste», spiega del resto l´assessore al traffico Massimo Mattei.
Ma le sorprese potrebbero non finire qui. Sempre il parlamento, che su un altro «binario» sta lavorando al decreto sicurezza. E il testo appena licenziato dalla commissione trasporti della Camera dice che non saranno più consentiti autovelox nei Comuni se non in presenza di vigili: in pratica, tutte le circa venticinque macchinette posizionate nel territorio comunale dovrebbero essere smantellate. «Una scelta singolare, a questo nei 100 punti non eravamo arrivati», dice con una battuta l´assessore Mattei.

«Gli autovelox costituiscono un deterrente contro la velocità e non sono un agguato perché sono segnalati - aggiunge il responsabile traffico - certo l´autovelox a 40 all´ora sul ponte all´Indiano è inutile, ma in generale svolgono una funzione importante nel controllo della velocità. Basta vedere l´impennata di incidente, anche mortali, che si è verificata anche quest´anno nel mese di luglio: le strade si svuotano per effetto della fuga dalla città e gli automobilisti finiscono per lasciarsi tentare dall´aumento della velocità».

Piena adesione dell´assessore invece nei confronti del «giro di vite» sull´alcol, previsto dallo stesso testo del decreto sicurezza. Se alla fine verrà approvato così com´è uscito dalla commissione della Camera, chi ha meno di 21 anni o comunque non ha ancora almeno 3 anni di anzianità di patente dovrà dire addio del tutto all´alcol. Anche ad un mezzo bicchiere di birra: non sarà tollerato il benché minimo tasso alcolico nel sangue.

Una regola ferrea che riguarderà anche i conducenti professionisti e per chiunque guidi mezzi pesanti (oltre le 3,5 tonnellate). Troppo? «Non mi sento di criticare una misura del genere, quando i vigili urbani vanno davanti ad una discoteca salta fuori che tra i giovanissimi l´uso di alcol è diffusissimo, una situazione preoccupante», sostiene l´assessore comunale. «E se il governo o il parlamento decidono di varare una stretta non posso che dirmi d´accordo. Con l´alcol non si scherza: proprio l´altro giorno i vigili hanno beccato un uomo che già alle sei del pomeriggio guidava con un tasso alcolico pari a 2 nel sangue, cioè quattro volte superiore al limite previsto dalla legge», conclude Mattei.

articolo tratto da www.firenze.repubblica.it
immagine tratta da www.static.blogo.it

giovedì 23 luglio 2009

Sfida per il WiFi sugli aerei


Tecnologie Una ditta californiana lancia un sistema economico per collegarsi a Internet

Cade l’ultima oasi «sconnessa»
Il New York Times «Le implicazioni del WiFi a bordo sono più culturali che tecnolo­giche»

NEW YORK — Su Gizmo­do. com Mark Wilson è invipe­rito. «La copertura WiFi sugli aerei entusiasma solo il mio capo — tuona il blogger infor­matico — che in questo mo­do mi costringerà a lavorare 24 ore su 24 e da ogni angolo del pianeta. Grazie alle linee aeree non riuscirò mai più a schivare il lavoro».

Se viaggiando quest’estate vedrete il vostro vicino di pol­trona in aereo navigare in In­ternet, non date insomma per scontato che lo faccia per sva­go o passione. La maggior par­te delle persone che in Ameri­ca usano le nuove tecnologi­che per accedere al WiFi ad al­ta quota sui voli di linee aeree quali Delta, American Airlines e United, lo fanno per lavoro, non per ricreazione. Non è dunque strano se, a un anno e mezzo dal suo de­butto ufficiale negli States, i detrattori della connettività in flight superano i fan. «Le implicazioni del WiFi a bordo sono più culturali che tecnolo­giche », mette in guardia il New York Times che celebra le esequie dell’era in cui «un lungo viaggio in aereo era l’ul­tima oasi di pace e silenzio a prova di BlackBerry e di e-mail».

Fino a ieri volare era una delle rare pause socialmente accettate dai datori di lavoro. «Non era colpa tua se non ave­vi ultimato quel dato proget­to in tempo — teorizza anco­ra Wilson su Gizmodo.com —, o se non eri riuscito a ri­chiamare quel cliente, amico o fratello. Eri lassù per aria. Non potevi farci nulla».Ma la possibilità di naviga­re, scaricare la posta elettroni­ca, twittare ed altro al modico prezzo di 12,95 dollari per tut­to il volo, non disturba affatto Lisa Brothman. «È una tecno­logia salva matrimonio — spiega la donna d'affari in un post a Newsweek.com — che mi consente di sbrigare tutto il lavoro in viaggio e, quando arrivo a casa, di dedicarmi so­lo a mio marito».

Secondo gli addetti ai lavo­ri è una strada ormai senza ri­torno. Tanto che una nuova ditta californiana, Row44, sta per lanciare la sua rivale tec­nologia satellitare per fornire wireless a minor costo a ben mille aerei Southwest e Alaska Airlines entro la fine del 2010, dando filo da torce­re alla Aircell, oggi leader del settore, che per connettersi fa pagare 12,95 dollari per tutto il volo.

L'incognita, adesso, è vede­re se in futuro la tecnologia sa­rà usata per consentire di tele­fonare in volo. Sia il sistema Aircell che quello Row44 so­no tecnicamente in grado di fornire conversazioni VoIP via Web anche se entrambi bloccano il servizio. Mentre in Europa telefonare a bordo è già una realtà, in Usa la lob­by anticellulari è fortissima. «È una controversia politica incandescente — spiega John Guidon, AD di Row44 —. Mentre strillare al telefonino in pubblico è la norma in Eu­ropa, qui da noi è tabù».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.lnx.web-burning.it

mercoledì 22 luglio 2009

Ecco l'eolico senza pale



Presentato a FIRENZE, sperimentazione quasi terminata

Un cono di pochi metri invece dei piloni

Una alternativa ai contestati aerogeneratori: test in Italia. «Sarà anche più efficiente»
È un prototipo, ancora per pochissimo però, perché la fase sperimentale è quasi conclusa. Secondo gli esperti, «Tornado», primo esempio di «eolico senza pale», entro pochi mesi potrà essere installato, funzionare perfettamente anche in zone dove il vento è debole (anche 2 metri al secondo) e diventare un'alternativa ai contestati aerogeneratori, le grandi pale cattura energia dal vento che stanno provocando reazioni contrapposte tra ambientalisti, paesaggisti e imprenditori. Un comune toscano, Volterra, ha addirittura proibito la loro installazione per non deturpare il paesaggio del borgo.


TRE METRI DI ALTEZZA - «Tornado Like», progettato da un gruppo di ingegneri russi e ingegnerizzato dalla «Western co», società di San Benedetto del Tronto specializzata nelle tecnologie rinnovabili, è stato presentato a Firenze durante «Lavori verdi», summit sull'energia alternativa voluto dal leader dei Verdi toscani Fabio Roggiolani e al quale hanno partecipato esperti da tutta Europa. La macchina, che ricorda un cono, ha il vantaggio di non avere le pale e dunque di poter essere mimetizzata molto meglio nell’ambiente. Un aerogeneratore raggiunge in media i venti, trenta metri, «Tornado» non supera i due tre metri e in futuro sarà ancor più miniaturizzato. «Funziona ovunque anche dove non c'è troppo vento – spiega Roggiolani – perché è in grado di accelerare l’aria e di creare un effetto tornado ottimo per muovere le turbine e produrre energia». La resa energetica è superiore a quella di un normale aerogeneratore e il costo inferiore al 30%. Come funziona? «L'aria penetra dalla base del cono – risponde Giovanni Cimini, presidente della Western co – e dentro la macchina il flusso viene trasformato in un vortice fino a quando, potentissimo, raggiunge la sommità del dispositivo dove si trovano le turbine per generare l'energia elettrica».

PRIME MACCHINE DAL 2010 - I test saranno effettuati da un consorzio di aziende hi-tech toscane e marchigiane in collaborazione con l'Università delle Marche e il Cnr di Firenze. Un primo impianto sarà installato nel Parco dei Monti Sibillini. Poi si passerà alla produzione. «Contiamo di costruire le prime macchine dopo il primo semestre 2010», annuncia Cimini. Ma le meraviglie tecnologiche verdi non finiscono qui. Sempre al summit di Firenze sono stati presentati sistemi per catturare energia dall'ambiente senza inquinare. Come la piattaforma meccanica e chimica, messa a punto dall’ingegner Alessio Cianchi (Officine Berti), capace di sfruttare la cavitazione e la luminescenza dell'acquae trasformarla in energia. E ancora le «nuove molecole fotovoltaiche» presentate dal Laboratorio europeo di spettrofotometria non lineare dell’Università di Firenze in grado, in un futuro molto prossimo, di centuplicare la potenza di un pannello fotovoltaico. Quasi fantascientifica la ricerca del dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa. I professori Paolo Fulignati e Alessandro Sbrana hanno presentato alcuni impianti «a ciclo binario» capaci di trasformare il calore del sottosuolo in energia elettrica senza estrarre alcun fluido dalla falda.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.ilquotidiano.it

martedì 21 luglio 2009

Sicurezza stradale, gomme a rischio


Senza revisione il 75% dei caravan

l 75% dei caravan in circolazione in Toscana sono senza revisione; i carrelli che non sono stati sottoposti ai controlli sono il 13,3%. E' il risultato di un'indagine promossa da polizia stradale e Assogomma: 3.000 i controlli svolti sulla grande viabilità da fine aprile.

In una nota, i promotori dell'indagine spiegano che "le auto fermate non revisionate secondo i termini di legge sono solo l'1,4% del totale". La nota parla di "fotografia molto poco rassicurante sullo stato di questi veicoli e dei loro pneumatici".

Riguardo i pneumatici, "in Toscana - aggiunge la nota - in questi ultimi tre mesi circolava con gomme non in regola il 12,2% dei carrelli, il 3,2% di auto ed il 3,4% dei van. I pneumatici non conformi assumono proporzioni ancora più rilevanti se si considerano i danni visibili come bozze, ernie, tagli ed abrasioni: sono stati trovati in queste condizioni il 12,2% dei carrelli, il 7,9% dei van, il 4,9% degli autocaravan e il 3,4% sulle auto".

"Prima di lunghi viaggi" dice Fabio Bertolotti, direttore di Assogomma - è fondamentale per la sicurezza stradale controllare la data di revisione del veicolo, e per quanto riguarda i pneumatici di auto, traini, van, moto, camper e quant'altro mezzo il consiglio è quello di effettuare presso un rivenditore specialista un controllo gratuito".

articolo tratto da www.firenze.repubblica.it
immagine tratta da www.bachecaannunci.it

lunedì 20 luglio 2009


STUDI RECENTI CONFERMANO CHE ESISTE UN CODICE MORALE UNIVERSALE CON BASI NEUROLOGICHE
Predestinati alla bontà, dai nostri geni
«Generosità e altruismo sono sentimenti innati nella specie umana»

L'uomo per sua natura è sempre sta to animato da un senso di genero sità e di altruismo. Se gettiamo uno sguardo alle nostre origini, scopriamo che nel processo evolutivo degli es seri viventi la selezione della specie umana ha rappresentato un elemento di rottura. Quando le condizioni non erano idonee alla vita, so prattutto alla vita dei più deboli, delle donne e dei bambini, l’uomo le ha trasformate: il fuo co, i ricoveri, le semine per fare scorta di cibo sono state altrettante sfide che l’uomo primiti vo ha lanciato alla pura e semplice selezione naturale. Ad animarlo in queste lotte era un senso anche di altruismo verso il prossimo più debole e inerme, la capacità di distinguere ciò che era giusto e ciò che non lo era.

Secondo l’antropologo Donald E. Brown, dell’Università della California, alcune dispo­sizioni d’animo, cioè quella che noi chiamia mo bontà, come l’empatia, la generosità, il ri­conoscimento dei diritti altrui, la proscrizio ne di violenze come l’omicidio e lo stupro, hanno sempre albergato nel cuore dell’uo mo, anche quello delle caverne. Che era fon damentalmente un animo buono e pacifico. Infatti l’uomo ha scoperto da subito la dimen sione sociale, che è cosa diversa dall’organiz zazione comunitaria delle api o delle formi che, ed è cosa diversa dalle gerarchie che gui dano i branchi di animali.

La creazione della famiglia, la crescita della prole, la difesa dei deboli sono state fin dall’inizio forme di colla borazione tra gli individui che poi si sono ag gregati in clan, quindi in tribù, fino a diventa re popoli. E anche quella che per me è la for ma eccelsa di bontà, cioè la ricerca e il mante nimento della pace, è sempre stata connatura le alla specie umana. Sì, la specie umana tende per natura alla pa ce. Il filosofo Jean-Jacques Rousseau ci ricorda che la guerra è un concetto che non concerne direttamente il rapporto degli uomini tra di lo ro. Tra semplici uomini non c’è guerra, ma so lo contrasto. Da alcuni decenni, soprattutto dopo la sco perta del Dna, la scienza della moderna geneti ca molecolare e l’antropologia delle più avan zate teorie evoluzionistiche cercano di dare una risposta ad alcune domande fondamenta li: dove nasce il nostro senso della bontà? per ché siamo buoni? e come sappiamo discerne re ciò che è bene da ciò che è male? Sono do mande a cui anche l’etica, la filosofia, la religio ne hanno cercato di dare risposte, spesso par ziali, spesso fideistiche.

Gregory Berns, professore di psichiatria alla Emory University di Atlanta, utilizzando tecni che di imaging cerebrale ha scoperto che quando le persone mettono in atto comporta menti altruistici nel loro cervello aumenta il flusso di sangue proprio nelle aree che vengo no attivate dalla vista di cose piacevoli, siano queste una bella donna, un dolce, il denaro o altre gradevolezze. Come dire che un gesto ge neroso, il semplice fare la carità, è già suffi ciente a farci sentire felici. Carlo Matessi, dirigente di ricerca dell’Istitu to di genetica molecolare del Cnr di Pavia, dà una spiegazione biologica, che si basa sull’evo luzione della specie: l’altruismo dell’uomo at tuale sarebbe ancora quello che ha sviluppato l’Homo sapiens sapiens o qualcuno dei suoi discendenti dell’epoca del Paleolitico. Un altru ismo innato e un’esigenza altrettanto primor diale di giustizia. Ha una tesi non dissimile Steven Pinker, professore di psicologia dell’Università di Harvard e autore di libri di grande divulgazio ne (come L’istinto del linguaggio e Come fun ziona la mente, editi da Mondadori): «Il sen so morale non deriva dalla religione che ci viene inculcata; i principi morali che ciascu no sente di rispettare sono pre-programmati nel nostro cervello fin dalla nascita e hanno basi neurobiologiche».

Altri studiosi, come il biologo Marc Hauser, pure lui professore ad Harvard, e Richard Dawkins, biologo ma anche etologo dell’Uni versità di Oxford, per citare solo quelli più no ti al grande pubblico grazie ai loro libri di affa scinante divulgazione, sostengono la stessa idea a cui anch’io, seppur non sperimental mente ma intuitivamente, ho sempre creduto e cioè che alcuni principi morali sono univer sali, scavalcano le barriere geografiche e cultu rali e religiose. Nel loro metodo di ricerca sperimentale gli studiosi usano sondaggi statistici su vasta sca la (anche con questionari via Internet), in cui vengono proposti dilemmi morali (per esem pio: «È giusto sacrificare la vita di una perso na per salvarne molte»?).

Le risposte sono pressoché univoche, indipendentemente dal la fede religiosa o meno degli intervistati, dal loro grado di cultura e dallo stato economico, dall’età e dal sesso. A dimostrazione, come so stiene Hauser, che alla guida dei nostri giudi zi morali c’è una grammatica morale univer sale, una facoltà della mente che si è evoluta per milioni di anni fino a includere un insie me di principi che tutti ritengono giusto ri spettare. Esiste insomma un sesto senso, quello della morale, un organo complesso con precise basi neurologiche che può essere attivato e disattivato al pari di un interrutto re.

Quando è acceso, il nostro modo di pensa re viene guidato da una specifica predisposi­zione mentale, che ci porta a considerare al cune azioni come immorali («uccidere è sba gliato »), anziché solo discutibili. Gli impulsi della moralità si manifestano fin dall’infanzia. Secondo gli psicologi Elliot Turiel e Judith Smetana, i bambini dell’asilo conoscono già la differenza tra convenzioni so ciali e principi morali. Sanno che non è lecito indossare il pigiama a scuola (una convenzio ne) e anche che non è lecito picchiare un com pagno senza ragione (un principio morale). Ma quando si chiede loro se queste azioni sa rebbero lecite se il maestro le permettesse, la maggior parte dei bambini risponde che in dossare il pigiama sarebbe lecito, ma non prendere a pugni un compagno. Ed esiste una grammatica morale anche ne gli animali.

Secondo lo psicologo-filosofo Jo nathan Haidt dell’Università della Virginia (Sta ti Uniti), l’istinto a rifiutare la violenza è pre sente anche nelle scimmie reso (il cui genoma è identico per il 98 per cento al nostro), le qua li, piuttosto che tirare una catena che dà loro il cibo ma provoca una scossa alla scimmia vici na, rinunciano al cibo. È vero che il gene della bontà non è stato ancora scoperto, ma il senso del bene e dell’al truismo è iscritto nei nostri geni.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.noivalledeilaghi.it

domenica 19 luglio 2009

« Un contribuente su 3 non è congruo»



oltre un terzo dei piccoli imprenditori avrebbe guadagnato meno del previsto
Cgia: gli studi di settore sono sballati

Gli artigiani di Mestre: i correttivi anticrisi non bastano, molti saranno costretti a pagare più tasse del dovuto


MESTRE (VENEZIA) - I correttivi anticrisi già introdotti per gli studi di settore, vale a dire per quegli studi atti a determinare i ricavi e i compensi che con ragionevole probabilità possono essere attribuiti ai contribuenti, non bastano, e quindi tanti artigiani e piccoli imprenditori potrebbero essere costretti a pagare tasse oltre misura. Le difficoltà dalla congiuntura sono state infatti ancora più forti e per l'anno di imposta 2008 un contribuente su tre rischia di non essere congruo e non adeguato proprio con gli studi di settore, vale a dire che ha guadagnato di quanto previsto dall'Amministrazione finanziaria e quindi potrebbe essere costretto a pagare più tasse del dovuto all'Erario.

LE STIME - Lo stima la Cgia di Mestre, rilevando che, pertanto, su circa 3.700.000 partite Iva che sono interessate dagli studi di settore, circa 1 milione e 200 mila attività non risultano essere in linea con le pretese del fisco. Dalla Cgia ricordano che per l'anno di imposta 2007 i non congrui e non adeguati erano circa uno su 4, precisamente il 26,3% contro il 33,5% che si ipotizza si registrerà nel 2008. «È il frutto della congiuntura in atto», afferma il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi, che invita «tutti coloro che sono vittime della crisi a non adeguarsi a quegli studi che hanno pretese non giustificabili». «Le stime che abbiamo elaborato per l'anno di imposta 2008 ci dicono che molti operatori economici hanno subito delle ripercussioni economiche durissime e nonostante le modifiche, gli accorgimenti e i correttivi anti crisi introdotti negli ultimi mesi dall'Amministrazione finanziaria, questo strumento non è ancora in grado di fotografare con obbiettività la situazione economica che grava sul Paese. Con la conseguenza che a molti autonomi si chiede di pagare di più rispetto all'anno scorso su incassi presunti che non corrispondono alla realtà», spiega Bortolussi. «Sia chiaro - aggiunge - il ministro Tremonti non ha nessuna responsabilità. Ha ereditato una situazione molto compromessa e sta tentando con determinazione di recuperare e alcune delucidazioni avvenute nei mesi scorsi lo confermano. Per il 2009, ad esempio, l'Agenzia delle Entrate ha ribadito con forza come gli studi di settore siano solo uno dei parametri su cui si baserà il lavoro di accertamento fiscale». Se prima, infatti, la non congruità poteva potenzialmente far scattare un accertamento con adesione da parte del fisco - precisa la Cgia - oggi il non adeguamento non lo avvia più con certezza. Inoltre, nel caso il contenzioso finisca presso la Commissione tributaria sarà l'Agenzia delle Entrate, e non più il contribuente, a dover dimostrare l'esistenza di maggiori ricavi non dichiarati. «Per questo - conclude Bortolussi - stiamo invitando tutti coloro che sono vittime della crisi a non adeguarsi a quegli studi di settore che hanno pretese non giustificabili dopo il peggioramento del quadro economico avvenuto nell'ultimo anno».

REDDITOMETRO - Le difficoltà degli studi di settore a certificare i reali guadagni di artigiani e piccole imprese stanno spingendo da tempo alcune forze politiche a trovare nuovi strumenti per accertare i reali introiti soprattutto dei piccoli imprenditori. A questo proposito proprio un redditometro profondamente rinnovato e applicato alla massa potrebbe invece diventare strumento prezioso nella lotta all'evasione. Lo sostiene il documento finale dell'indagine condotta dalla commissione Bicamerale di vigilanza sull'anagrafe tributaria, presieduta da Maurizio Leo (Pdl). Questo «possibile rilancio del redditometro - scrive la commissione - va di pari passo con il progressivo affievolirsi, nel corso degli ultimi anni, delle aspettative anti-evasione che l'amministrazione finanziaria aveva in un primo tempo riposto sugli studi di settore. L'esperienza ormai più che decennale relativa a tale strumento ne ha palesato i limiti e le difficoltà, che ne fanno oggi un dispositivo da solo non sufficiente a intercettare quella particolare forma di evasione di massa che, per ragioni legate alle peculiarità proprie delle singole imposte, si concentra in misura particolare sul comparto del reddito d'impresa e del reddito da lavoro autonomo». A differenza degli studi di settore, il redditometro è uno strumento «maggiormente in grado di svolgere una funzione accertativa dei redditi, in maniera anche più equa, come verrebbe percepito anche da parte del contribuente. Si ritiene quindi che potrebbe anche progettarsi un graduale e progressivo superamento degli studi di settore, in nome di un nuovo e più moderno redditometro, radicalmente diverso da quello attuale».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.sose.it

sabato 18 luglio 2009

Se il cibo, di italiano, ha solo il nome


ALL’ESTERO FALSI TRE PRODOTTI ALIMENTARI SU QUATTRO. ANCHE LA FRANCIA TRA I PAESI PIÙ COLPITI IN AMERICA IL SAN DANIELE DIVENTA «DANIELE PROSCIUTTO» E IL PARMIGIANO «PARMESAN», SIMILE AL «REGGIANITO» ARGENTINO

Formaggi, salumi, olio: contraffatti ma con «Italian sounding» Un giro d’affari mondiale che supera i 56 miliardi di euro

Esistono pirati e pirati. Ci sono quelli che assaltano le navi e quelli che scaricano dal web abusivamente musica e film. E poi ci sono quelli che si dedicano al cibo. Il fenomeno si chiama agropirateria e consiste nella contraffazione di un prodotto alimentare tramite lo sfruttamento della reputazione, della notorietà e dei marchi. E l’affare rende: sul solo mercato americano l’italian sounding (prodotti che imitano o fanno riferimento a nomi italiani) vale 17,7 miliardi di dollari. Di questi solo 1,5 miliardi vanno a prodotti realmente italiani. E così si scopre (fonte Fedagri su dati Nomisma) che il 97% della pasta venduta in Nord america è un’imitazione di quella italiana, lo stesso succede per il 94% dei prodotti sott’olio e per il 76% delle conserve di pomodoro.

L’Accademia italiana della cucina ha dedicato un libro ( dal titolo «Il falso in tavola») al fenomeno che in tutto il mondo muove un giro d’affari pari a 56,2 miliardi di euro. I Paesi più attivi nel produrre imitazioni sono Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, lì si annidano i più insidiosi pirati alimentari che si camuffano dietro le sigle più strane e fantasiose: si va dal Parma ham (Usa) all’Asiago del Wisconsin (Usa), dal Tinboonzola (Australia) al Parmesao (Brasile) o al Reggianito (Argentina). Come è evidente, ad essere colpiti maggiormente sono formaggi, salumi e olio d’oliva, un settore che ha un fatturato al consumo di 8,8 miliardi di euro, un export di 1,8 miliardi e impiega più di 300 mila persone. «Il danno per il comparto formaggio è davvero elevato—conferma Stefano Berni, direttore generale consorzio Grana Padano —. Basti pensare al Grana che è il prodotto dop più consumato nel mondo: ne produciamo 1 milione e 100 mila forme da 37 Kg l’una all’anno. Se fossero debellate le imitazioni, l’export raddoppierebbe. Il danno annuale, causato dalla falsificazione, per il Grana Padano si aggira tra i 200 e i 300 milioni di euro. Anche nel cuore dell’Europa esistono formaggi che fanno il verso al nostro nome: il Gradano in Svizzera e il Pardano in Olanda, ma sono marchi registrati e non possiamo farci nulla. Solo con il «Danish Grana» la Corte di giustizia europea qualche anno fa ci ha dato ragione condannando i danesi per imitazione. Però se a livello mondiale ci fosse l’obbligo di indicare in etichetta il Paese d’origine, noi esporteremmo per un valore di circa 1 miliardo di euro.

Invece fuori dall’Europa e negli Usa in particolare, è molto difficile difenderci. Anzi, la beffa diventa doppia perché con la crisi e il protezionismo calano le nostre vendite ma aumenta il consumo di prodotti che ci imitano a buon mercato. Indicod e Nomisma, infatti, hanno calcolato che nel mercato statunitense i prodotti italian sounding rendono quelli realmente italiani quasi fuori mercato collocandoli in una fascia di prezzo decisamente più alta appetibile solo per un pubblico di nicchia. Se quello dei formaggi tipici è il settore più colpito, non mancano casi di imitazione tra i prodotti simbolo della dieta mediterranea come il «Pompeian olive oil» che naturalmente non ha nulla a che vedere con gli scavi della città campana perché viene prodotto nel Maryland. Ma gli Usa sfornano anche le linguine «Ronzoni», il risotto «tuscan» o la polenta, mentre invece dalla Cina arrivano i «pomodorini ciliegini di collina » e dall’Australia la salsa bolognese.

Non sfugge alla pirateria neanche il vino simbolo del made in Italy: il Chianti che viene «clonato » nella Napa Valley della California. Si tratta dunque di una truffa planetaria che dovrebbe tirare in ballo l’Organizzazione mondiale del commercio per un accordo internazionale, perché in Europa invece è riconosciuta la tutela dei prodotti a denominazione d’origine come Dop (Denominazione di origine protetta) o Igp (Indicazione geografica protetta). «In effetti queste due sigle erano nate proprio come marchio di protezione dei prodotti di certe aree, solo successivamente sono diventate due garanti della qualità—spiega Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food —. Grazie a marchi come Dop e Igp, comunque, esiste, soprattutto in Europa, una buona tutela. Molto più difficile ottenerla dove non ci sono accordi bilaterali, in particolare negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. L’unico vero sistema risolutivo è la trasparenza e la tracciabilità assoluta, un tema che spesso terrorizza le stesse imprese produttrici. Basti solo pensare al vino: sappiamo dove è stata raccolta l’uva e da chi è stato prodotto ma non sappiamo se ha subito trattamenti, se sono stati aggiunti zuccheri o chiarificanti.

E lo stesso discorso vale con il formaggio: il 10 per cento viene prodotto con il latte in polvere. Sarebbe giusto indicarlo in etichetta. Ma questo è un controllo un po’ troppo rigido anche per gli interessi di certi sistemi produttivi. Inoltre non bisogna dimenticare che in tutta Europa sono solo sei o sette i Paesi veramente interessati alla protezione dei prodotti tipici, Italia e Francia su tutti». Proprio queste, infatti, sono le due nazioni più colpite dall’agropirateria. Nel nostro Paese si realizza, secondo la Confederazione italiana dell’agricoltura, più del 21 per cento dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno sommati gli oltre 400 vini Doc, Docg e Igt e i più di quattromila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni. Uno sterminato elenco di prodotti che ogni giorno sono a rischio «falso d’autore». Naturalmente il fenomeno non colpisce soltanto la fiducia dei consumatori sul cibo «made in Italy» ma genera anche rilevanti riflessi negativi sul piano economico- sociale: stando ai dati diffusi dall’Alto commissario per la lotta alla contraffazione, all’estero sono falsi tre prodotti alimentari su quattro con le esportazioni dall’Italia che raggiungono il valore di 16,7 miliardi di euro, pari ad appena un terzo del mercato mondiale delle imitazioni dei prodotti alimentari.

Secondo l’Ice (Istituto per il commercio estero) e la Camera di commercio di Parma, le prede più preziose per l’agropirateria sono i sughi per pasta (falsi nel 97% dei casi) seguiti da: pomodori in scatola (76%), caffè (51%), pasta (28%), olio d’oliva (11%) e mozzarella (7%). Il tutto per un bottino complessivo che supera i 54 miliardi di euro. Un tesoro che mai nessun pirata dei Caraibi avrebbe immaginato di poter trafugare.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.agroalimentarenews.com

venerdì 17 luglio 2009

Palazzo Madama cancella i viaggi gratis


Lettera degli ex senatori a Schifani: "Un atto offensivo".
Una delegazione a Palazzo Chigi: "Pronti a collaborare"

Il contropiede di 307 ex parlamentari
"Stop a tagli benefit, faremo i consulenti"


ROMA - La carica dei 307 "ex" punta dritto su Palazzo Chigi. Arzilli parlamentari di un tempo, capelli bianchi, ma nessuna voglia di farsi da parte, si preparano a difendere con le unghie i benefit di cui hanno goduto per una vita (viaggi gratis, essenzialmente) e che ora Camera e Senato si accingono a falcidiare. E per dimostrare di essere ancora "una risorsa della Repubblica" scrivono al governo Berlusconi, si mettono a disposizione e ottengono dal sottosegretario Gianni Letta il via libera al "reclutamento". Molti diventeranno consulenti. A titolo gratuito, si precisa, salvo eventuali rimborsi, ovvio.

Nella squadra c'è di tutto. Ex comunisti e forzisti della prima ora, giuristi illustri, socialisti irriducibili e una schiera di democristiani. Tra i tanti curricula con annessa "competenza per materia" che planano sulla Presidenza del Consiglio quello dell'ex pm Tiziana Parenti (giustizia) e del sindacalista Giorgio Benvenuto (sociale), dell'uomo-pesce Enzo Maiorca (ambiente) e dell'ex vice presidente del Csm Giovanni Galloni (politiche istituzionali), passando per il dc Mario D'Aquisto e "il ministro degli esteri del Pci" Antonio Rubbi.

L'operazione è condotta da quella sorta di sindacato che è l'Associazione degli ex parlamentari, presieduta da Franco Coccia, Pci alla Camera dalla quarta alla settima legislatura (oggi siamo alla sedicesima). Rappresenta tutti i 1.550 che sono passati anche solo per pochi anni dal Parlamento e che percepiscono il vitalizio. La lettera al premier Berlusconi è datata marzo 2009, quando è iniziata a circolare soprattutto al Senato l'ipotesi dei tagli poi varati effettivamente da Palazzo Madama a partire dal gennaio 2010 sul milione 726 mila euro speso ogni anno per telepass, biglietti ferroviari e voli gratuiti degli ex.

Loro non si perdono d'animo e scrivono a Palazzo Chigi: "Mettiamo a disposizione della Presidenza colleghe e colleghi che hanno maturato nelle vesti di parlamentari, ministri e sottosegretari esperienze e conoscenze. Un'offerta a costo zero - continua la lettera del presidente Coccia - avanzata anche per mettere in luce come il ruolo dell'ex parlamentare deve essere una risorsa per le istituzioni". Il 27 aprile e poi ancora il 18 maggio, il sottosegretario Gianni Letta risponde e accoglie a braccia aperte. Ringrazia per l'offerta di "consulenza gratuita" e chiede che vengano "indicate le singole professionalità ed esperienze maturate per indirizzarle nei settori di specifica competenza". E così, l'Associazione si mette in moto, avverte tutti i suoi iscritti, sollecita curricula e alla sede di Piazza di Campo Marzio a Roma ne arrivano 307. Adesso, racconta Coccia, saranno spediti al governo i nominativi con le relative "competenze": "Sarà il Dottor Letta a scegliere quanti e quali nomi, con piena discrezionalità".

Ma gli ex non si sono fermati lì e sono passati al contrattacco. Hanno fatto leva sul disco verde incassato per inviare una lettera di fuoco alla presidenza del Senato, "rea" di aver infierito coi tagli che anche la Camera potrebbe far propri. Titolo: "Solidarietà, non discriminazione". Nella nuova missiva di poche settimane fa, esprimono "viva amarezza e delusione" per la scure che garantirebbe una "irrisoria economia" (1,7 milioni). Lamentano di non essere stati consultati e soprattutto l'"iniqua e punitiva discriminazione" subita: "La totale soppressione (dei viaggi gratuiti, ndr) ad eccezione dei senatori dell'ultima e penultima legislatura, è del tutto inaccettabile". Tanto più - è la stoccata finale - che "ha trovato accoglimento da parte del sottosegretario Letta la nostra disponibilità: siamo pronti a fare altrettanto con le presidenze delle Camere". E poi, concludono gli "ex", "ci rivolgiamo a voi senatori affinché sia mantenuto quel vincolo di solidarietà che ha sempre legato i colleghi di ieri e oggi". Chiaro il monito: ricordatevi, un giorno sarete quello che noi siamo.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.lombardia.sanvincenzoitalia.it

giovedì 16 luglio 2009

Le scene censurate online su Italia taglia


Da settembre si potranno vedere in streaming

Da «Ultimo tango a Parigi» a «La spiaggia», le scene tagliate recuperate dalla Cineteca di Bologna e Anica

BOLOGNA - Intere bobine di pellicole sottoposte alla censura che pensavamo d'aver perso per sempre. Come ad esempio i dieci metri della famosa sequenza del burro tra Marlon Brando e Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972). Oppure le scabrose (per l'epoca) sequenze sforbiciate da Totò e Carolina di Mario Monicelli (1955), e anche quelle de La spiaggia di Alberto Lattuada (1954). Tutte queste sequenze, e tante altre, a settembre si potranno vedere in streaming sul sito www.italiataglia.it come anticipa il quotidiano La Stampa. Promosso dall’ex Dipartimento dello Spettacolo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ora Direzione Generale per il Cinema), dal 16 luglio il progetto Italia Taglia, realizzato dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con l'Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e multimediali), ci fa il regalo di conservare e catalogare quei frammenti che per oltraggio al pubblico pudore tutte le censure del mondo volevano celare ai nostri occhi. A uomini che hanno tagliato e proibito, rispondono oggi, grazie ad internet, altri uomini che sostituisco al silenzio la discussione, all’occultamento la visibilità.

IL PROGETTO - Grazie a questo progetto sarà possibile conoscere il modo in cui ha operato la censura in Italia, i titoli delle opere cui vennero imposti dei tagli, il loro contenuto, la loro entità e la loro motivazione. Come pure i titoli non ammessi alla pubblica visione che fino ad oggi non figurano in nessuna pubblicazione o archivio. Sarà accessibile per la prima volta la documentazione relativa ai film documentari, cortometraggi, cinegiornali e pubblicità che testimoniano l’attività cinematografica ancora sconosciuta dell'industria e di tanti registi e tecnici italiani. L’intera operazione si propone di ripercorrere le tappe fondamentali della «Revisione Cinematografica» italiana, ricostruendone storia e principi. Viene così a realizzarsi una banca dati che raccoglie le informazioni più significative, tratte dai visti di censura, di ciascun film sottoposto alla revisione cinematografica dal 1913. Entro l'anno prossimo saranno archiviati i visti di censura e i relativi motivi di ben 130mila film. Quindi per i cinefili appuntamento a settembre con le vietatissime scene. Così il pericolo (censurato) torna tra noi.

articolo tratto da www.cinema-tv.corriere.it
immagine tratta da www.revestito.it

mercoledì 15 luglio 2009

In motorino contro l'auto dei vigili, muore una ragazza di 18 anni




E' morta Carlotta Fondelli, la ragazza giunta in fin di vita all'ospedale Careggi di Firenze, dopo essere rimasta coinvolta, la scorsa notte intorno a mezzanotte, in un incidente stradale tra lo scooter guidato dal suo ragazzo e un'auto della polizia municipale.

Intorno alle 19,30 di questa sera, i medici di Careggi hanno comunicato il decesso e informato che la famiglia della ragazza ha autorizzato l'espianto degli organi.

"Carlotta era bionda e bellissima - ricorda in lacrime il padre Luca - sfilava come modella, a scuola prendeva pieni voti, faceva sport, si interessava di politica". Carlotta frequentava il quarto anno al liceo Santa Marta di Settignano. Ha una sorella gemella e frequentava il movimento Azione giovani.

Sulla dinamica dell'incidente il padre avanza l'ipotesi, riferitagli da alcuni testimoni, che l'auto della polizia municipale non avesse il lampeggiante attivo. "Mi hanno detto che quando l'agente è sceso dalla macchina - ha riferito l'uomo - prima di verificare quello che aveva combinato si è preoccupato di sistemare il lampeggiante sul tetto e di accenderlo".

Il fidanzato di Carlotta che era con la giovane sul motorino è ricoverato al Cto con la frattura esposta di una gamba. Non è in pericolo di vita. "Ho attraversato l'incrocio - ha detto dal letto dal letto dell'ospedale il fidanzato Edoardo Conti, 19 anni -. Il mio semaforo era verde, ho sentito il suono di una sirena che partiva, tipo 'Da Da', una sola volta. Un istante dopo un' auto ci ha travolto. Non ho potuto fare niente. Abbiamo gridato. Forte".

"Me l'ha ammazzata... - ha detto il padre della ragazza, Luca Fondelli, - Me l'ha ammazzata, questo è un omicidio volontario, la dovrà pagare". "L'agente che era ieri sera al volante della macchina che ha ucciso mia figlia è responsabile. Credo andasse a 100 all'ora - aggiunge davanti al reparto di rianimazione -, da quello che mi hanno detto è passato all'incrocio mentre il semaforo era rosso e ha travolto il motorino che è finito a una ventina di metri.
Il corpo di mia figlia, straziato, era a 14 metri. Abbiamo già preso un avvocato perchè voglio verità e giustizia".

A Careggi, sono andati il sindaco Matteo Renzi, che ha incontrato il padre e la madre della giovane, l'assessore alla mobilità Massimo Mattei, e il consigliere del Pdl Francesco Torselli.

Al padre il sindaco ha garantito che "farà subito fare indagine interna, con la massima trasparenza possibile, perchè si sappia al più presto tutta la verità". I rilievi dell'incidente sono stati fatti dai carabinieri.

Ancora da chiarire la dinamica dell'incidente sul quale stanno lavorando i carabinieri. Sembra che i vigili urbani, in borghese, stessero portando in centrale una prostituta per una fotosegnalazione. Il sindaco Matteo Renzi, che all'ospedale ha incontrato i genitori di Carlotta Fondelli, ha detto che sarà avviata anche "un'indagine interna, con la massima trasparenza perchè si sappia al più presto tutta la verità".

PER I VOSTRI COMMENTI E SEGNALAZIONI FATE RIFERIMENTO AI MESSAGGI SEGUENTI:

Il codice della strada parla chiaro: i lampeggianti sono il corrispondente visivo della sirena. Quindi un mezzo che viaggia in condizioni di emergenza deve accendere sia i segnalatori visivi che quelli acustici. Soprattutto a Firenze mi sembra sia uso e consuetudine non rispettare questa regola e ac...
Inviato da komu79 il 15 luglio 2009 alle 21:18

NON DEVE FINIRE IN UNA BOLLA DI SAPONE, LO DOBBIAMO A CARLOTTA !
Inviato da belfagor il 15 luglio 2009 alle 21:09

Sono la zia del ragazzo, Vi prego di aiutarci per avere chiarezza sull'accaduto con LA VOSTRA TESTIMONIANZA...
questo è il mio cell. 3473335399
questa la mia e-mail: paolab72@hotmail.com


GRAZIE DI CUORE
Inviato da paolabb72 il 15 luglio 2009 alle 15:26

è vero, ho visto quella macchina allontanarsi, bianca con la sirena lampeggiante, passavo di lì con la macchina...
Inviato da dav23 il 15 luglio 2009 alle 14:20

l' incidente di ieri in viale amendola a firenze è stato causato dalla guida sciagurata di una macchina apparentemente non dei vigili urbani poichè priva di segni riconoscibili bensì dotata di una sirena lampeggiante che suonava ad intermittenza e nn in modo continuo.
S...
Inviato da giuburro il 15 luglio 2009 alle 13:53


articolo tratto da www.firenze.repubblica.it
immagine tratta da www.ilmessaggero.it

martedì 14 luglio 2009

"Oggi sciopero contro il DDL Alfano"






"Adesione all'appello di Diritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia la Internet italiana"





articolo e immagine tratta da www.api.ning.com

lunedì 13 luglio 2009

L ' ULTIMA SPIAGGIA


Il 25 ottobre ci saranno le primarie del PDmenoelle. Voterà ogni potenziale elettore. Chi otterrà più voti potrà diventare il successore di gente del calibro di Franceschini, Fassino e Veltroni. Io mi candiderò. Dalla morte di Enrico Berlinguer nella sinistra c'è il Vuoto. Un Vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di uomini. Una sinistra senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento delle amministrazioni locali. Muta di fronte alla militarizzazione di Vicenza e all'introduzione delle centrali nucleari. Alfiere di inceneritori e della privatizzazione dell'acqua. Un mostro politico, nato dalla sinistra e finito in Vaticano. La stampella di tutti i conflitti di interesse. Una creatura ambigua che ha generato Consorte, Violante, D'Alema, riproduzioni speculari e fedeli dei piduisti che affollanno la corte dello psiconano. Un soggetto non più politico, ma consortile, affaristico, affascinato dal suo doppio berlusconiano. Una collezione di tessere e distintivi. Una galleria di anime morte, preoccupate della loro permanenza al potere. Un partito che ha regalato le televisioni a Berlusconi e agli italiani l'indulto.
Io mi candido, sarò il quarto con Franceschini, Bersani e Marino. Partecipo per rifondare un movimento che ha tolto ogni speranza di opposizione a questo Paese, per offrire un'alternativa al Nulla.
Il mio programma sarà quello dei Comuni a Cinque Stelle a livello nazionale, la restituzione della dignità alla Repubblica con l'applicazione delle leggi popolari di Parlamento Pulito e un'informazione libera con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico, a partire da Silvio Berlusconi. Temi troppo duri per le delicate orecchie di un Rutelli e di un Chiamparino. Ci sono milioni di elettori del PDmenoelle che vorrebbero avere un PDcinquestelle. Con questo apparato affaristico e venduto non hanno alcuna speranza. Il PDmenoelle è l'assicurazione sulla vita di Berlusconi, è arrivato il momento di non rinnovare più la polizza. Arrivederci al 25 ottobre!

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.internazionale.it

domenica 12 luglio 2009

La giornata online dura 36 ore


la ricerca realizzata da cisco systems

Calcolando le operazioni compiute simultaneamente,
il tempo della Rete risulta più lungo di quello reale

MILANO - La giornata digitale è un concetto a cui non siamo ancora abituati, una nuova unità di misura per calcolare la vita che, parallelamente a quella del mondo fisico, pulsa in Rete. Viene calcolata sommando tutte le operazioni compiute simultaneamente online. Quindi se mentre navigo in rete per un'ora, ascolto contemporaneamente della musica su LastFm, le "ore rete" sono due, quelle "vita" una. Lo stesso avviene se parlo al cellulare mentre aspetto che si carichi un video su YouTube. Oggi la giornata digitale dura 36 ore, mentre nel 2013 sarà lunga il doppio di quella analogica. Benché il sistema di misurazione sia poco noto, rende molto bene l'idea di quanti dati transitino su internet. È questo uno di risultati della ricerca Visual Networking Index realizzata da CiscoSystems elaborando dati di analisti indipendenti. Il traffico IP globale, che oggi equivale a 9 exabyte al mese (un exabyte – EB - è un miliardo di gigabyte), tra cinque anni arriverà a 56 EB mensili, quasi uno Zettabyte all'anno. Crescita costante e indifferente alla crisi. O meglio con la crisi, come spiega al corriere.it Stefano Venturi, amministratore delegato di Cisco Italia, il traffico una relazione ce l'ha: «La crisi ha ridotto tutti i consumi tranne il traffico Ip, che cresce costantemente, e dalla crisi la vita digitale può avere un accelerazione se solo riusciamo a trasformare le magnifiche possibilità che oggi sono per pochi in applicazioni di massa».

CRESCE L'ORIENTE – Il boom del traffico Ip ha però accenti orientali, visto che in Asia aumenterà due volte più velocemente rispetto a Europa e Nord America. In parte perché in Estremo Oriente c’è maggior margine di crescita, un po' perché in Occidente gli investimenti sulle infrastrutture si fanno meno remunerativi a stretto giro di posta e sembra mancare una visione lungimirante. Soprattutto in Italia, dove il digital divide negli ultimi anni non è stato più ridotto. «In Italia c’è una grossa carenza a livello di Rete – concorda l'ad - siamo vittime di un digital divide reale che impedisce di poter usufruire di servizi evoluti, e soprattutto rende inapplicabile l'erogazione di prestazioni da parte della Pubblica Amministrazione. Serve maggiore consapevolezza tra gli utenti, in modo tale che spingano istituzioni e operatori a garantire l'accesso in banda larga come diritto universale. Il Paese deve porsi il problema di realizzare una rete non solo veloce in download, ma anche in upload visto che il web sta diventando sempre più basato sui contributi degli utenti. I Paesi che avranno una bassa velocità di upload avranno un livello di partecipazione minore». E l'Adsl, che utilizza ancora il vecchio doppino in rame, porta la banda larga nelle case della maggior parte degli italiani con forti asimmetrie tra download e upload, rendendo internet più simile a un televisore on demand che a uno strumento collaborativo. Quindi ci vuole la fibra ottica, specialmente per i servizi di social networking e l’e-democracy. «Internet nella sua prima stagione ha disintermediato l'accesso all'informazione, adesso il nuovo salto chiamato 2.0 è quello verso l'interazione tra individui attraverso il social networking». Insomma dalla disintermediazione dell'accesso alle informazioni a quella dell'accesso alle persone e alle attività altrui.

FILE SHARING - Curiosando nelle tabelle e nei grafici della ricerca, si scopre che, nonostante tutte le politiche adottate dall'industria dell'intrattenimento, il file-sharing continuerà a essere l'applicazione più usata, e sarà sempre più una condivisione di video. «Il file sharing nonostante tutto crescerà ancora, d'altronde l’industria deve adeguarsi al fatto che un sistema di copyright valido per il mondo fisico di atomi non è adatto a un mondo fatto di bit», prosegue Venturi. Il novanta per cento di tutto il traffico Ip – compreso anche quello dell'internet delle cose – sarà costituito da video, che verranno visualizzati sugli 0,2 metri quadrati di schermo digitale che tra smartphone, pc e tv, ogni abitante del pianeta possiederà nel 2013. Infrastrutture permettendo è questo quello che ci attende.

CRISI E CORAGGIO - La crisi aguzza l’ingegno e aiuta a prendere decisioni che in epoca di vacche grasse per comodità si tende a rinviare. «Le crisi segnano generalmente delle discontinuità nelle economie, in alcuni settori industriali e nel modo di lavorare – conclude Venturi - Non ha molto senso che oggi le strade siano sempre più trafficate quando ci sono strumenti che permettono di ridurre le distanze passando per la Rete». Il riferimento alla videocomunicazione – sia che si presenti sotto le forme della sofisticata telepresenza che delle più leggere videoconferenze da dispositivi mobili – è chiaro, e quasi dovuto visto che le soluzioni Cisco in materia sono le più diffuse in ambito business. La dimostrazione di quanto sia valida a risparmiare tempo ed emissioni di Co2 è il fatto che sostituendo le trasferte dei propri dipendenti con la telepresenza la sola Cisco ha risparmiato 786mila tonnellate di Co2 in un anno, tagliando il 70 per cento dei voli aerei. Non di sola videocomunicazione però vivrà l'homo digitalis del prossimo futuro, ma anche di tutte gli altri servizi che le tecnologie abilitano e che sono orientati verso la collaborazione a distanza su qualsiasi dispositivo e attraverso qualsiasi rete (fissa e mobile).

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.beepworld.de

sabato 11 luglio 2009

IL PRIMO CELLULARE AFRICANO



Mentre al summit del G8 si parla di Africa e di aiuti al continente, con una serie di "rimbalzi" degni di Internet - dal caratteristico sito di notizie economiche Supermarket attraverso la preparatissima agenzia Misna - arriva la notizia del primo cellulare interamente prodotto, appunto, in Africa. Nella fattispecie in Zambia, dove il gruppo Melcome ha dato vita a MMobile, la prima fabbrica per l'assemblaggio di telefoni cellulari di tutto il continente, che avrebbe già prodotto ben 10 mila pezzi pronti per la consegna in Zimbabwe e altri 30 mila commissionati sarebbero già in lavorazione.

Fondata pochi mesi fa nella capitale del Paese, a Lusaka il 12 marzo del 2009 (qui le foto, bellissime), la MMobile ha creato il marchio di cellulari M-Tech con l’ambizioso obiettivo di offrire un’alternativa africana ai consumatori del continente inondati di cellulari stranieri. Lo stabilimento, il cui costo complessivo è di 7 milioni di euro, è come detto opera dell’azienda di telecomunicazioni del gruppo zambiano Melcome in collaborazione con il governo e l’Agenzia di cooperazione del Giappone.


Trenta operai, ma a progetto completo si prevede una forza lavoro di 250 persone, producono diversi modelli, tra cui l’MM300 (foto in alto), con radio, connettività gsm e schermo a colori (qui trovate tutte le specifiche tecniche), venduto a un prezzo corrispondente a 18 euro, una cifra ritenuta però ancora troppo alta per il cittadino medio del Paese che può avere un cellulare straniero per circa 7 euro dall’operatore telefonico Zain Zambia. Ma la Melcome aspira a esportare nei prossimi mesi i suoi prodotti in tutti i Paesi dell’Africa australe. E non solo telefonini. Come spiegano dall'azienda: "Con il marchio M-Tech vogliamo lanciarci nella produzione di altri prodotti di information technology e telefonia da vendere nel mercato africano".

La produzione di tecnologia appare una promessa per una nazione che da anni, come ci spiegano i giornalisti di Misna, sta cercando di differenziare la sua economia che si fonda in gran parte sull’estrazione del rame, un metallo che ha subito drastiche oscillazioni sul mercato internazionale. Secondo dati di un recente studio, l’Africa è un mercato molto recettivo alla telefonia mobile, con una penetrazione media del mercato del 37%, con il Sudafrica in testa con il 98%. Dal 2002 ad oggi, il numero dei contratti di telefonia mobile sono aumentati in Africa ad un tasso del 49,3% annuo, quasi il doppio di quello registrato in media in Brasile e in Asia. Secondo questi dati, si può ritenere che per il 2012 l’estensione del mercato delle telefonia mobile in Africa raggiungerà la media del 60%.

articolo e immagine tratti da www.vitadigitale.corriere.it

venerdì 10 luglio 2009

Australia, bottiglie di plastica al bando



IL DIVIETO È PARTITO DA BUNDANOON STA CONTAGIANDO ANCHE ALTRE CITTÀ

La trovata di una cittadina turistica per l'ambiente


SYDNEY- «Non siamo un gruppo di Verdi deliranti», assicurano. Ma la scelta della comunità di Bundanoon ha aperto una discussione in molte altre città. I residenti hanno deciso di bandire l'acqua delle bottiglie di plastica e di tornare all'utilizzo di contenitori riciclabili da riempire al rubinetto e alle fontanelle. «Un modo per impegnarci come comunità a favore dell'ambiente».
LA SCELTA- La proposta è stata adottata a grandissima maggioranza da un'assemblea di cittadini convocata dal Comune. E la scelta ha ricevuto il plauso di tutte le associazioni ambientaliste. Bundanoon, 2.500 abitanti, è una meta turistica a sudovest di Sydney. I negozianti locali hanno promosso il divieto, rinunciando ai proventi delle vendite, pur di combattere la pesante produzione di gas serra, associata con l'imbottigliamento e il trasporto attraverso il Paese. «L'industria delle bevande ha realizzato una grande campagna di marketing, vendendo qualcosa che si può avere gratis», ha detto Huw Kingston, titolare di un caffè.

L'EFFETTO A CATENA- La decisione di Bundanoon ha ispirato con effetto immediato il governo del Nuovo Galles del sud, di cui Sydney è capitale. Giovedì il premier Nathan Rees ha ordinato a tutti i dipartimenti e le agenzie statali di non acquistare più acqua in bottiglia, e di accontentarsi dell'acqua del rubinetto. Sarà un risparmio per i contribuenti e ridurrà l'impatto sull'ambiente, ha detto. A far scattare la campagna antibottiglie a Bundanoon è stata la proposta di una compagnia, respinta dai residenti, di costruire un impianto di estrazione di acqua da imbottigliare da una locale falda acquifera.




articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.wwf.it

giovedì 9 luglio 2009


Torna a vestirsi di magnifici panni medievali, in un virtuoso gioco tra storia e leggenda, il Castello di Monteriggioni, che di torri si corona.


Nei due fine settimana del 3, 4 e 5 e del 10, 11 e 12 luglio 2009 chi varcherà l'antica porta si troverà magicamente proiettato in un borgo sospeso tra XIII e XV secolo, animato da soldati di ritorno dalla Battaglia di Montaperti, milizie reduci dall'occupazione dei Noveschi, cavalieri impegnati in giostre e tornei in singolar tenzone, mercanti, artigiani, frati penitenti, pellegrini sulla via Francigena, fattucchieri, imbonitori, guaritori....


L’edizione 2009 delle Feste Medievali di Monteriggioni, realizzate dalla “Monteriggioni A.D. 1213” sotto la direzione artistica di Massimo Andreoli e Massimiliano Righini del CERS, avrà come tema principale la vita del Castello “tra storia e leggenda”, attraverso la riproposizione di alcuni tra i più significativi avvenimenti storici che coinvolsero la cittadina senese tra medioevo e rinascimento.

Il primo week end sarà infatti dedicato alle celebrazioni per la vittoria ottenuta alla Battaglia di Montaperti del 1260, scontro di grande importanza tra Siena e Firenze per il controllo della via Francigena.

Quello successivo ricorderà invece l’occupazione dei Noveschi: nel 1482 alcuni fuoriusciti

senesi della famiglia dei Noveschi, sostenuti da Firenze, occuparono il castello di Monteriggioni. La repubblica senese mosse subito ad assediare il castello. La vicenda si concluse con la resa degli assediati che sotto scorta senese furono esiliati in territorio fiorentino.

Le Feste saranno contraddistinte dalla convivenza tra l’aspetto più prettamente ricostruttivo - sia militare (evoluzione delle tattiche militari, delle armi, dei sistemi difensivi) che civile (la vita quotidiana di un borgo assediato, la sua alimentazione, i suoi mestieri, ecc…) – e quello spettacolare (saltimbanchi, musici, giocolieri), che quest’anno intende proporsi come vero e proprio festival nazionale dello spettacolo storico sotto la direzione Artistica di Gabriele Bonvicini di Musica Officinalis. Tra gli artisti presenti il Giullar Cortese Gianluca Foresi, Metenio Atrippa e la sua creatura fantastica, Alessandro Martello di Hocus Pocus Circo Teatro, i Giullari del Diavolo, l’ensemble musicale degli Errabundi Musici, il Mago Paolo della compagnia dei Ligrittieri, il Teatro Agricolo, la Schola Tamburi Storici di Conegliano, la Compagnia de “La Giostra”, Petricinus Arcanus e Zorba Officine Creative che presenterà in anteprima una produzione dedicata al mondo mitologico, con fauni che si materializzeranno all’improvviso tra i visitatori.

Due le novità di quest’edizione:

l’allestimento, nel campo dei tornei, di due Giostre Cavalleresche dedicate, rispettivamente una nel primo e l’altra nel secondo fine settimana, alla tradizione del XIII e del XV secolo. Tale suggestivo spettacolo è realizzato dai Cavalieri Cenedesi con il Coordinamento artistico di Mauro Guidolin;
la presenza al Castello, dal 10 al 12 luglio di gruppi storici provenienti non più solo dall’Italia, ma anche dall’estero. Grazie così alla Compagnie de la Rose (Svizzera), all’Hansevolk zu Lübeck (Germania) e ai terribili Lanzichenecchi di Bretten (Germania), le Feste Medievali di Monteriggioni entreranno a far parte a tutti gli effetti del circuito internazionale delle feste storiche del CERS-Consorzio Europeo Rievocazioni Storiche.

articolo tratto da www.monteriggionimedievale.com
immagine tratta da www.comune.monteriggioni.si.it

mercoledì 8 luglio 2009

Federico Aldrovandi: licenza di uccidere

Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri sono agenti di Polizia. Sono persone libere di muoversi e di fare ciò che vogliono. Non sono stati espulsi dalla Polizia. Hanno ucciso un ragazzo di nome Federico Aldrovandi a manganellate. Sono stati condannati ieri dal tribunale di Ferrara per eccesso colposo in omicidio colposo a 3 anni e 6 mesi. L'omicidio di un ragazzo, se sei in divisa, vale 3 anni e 6 mesi e non vieni neppure radiato. Equivale alla licenza di uccidere. Se quattro ragazzi avessero ucciso un poliziotto a bastonate che pena avebbero avuto? E avrebbero mantenuto il loro impiego? Chiedo a Manganelli, capo della Polizia, alla luce della sentenza di ieri, di radiare i poliziotti condannati. La loro presenza nella Polizia disonora tutti i poliziotti onesti.

Dall'aula del Tribunale di Ferrara:

La mamma di Federico
Il papà di Federico
L'avvocato Fabio Anselmo

Blog: "Il giudice Filippo Maria Caruso, del tribunale di Ferrara, ha condannato a 3 anni e 6 mesi di carcere i 4 poliziotti accusati di eccesso colposo nell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia.
Si tratta di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, che col beneficio dei 3 anni di indulto non trascorreranno nemmeno un minuto in carcere.
Infatti, gli agenti non sono nemmeno stati licenziati perché svolgono tuttora servizio.
La sentenza di primo grado è arrivata poco prima delle 19, dopo una giornata di arringhe da parte di accusa e difesa e decine di udienze, cominciate nell'ottobre del 2007.
Si chiude così il primo atto di una tragedia. Di quella che da normale controllo si è trasformata in una mattanza ai danni di un ragazzo appena 18enne, disarmato, incensurato e anche ammanettato.
Il pm Nicola Proto, che aveva chiesto 3 anni e 8 mesi, ha detto che Federico è stato ferocemente ucciso senza che fossero state ascoltate le sue richieste di aiuto, come hanno riferito due testimoni che si trovavano nella zona dell'ippodromo di Ferrara, teatro della vicenda. Una collutazione imprudente che è degenerata con manganellate in testa oltre che su braccia, gambe e schiena, il trascinamento sull'asfalto e lo schiacciamento del corpo da parte di uno dei militari che ha portato il giovane alla morte anche per ipossia.
Come Riccardo Rasman, anche Federico Aldrovandi è stato ammanettato e messo a pancia in giù prima di morire.
I risultati della perizia medico legale hanno evidenziato ecchimosi ed ematomi sparsi su tutto il corpo, fra cui una lesione alla testa in sede occipitale, testicoli schiacciati, una profonda ferita su una natica e graffi sul viso.
Secondo la tesi di un cardiopatologo dell'Università di Padova, il professor Thiene, il cuore di Federico avrebbe subito un arresto dopo aver ricevuto un colpo violento.
Inoltre le registrazioni del colloquio telefonico della Centrale operativa nei minuti successivi al fermo di Federico lasciano pochi dubbi: "... l’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so... È mezzo morto".
Insomma, secondo il pm l'omicidio è maturato in una condizione di evidente sproporzione fra qualunque entità di agitazione psicomotoria del ragazzo, solo, disarmato e ammanettato, rispetto allo stato degli agenti, che erano in quattro, tutti sobri e anche armati.
La violenza delle botte è stata tale che due manganelli si sono addirittura rotti.
La complicata ricostruzione di ciò che avvenne quella domenica mattina di settembre del 2005 dagli avvocati di parte civile, ha mirato a dimostrare le difficoltà per raggiungere il processo stesso.
Secondo i difensori (Pellegrini, Vecchi, Bordoni, Trombini) che hanno chiesto l'assoluzione degli agenti, hanno detto che le ferite di Federico se le era procurate da solo in uno stato di autolesionismo per effetto delle sostanze psicotrope assunte la notte prima assieme agli amici al Link di Bologna, che gli avrebbero procurato lo scompenso di ossigeno fatale.
Secondo le difese gli imputati agirono rispettando le regole previsto per interventi di contenimenti di persone fuori controllo.
Nell'aula gremita, alla presenza dei genitori di Federico, e anche di due imputati, le arringhe si sono succedute in un clima di silenzio ma anche di tensione, sfociato ad un certo punto nel lancio in aria di decine di volantini su cui si vede il viso di Federico e una scritta.
Quasi alle sette di sera, dopo cinque ore di camera di consiglio, la lettura della sentenza di condanna.

La mamma di Federico
Blog: Signora Aldrovandi, le posso chiedere che cosa prova, a caldo?
Mamma di Federico: Adesso cosa potrei dire? E' giusto!
Blog: E' stata fatta giustizia?
Mamma di Federico: Sì. Io non ho capito tutto. Ho sentito 'condanna' poi ...
Blog: Tre anni e sei mesi.
Mamma di Federico: L'importante è che ci sia la condanna. Il tempo non riesco a giudicarlo. L'importante è che questo Tribunale abbia sancito la condanna. Abbiamo fatto tanto e voi sapete quanto ci è costato. La condanna è l'unica cosa giusta.
Blog: Rimane soltanto l'enigma della ferocia, della violenza usata nei confronti di suo figlio.
Mamma di Federico: E' violenza gratuita. Pura ferocia. Non ci hanno fornito nessuna spiegazione ...
Blog: Lei non si è mai data un motivo di tutto questo?
Mamma di Federico: Ci ho pensato tanto, assolutamente no, se non la pura ferocia degli imputati che adesso sono condannati colpevoli.

Il papà di Federico
Papà di Federico: Il sogno sarebbe poter far tornare Federico, vederlo rientrare magari accanto al giudice. Non si può. Però per Federico voglio giustizia - e c'è stata, in parte - rispetto e dignità. Tutte quelle persone, anche in divisa, che hanno parlato male di Federico si ricredano e chiedano scusa ...
Blog: Quello che rimane è la ferocia, la violenza usata nei confronti di suo figlio. Perché?
Papà di Federico: Non lo so. Non lo so. Che fossero loro, quella mattina, in uno stato tale che non li abbia frenati. Non so. Hanno tentato di trovare qualsiasi cosa su Federico, ma … Quelle persone, quella mattina, erano a posto?
Blog: Non c’era stato nulla prima che avesse potuto far presagire qualcosa di simile?
Papà di Federico: Con Federico? Ci vivevo praticamente sedici ore al giorno con lui quindi … era controllato … quello che è successo quella mattina è qualcosa di incredibile, assurdo. Se avesse fatto qualcosa di sbagliato, avrebbe dovuto anche pagare per quello che aveva fatto. Ma non aveva fatto niente!
Blog: Condanna giusta o insufficiente?
Papà di Federico: Come si fa a dire condanna giusta? Io avrei dato l’ergastolo a queste persone, per quello che ho potuto constatare durante il processo, cioè le violenze che sono state usate nei confronti di Federico. Le falsità che sono state palesate da questi nelle loro relazioni di servizio.
Un domani, se mai, racconterò certe cose. Però, va bene così. Adesso mi auguro che queste persone vengano licenziate. Perché non è giusto che noi per 47 mesi abbiamo pagato lo stipendio a quattro persone, e non solo a loro, perché c’è anche l’inchiesta bis che sta andando avanti, su presunte ommissioni e presunti depistaggi che saranno al vaglio della magistratura, sulla quale ripongo la massima fiducia. So che faranno il loro lavoro con la massima coscienza, come hanno fatto finora.
Quindi chiedo il licenziamento di queste persone per il male fatto non solo a Federico, ma anche alle stesse istituzioni e a persone che vestono la divisa in maniera onesta, come me, e non è giusto che ci rimettano loro.

L'avvocato Fabio Anselmo
Blog: Avvocato Anselmo, rispetto alla vicenda Rasman
Avvocato: Beh, non amo fare paragoni, anche perché non spetta a me farli. Io credo che questi siano casi terribili che meritano una riflessione di carattere generale. Certamente questa è una sentenza che toglie qualsiasi tipo di possibilità e di dubbio sulla responsabilità degli imputati e sulla gravità di quanto da loro commesso. È una sentenza, questa, terribile. Perché, cosa significa? Significa che noi come generazione abbiamo creato un mondo terribile per i nostri figli, per i ragazzi di diciotto anni. Abbiamo creato un mondo spietato e questa sentenza lo certifica. E quindi la responsabilità, come generazione, dal punto di vista politico, genitoriale, scolastico eccetera, ce la dobbiamo prendere tutti. Perché noi abbiamo creato questo mondo nell’ambito del quale Federico Aldrovandi è morto. In quelle condizioni e in questo modo. E questo è una responsabilità di tutti e non solo dei quattro poliziotti. "


Federico Aldrovandi

articolo e immagine tratti da www.beppegrillo.it

martedì 7 luglio 2009

14 LUGLIO 2009: DIRITTO ALLA RETE




Blogger e giornalisti-blogger, attraverso uno scambio di telefonate ed e mail, hanno deciso di agire. Per dare un segnale forte attraverso la Rete. Gli Usa hanno eletto la prima volta un presidente di colore grazie alla libera condivisione delle informazioni in Internet. Barack Obama ha creduto nella Rete e sta facendo la differenza con un messaggio forte di cambiamento. In Italia, al contrario, una politica "vecchia" vuole impedire la libertà d'informazione attraverso giornali, siti internet e blog. Con leggi ad personam che sono un attacco alla democrazia.


L'APPELLO


Aderisci alla giornata di silenzio per la libertà d'informazione on line
REGISTRATi al Network (in alto a destra) e ADERISCI scrivendo a:
dirittoallarete@gmail.com



Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di iniziative legislative apparentemente estemporanee e dettate dalla fantasia dei singoli parlamentari ma collegate tra loro da una linea di continuità: la volontà della politica di soffocare ogni giorno di più la Rete come strumento di diffusione e di condivisione libera dell’informazione e del sapere. Le disposizioni contenute nel "Decreto Alfano" sulle intercettazioni rientrano all'interno di questa offensiva.

Il cosiddetto "obbligo di rettifica" imposto al gestore di qualsiasi sito informatico (dai blog ai social network come Facebook e Twitter fino a .... ) appare chiaramente come un pretesto, un alibi. I suoi effetti infatti - in termini di burocratizzazione della Rete, di complessità di gestione dell'obbligo in questione, di sanzioni pesantissime per gli utenti - rendono il decreto una nuova legge ammazza-internet.

Rispetto ai tentativi precedenti questo è perfino più insidioso e furbesco, perché anziché censurare direttamente i siti e i blog li mette in condizione di non pubblicare più o di pubblicare molto meno, con una norma che si nasconde dietro una falsa apparenza di responsabilizzazione ma che in realtà ha lo scopo di rendere la vita impossibile a blogger e utenti di siti di condivisione.

I blogger sono già oggi del tutto responsabili, in termini penali, di eventuali reati di ingiuria, diffamazione o altro: non c'è alcun bisogno di introdurre sanzioni insostenibili per i "citizen journalist" se questi non aderiscono alla tortuosa e burocratica imposizione prevista nel Decreto Alfano.

La pluralità dell'informazione, non importa se via internet, sui giornali, attraverso le radio o le tv o qualsiasi altro mezzo, costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino e, probabilmente, quello al quale sono più direttamente connesse la libertà e la democrazia.

Con il Decreto Alfano siamo di fronte a un attacco alla libertà di di tutti i media, dal grande giornale al più piccolo blog.


Per questo chiediamo ai blog e ai siti italiani di fare una giornata di silenzio, con un logo che ne spiega le ragioni, nel giorno in cui anche i giornali e le tv tacciono. E' un segnale di tutti quelli che fanno comunicazione che, insieme, dicono al potere: "Non vogliamo farci imbavagliare".

Invitiamo quindi tutti i cittadini che hanno un blog o un sito a pubblicare il 14 luglio prossimo questo logo e a tenerlo esposto per l’intera giornata, con un link a questo manifesto. - scarica il logo banner.jpg

Non si tratta di difendere la stampa, la tv, la radio, i giornalisti o la Rete ma di difendere con fermezza la libertà di informazione e con questa il futuro della nostra democrazia.

articolo tratto da www.dirittoallarete.ning.com
immagine tratta da www.api.ning.com

lunedì 6 luglio 2009

Mutui casa, stangata delle banche


Tassi quasi a zero, ma in un anno gli spread sono aumentati del 55%
Possibili nuovi aumenti delle rate. Euribor a livelli minimi, non scenderà ancora

ricarico record, superiore al 50%

ROMA - I tassi d'interesse sono più clementi, ma i mutuatari non possono gioire per questa bella novità. Mentre il tasso scendeva sempre di più negli ultimi mesi, saliva nello stesso tempo il ricarico (lo spread) preteso dalle banche che davano il mutuo. Impennate record allo sportello, superiori al 50%.

Tassi più clementi, dunque. L'Euribor scende da tempo. Quello a un mese, nelle ultime due settimane, si è abbassato addirittura a quota 0,70%. Una vera pacchia se intanto, in questi mesi, con effetto uguale e contrario, non fossero saliti i ricarichi bancari.

Il sito MutuiOnline confronta le condizioni che i principali istituti hanno applicato a fine agosto 2008 con quelle applicati invece lo scorso 2 luglio. Si scopre, così, che i ricarichi, gli spread dei mutui ventennali a tasso variabile hanno registrato un aumento del 55% mentre quelli a tasso variabile addirittura del 57. Stangate che azzerano parte delle riduzioni dell'Euribor.

E per il futuro, allora, come regolarsi? Il dilemma è sempre il solito: mutuo a tasso fisso oppure mutuo a tasso variabile? Una prima indicazione utile arriva da Roberto Anedda, vicepresidente di MutuiOnline. "I livelli raggiunti dall'Euribor sono molto contenuti - dice - ed è difficile ipotizzare ulteriori cali dei tassi". I tassi attuali, dunque, sono a dei livelli minimi intorno ai quali il mercato si stabilizzerà fino ad una possibile ripartenza. Se questa previsione è giusta, se il calo dei tassi è finito, serve allora una ulteriore prudenza al momento della scelta del mutuo.

Gli italiani, in verità, hanno ripreso a scommettere, a dispetto della cautela. MutuiOnline sottolinea che, nel primo semestre 2009, il 49,3% delle domande di finanziamento è risultata a tasso variabile (più rischioso). Sono tante, pari ormai a quelle a rata predeterminata.

Se prendiamo in considerazione un finanziamento ventennale di 100mila euro, la migliore situazione disponibile prevede un tasso fisso del 5,33% e una rata mensile di 679 euro. Mentre il migliore finanziamento variabile richiede un tasso dell'1,90% e una rata mensile di 502 euro. La differenza è del 35%, a vantaggio del variabile, ma la distanza potrebbe attenuarsi di molto. Chi intende sfruttare il risparmio offerto dal variabile deve essere pronto a sostenere il futuro possibile aumento della rata.

Se non vi fidate del tasso variabile, se il fisso vi sembra troppo caro, potete valutare un terza strada, quella dei mutui con cap. Ma questa terza via è davvero praticabile a due condizioni: che il tetto sia vicino agli attuali tassi fissi e lo spread applicato non superi dello 0,20%-0,40% quello del variabile.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.serafinofiloni.com

domenica 5 luglio 2009

Microcredito: ora i poveri si ribellano


«NON È SOSTEGNO ALLE CLASSI DEBOLI, MA UN BUSINESS». LA REPLICA: «TUTTO CORRETTO»

Sotto accusa i metodi e i tassi di interesse in crescita della Grameen Bank creata da Muhammad Yunus


DHAKA — Tre anni fa, anche chi non aveva mai sentito prima il suo nome ini ziò a ammirare Muhammad Yunus come una sorta di icona globale. Nella motiva­zione del Premio Nobel per la pace che ricevette nel 2006 con Grameen Bank, ve nivano sottolineati gli «sforzi per creare sviluppo sociale ed economico dal bas so » e l’abilità nel «tradurre una visione in azioni concrete a beneficio di milioni di persone, non solo in Bangladesh».
Fu l’apoteosi del microcredito, diffuso a quel punto in oltre cento Paesi. Da allo ra Yunus, il figlio di un orafo di Chitta gong che si fece professore di economia e poi «banchiere dei poveri», per molti occidentali è diventato qualcosa di simi le a un santo contemporaneo. Lui ci con vive, nel suo studio al quarto piano del grattacielo di proprietà di Grameen Bank a Dhaka: non lo disturba neanche il so spetto che questa venerazione sia un in granaggio inconscio attraverso cui nei Paesi ricchi ci si autoassolve del dramma della povertà. «I sentimenti nei miei con fronti sono genuini — osserva — poi pe rò le persone si sentono impotenti a cam biare il mondo».

Nelle sue stanze, Yunus dà un’impres sione di profondità semplice e priva di fanatismo. La saletta d’angolo dove lavo ra sembra più la biblioteca di uno studio so che l’ufficio di un banchiere. Agli altri venti piani dell’edificio, uno dei più belli in città, operano molte delle società da lui fondate con il marchio Grameen — dalla sanità, all’energia, all’informatica, alle telecomunicazioni, al tessile, al setto re alimentare — in cui Yunus figura rego larmente presidente del consiglio d’am­ministrazione.

Per la dimensione del Bangladesh, al cuni di questi gruppi sono colossi indu striali e leader di mercato ( vedi sotto) ma il quartier generale di Grameen Bank ha un’aria decisamente austera: luci al neon, mobilio spaiato e di risulta, com puter di quasi 20 anni fa, faldoni accata stati come in una banca di metà ’800. Una signora velata dorme profondamen te sulla scrivania delle segretarie, poi di colpo si sveglia e prende una chiamata. Nella sua lezione alla cerimonia del No bel nel 2006, Yunus disse che la banca «di routine è in utile» (pari a 13,5 milio ni di euro nel 2008) e certo i risultati so no impressionanti: quasi otto milioni di clienti in 85 mila villaggi del Bangladesh prendono il microcredito di Grameen. L’azionariato è composto al 96% dalle donne mutuatarie (il resto è dello Stato), Yunus è «un dipendente» e sui benefici del microcredito esiste ormai una lettera tura vasta e seria. Ora la banca deve fare i conti con sfide nuove. Per aiutare i villaggi colpiti dai ci cloni sempre più frequenti per l’effet to- serra, dice Yunus, «diamo nuovi pre stiti anche se non cancelliamo quelli pre cedenti: semmai estendiamo le scaden ze », ampliando il portafoglio crediti. Fon ti ufficiali di Grameen precisano che do po Aila, l’uragano che un mese fa ha di strutto i raccolti per 5 milioni di persone e le case di centinaia di migliaia, Grame en ha cessato di incassare le rate e dato cibo, acqua, aiuti sanitari.

Visto da Kalapara, 300 chilometri più a Sud sul Golfo del Bengala, il quadro ap pare però alquanto diverso. Qui Aila ha devastato i campi, ucciso il bestiame, contaminato i pozzi. E la filiale di Tiakha li Kalapara di Grameen Bank è passata a riscuotere la sua rata settimanale il gior no dopo il ciclone, racconta la 35enne Ta posi (il cognome non lo dà), portavoce di un gruppo di dieci donne clienti. Aiuti non se ne sono visti, mentre a novembre 2007 con il ciclone Sidr (10mila morti) la banca concesse l’equivalente di quasi cin que euro per cliente, pari a due giorni di guadagno di un guidatore di risciò, e un’estensione di sei mesi delle scadenze. «Stavolta non hanno atteso neanche po che ore per riscuotere», dice Taposi.

Vista dai villaggi del Bangladesh, Gra meen Bank sembra un’istituzione dete stata e temuta. Quasi impossibile trovare qualcuno disposto a parlarne bene. Ja mal Matubbar, 51 anni, consigliere co munale indipendente di Kalaparouri, un centro a 20 chilometri dal Golfo del Ben gala, è drastico: «Quella banca sta crean do enormi problemi alla nostra comuni tà, succhia il sangue alla gente come le formiche rosse».

Taposi e il suo gruppo di co-mutuata rie parlano, e a tratti piangono, come si sentissero prigioniere di Grameen. Fra le dieci nessuna ritiene di aver mai avuto un beneficio dai suoi prestiti. Il primo problema è la celebrata (in Occidente) obbligazione di gruppo nel caso di insol venza individuale: gli altri clienti devono ripianare. Secondo la banca è un modo per responsabilizzare le comunità. Ma Ta posi e le sue amiche devono autotassarsi quando una sola manca un pagamento, andando a loro volta in difficoltà: ciò mette Grameen Bank più al riparo dalle perdite ma crea liti e denunce nei villag gi. La banca sostiene che non punisce mai gli insolventi («Non usiamo stru menti legali»), ma non può ignorare che nei gruppi di clienti si litiga, ci si denun cia, ci si pignora a vicenda e si entra in cause che a volte finiscono con la prigio ne del debitore. A Kalapara, molti credo no che questo sistema sia volto a scarica re su altri, cioè sugli stessi clienti, il co sto dei ricorsi e delle sofferenze. «Se ho un reddito di un dollaro — si chiede Ta posi — perché devo pagare più di un dol­laro per un mutuo non mio?».
Un ulteriore problema è il nuovo credi to preso per sostenere il vecchio, specie quando i prestiti di Grameen vengono usati per comprare da mangiare e non per un’attività. È quanto accade spesso in villaggi colpiti da cicloni o inondazio ni, a maggior ragione perché Grameen inizia a riscuotere le sue rate settimanali già una settimana dopo aver concesso il credito. I casi in cui manca il tempo di far fruttare una nuova attività sono fre quenti, quindi gli oneri da interessi si ac cumulano: secondo Sheikh Hasina, pri mo ministro del Bangladesh, possono ar rivare al 36%.

Renu Hawlader, 25 anni, racconta di aver chiesto un prestito da 20 mila taka (205 euro) per ristrutturare il negozio di riso del marito, ma ne ha avuti solo 10 mila («Anche se in otto anni non ho mai mancato una rata»). Dalla prima settima na e per 50 in totale, come mostra il suo libretto di banca, Renu ripaga ora 200 taka di capitale, 30 di interessi e 20 di «deposito»: fa un onere del 12,5%. Pro prio il «deposito» è la voce più contesta ta dalle donne di Kalapara: non figura co me interesse passivo, ma viene richiesto dalla banca e va su un conto di risparmio che, accusano Renu, Taposi e le altre, la filiale blocca per dieci anni. Ossia, fino a 9 anni dopo l’estinzione del debito. Gra meen Bank non si impegna ex ante sul rendimento del deposito, ma chi riscatta i risparmi prima dei dieci anni non rice ve interessi: solo il capitale, eroso dall’in flazione. Kanan Bala, 43 anni, racconta: «Mio marito è falegname, dopo sette anni ab biamo dovuto ritirare il deposito per la bottega e la banca si è tenuta gli interes si. Sono con Grameen da 25 anni, ma per me non c’è sviluppo: ho provato a lascia re la banca e per tre volte mi hanno offer to nuovi fondi». Il «deposito» ha così un doppio effet to: vincola le clienti (Taposi dice che cam bierebbe istituto, se potesse riavere i suoi soldi) e finanzia Grameen Bank. L’at tività dell’istituto è infatti alimentata per intero dai depositi, a un costo del capita le dichiarato dell’8,56%.

Grameen Bank contesta la versione di queste donne. Sostiene che pratica un in teresse fisso del 10%, non richiede garan zie né depositi, prende impegni preventi vi sui rendimenti dei risparmi e versa in ogni caso gli interessi. Quanto alle rate re clamate subito dopo i cicloni, afferma, «questa non è la politica della banca». Se duto nel suo studio di Dhaka, Yunus pro pone anche un sistema a colori per qua lunque prodotto in vendita: «Rosso se nuoce al prossimo, giallo se c’è un dubbio in proposito, verde se non fa alcun male». Le filiali di Grameen nelle campagne del Bangladesh tendono al verde: spesso, so no gli edifici più imponenti del villaggio.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.microfinance.ws

sabato 4 luglio 2009

Samso è l'isola a emissioni zero



Vento, sole, e olio di canola

Gli abitanti usano turbine, pannelli solari e combustibili naturali
La gente convinta: qui partirà la rivoluzione verde nel mondo

KOLBY KAS (DANIMARCA) - Le dieci turbine a vento, piloni d'acciaio conficcati nel Mare del Nord ed emergenti per 77 metri, hanno cambiato il destino di un'isola. Al porto di Kolby Kas, centro geografico della Danimarca e dell'Europa, assicurano che quei piloni bianchi e sottili che portano energia buona alle loro case potranno cambiare il destino del mondo. Gli ambientalisti puri e Vittorio Sgarbi, da noi, li considerano l'ultimo insulto estetico, ma in questa isola della Danimarca grande tre volte Ischia - Samso, 4.500 abitanti - negli ultimi 12 anni le turbine hanno risollevato un'economia depressa dalla chiusura delle grandi fattorie, interrotto l'emigrazione dei giovani, richiamato ingegneri giapponesi e assessori olandesi.

Quelle 10 turbine "off shore", moderna diga al carburante fossile, hanno fatto sì che l'isola di Samso sia diventata il primo e per ora unico insediamento umano ad aver abbattuto totalmente le emissioni di anidride carbonica. Il sogno ambientalista, l'ultima frontiera di un mondo che ha scoperto di dover essere sostenibile.

Il ferry, dopo un viaggio di due ore da Kalundborg, scarica sul porto auto a benzina e camion diesel. Davanti agli attracchi si allargano tre silos della Q8. Il petrolio, qui, non è vietato, solo lo si sta superando. Lasciati scorrere i pochi produttori di Co2, inizia la processione di chi si avvia a piedi, in bicicletta, su un carro trainato da cavalli verso i bed and breakfast dei 22 villaggi. Dodici anni di rivoluzione ecologista hanno creato una fama e, oggi, chi viene qui in vacanza lo fa con passo lieve, il binocolo a tracolla, le mazze da golf nella sacca. I "samsingers", si chiamano così gli abitanti, coloro che cantano Samso, spiegano come le turbine siano state piantate anche in terraferma. Sono 11 e sono proprietà di residenti che ne possiedono le chiavi. In una turbina eolica si può entrare, salirne le scale, arrivare alla stanza dei rotori. Dove, premendo un pulsante, si libera la pala alla forza del vento e premendone un secondo si apre il tetto. Da lassù Samso si mostra con i suoi colori accesi e un equilibrio ideale fra canneti e campi da minigolf, fragoleti e bancomat.

Ventun turbine, 570 mila euro l'una il costo di quelle a terra, 2,2 milioni le "off shore". Un investimento da 28 milioni di euro che è stato aiutato dal governo danese con abbattimenti fiscali e affrontato dal Comune e dai samsingers. Chi non aveva il capitale, in media 15 mila euro, o non credeva nel progetto, 1 su 4, oggi continua ad alimentare casa con la nafta. E nessuno lo discrimina. Gli altri proteggono le loro turbine e riprogettano le abitazioni. Hanno addobbato i tetti con il muschio per mantenere il calore, ci hanno inserito pannelli solari grandi come lucernai per l'acqua del boiler. A Samso, dove il sole si vede da maggio a fine agosto, per riscaldarsi usano paglia e trucioli di legno, le biomasse. Fieri della loro quotidianità ecologica, diversi farmers hanno acquistato in continente motori che possono essere alimentati dall'olio di canola, un fiore giallo ocra buono per condire l'insalata e far muovere trattori.

Alla fine dei '90 qui importavano energia prodotta con il carbone. Nel 2001 avevano dimezzato le emissioni inquinanti, nel 2003 raggiunto l'autosufficienza energetica (pulita) e dal 2005 Samso restituisce alla Danimarca elettricità prodotta dal vento e dal sole. Quindi, i samsingers fanno profitti. "Quest'anno ho staccato un dividendo da 400 euro esentasse", racconta Jesper Kjems, giornalista di Aahrus che si è riciclato alla causa ecologista di Samso. "Siamo pronti per una nuova missione: far diventare l'isola un paradiso sostenibile". Vogliono importare auto elettriche, sfruttare le onde del mare, far crescere il riuso, vivere di raccolti e turismo leggero.

Sperimentare l'idrogeno. "Nel 1997 abbiamo vinto una gara e il governo ci ha chiesto di diventare un laboratorio di sostenibilità. Abbiamo dimostrato che in 10 anni si possono cambiare abitudini energetiche e stile di vita". Ecco, la Cina inaugura quattro nuovi impianti a carbone al mese. Nell'Isola di Samso l'elettricista Brian Kjaer ha sistemato in giardino una turbina più alta di casa e risparmia 2 mila euro l'anno. Erik Koch Andersen, tra i più radicali, in garage ha un trattore, un'auto e persino una pressa alimentati dall'olio dei fiori. A Samso sono certi: cambieranno il mondo.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.2.bp.blogspot.com

venerdì 3 luglio 2009

SAVNO LANCIA INNOVATIVO PROGETTO PILOTA: “ANCH’IO FACCIO LA DIFFERENZA!”




L’intera campagna ha come caratteristica principale quella di rendere il cittadino extracomunitario protagonista: la scelta di utilizzare dei volti di stranieri ha lo scopo di agevolare l’identificazione delle persone al messaggio veicolato. Ecco allora che nei manifesti realizzati per la campagna troviamo i volti di 12 persone che, nella loro lingua di origine, con traduzione in italiano, “comunicano” lo slogan e lo scopo della campagna: “Anch’io faccio al differenza!”.

Il manuale “Anch’io faccio la differenza!” contiene una descrizione dettagliata di tutte le tipologie di rifiuto, corredata da foto e disegni, e prevede accanto ai testi in lingua straniera la traduzione in italiano per incentivare l’integrazione degli immigrati il più possibile. È completato da schede contenenti tutte le caratteristiche e le istruzioni sul servizio di raccolta rifiuti di ciascun Comune.

Per ottimizzare il risultato anche la distribuzione terrà conto del target di riferimento. Lontani da un “volantinaggio a pioggia”, i supporti saranno veicolati attraverso “agenzie accreditate“ agli occhi degli utenti, tutte quelle strutture cui abitualmente si rivolgono (come l’Informagiovani, il Consultorio, la Caritas, lo Sportello Stranieri, la Questura, gli uffici postali, le Agenzie di lavoro interinale, i Phone Centers, le Union Banks, le Associazioni Culturali, etc..). L’obiettivo è anche quello di istituire un contatto diretto e continuo con i cittadini attraverso luoghi e persone conosciute, per rimettere in atto il potente sistema di “passaparola”, già dimostratosi efficace nella ricerca di un lavoro, o di una casa o nell’evasione di pratiche burocratiche.

12 lingue per il manuale della raccolta differenziata

articolo tratto da www.savnoservizi.it
immagine tratta da www.ecologiae.com

giovedì 2 luglio 2009

«Volo negli Usa, qui non ho futuro»


La ricercatrice delusa dall'Italia

Rita Clementi è partita per Boston dopo la lettera a Napolitano: «In questo Paese il merito non è premiato»

MILANO – È stata di parola. Rita Clementi è volata a Boston. Da giovedì lavorerà in un importante centro medico. Ha lasciato l'Italia, così come aveva promesso, la ricercatrice precaria di Pavia che ha scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per denunciare lo stato comatoso della ricerca nel nostro Paese e per raccontare la decisione di abbandonare l'Italia. Non è bastata a fermarla neanche un'offerta giunta all’ultimo minuto da un prestigioso centro di ricerca di Padova. Troppo tardi: «Ho dato la mia parola agli americani. Ora vediamo cosa succede. Non escludo un ritorno. Non è detto poi che non si possa collaborare tra Boston e Padova. D’altronde ricerca vuol dire collaborazione». Così, tirandosi dietro il suo trolley, dopo un ultimo bacio al marito e ai tre figli, la scopritrice dell'origi ne genetica di alcune forme di lin foma maligno ha girato i tacchi ed è entrata dentro l'aeroporto di Linate. Un volo low cost, via Londra per spendere meno, e le sue speranze volano Oltreoceano.

ITALIA ADDIO - Sul volo lavorerà a maglia, come fa sempre durante i lunghi viaggi. In valigia tanti articoli da leggere, qualche libro e il computer con dentro i file con quella ricerca di tutta una vita, bocciata in Italia ma che negli Usa le prospetta un futuro più certo. Addio università italiana, addio baroni, addio raccomandati. Nessun rancore, un po' di rabbia: «Cosa mi mancherà dell’Italia? Be’ a parte la mia famiglia, ma questa fa parte della mia vita personale, gli Stati Uniti sono un paese con tanti bei posti da visitare. Pardon, volevo dire l’Italia». Un bel lapsus quello di Rita. Un altro cervello cacciato dunque, non come erroneamente si dice “in fuga”. Come Rita, senza scrivere al presidente, sono da tremila a seimila gli studiosi italiani che silenziosamente vanno a far ricca ricerca e pil di altri paesi. Così all’Italia che spende 500mila euro in media per portare alla laurea uno studente (dalla scuola primaria all'università), rimane solo il compito di preparare costosissimi "cavalli di razza" della ricerca.

SISTEMA MAFIOSO - «Vado via con rab bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian do ad essere italiana», aveva scritto polemicamente nella lettera. «Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata». Di cosa? E la risposta è la solita: «Mancanza di meritocrazia e di fondi, meccanismi di promozione di carriera legati all’albero genealogico o alla simpatia». All’università di Pavia le sue parole non sono state prese bene. «Qualcuno si è lamentato. Dice che ho denigrato l'ateneo, ma ho detto solo la verità». Su Corriere.it oltre 400 messaggi: tanta solidarietà, tanti auguri e qualche sparuta critica. Ma un blog è arrivato a pubblicare i verbali dei due concorsi nei quali la dottoressa è stata "bocciata": «Avete confrontato i curriculum dei candidati? E sono limpidi i concorsi in Italia?» risponde Rita senza scomporsi. «Il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa nazione». Lei è stata danneggiata? «Non posso rispondere a questa domanda». Ha paura di ritorsioni? «Assolutamente sì». Incredibile, eppure stiano discutendo di università non di mafia. «I concorsi universitari erano dunque celebrati, discussi e decisi molto prima di quanto la loro effettuazione facesse pensare, a cura di commissari che sembravano simili a pochi "associati" a una “cosca” di sapore mafioso». Così scriveva il giudice Giuseppe De Benedictis in una sentenza sui concorsi truccati all’università. A questo punto buona fortuna. A lei e anche a chi resta, s'intende.

articolo tratto da www.corriere.it e www.affaritaliani.it
immagine tratta da www.claudiocaprara.it

mercoledì 1 luglio 2009

I magistrati: "Non è stata una fatalità"


I pm: «Le cause sono ancora oscure».
Le Ferrovie: «Ha ceduto un semiasse»
I macchinisti: «Nessun errore umano»

VIAREGGIO

Indica il semiasse del primo vagone rovesciato, o quel che ne resta, il tecnico di Trenitalia, «ma il nome non lo scriva ci hanno proibito di parlare», e in un paio di frasi chiude l’inchiesta: «Guardi - attacca con il volto annerito dal fumo mezzo coperto dal caschetto giallo - s’è rotto quello, all’altezza della boccola, e il vagone è deragliato, trascinandosi dietro gli altri. I binari non c’entrano nulla. Da vent’anni mi occupo di manutenzione ed è la rottura di quel pezzo la causa: può capitare, all’improvviso, ma può anche darsi che non tutti i controlli fossero stati fatti».

Parte da lì, «dal cedimento strutturale», anche la ricostruzione degli investigatori che però, per mestiere, devono sondare tutte le ipotesi, nessuna esclusa, e soprattutto, raccogliere prove e identificare eventuali responsabili. «Disastro ferroviario, omicidio colposo plurimo e incendio colposo», sono le ipotesi di reato del fascicolo (per ora contro ignoti) aperto dalla Procura di Lucca, in merito all’esplosione avvenuta lunedì notte a poche centinaia di metri dalla stazione di Viareggio. «C’è stato un deragliamento - ha spiegato il procuratore di Lucca, Aldo Cicala - il gas gpl è fuoriuscito dalle cisterne e poi si è verificata l’esplosione». Il magistrato aveva finito il sopralluogo all’alba, insieme al pm Giuseppe Amodeo, cui è stata affidata l’indagine.

Tra i primi atti, il sequestro del convoglio e, guarda caso, proprio della boccola del primo vagone: in soldoni, l’anello di metallo tra l’asse e le ruote. Ma non si depenna alcuna ipotesi, come ha poi sottolineato il procuratore generale della Toscana, Beniamino Deidda, che è stato subito informato dai colleghi di Lucca: «Per ora gli inquirenti non sono in grado di indicare con precisione la causa dell’incidente - ha detto - ma si stanno vagliando delle ipotesi sul deragliamento, come quella del cedimento strutturale di uno dei carri, ma al momento nessuna viene esclusa, tranne chiaramente e recisamente quella di un attentato». L’impressione è che s’indagherà a fondo sui collaudi e la revisione dei vagoni, perché alla fatalità non si crede molto: «Questo incidente non è frutto del caso - ha continuato Deidda - ma di precise azioni od omissioni che saranno attentamente vagliate».

Le prime parole a finire sulle pagine dell’indagine sono state quelle dei due macchinisti, Roberto Forchesato e Andrea D’Alessandro, ascoltati in mattinata al commissariato di Viareggio: «Abbiamo sentito come uno strappo, qualcosa che stava frenando il convoglio - hanno raccontato agli agenti - e abbiamo subito frenato. Sporgendoci dal finestrino abbiamo notato tantissimo fumo bianco». Ormai era troppo tardi, per l’esplosione è bastata la temperatura elevatissima generata dall’attrito sui binari, hanno spiegato i vigili del fuoco. «Abbiamo fatto appena in tempo a scappare». Poi è arrivata la fiammata. In stato di choc, erano stati medicati al pronto soccorso, per poi rientrare a La Spezia, dove abitano. S’erano sfogati solo con alcuni colleghi: «Siamo vivi per miracolo».

Per ora, gli indizi paiono escludere un loro errore: secondo i primi rilievi, il treno stava procedendo intorno ai 90 chilometri all’ora, una velocità consentita in quel tratto. Con «le longarine dei binari presumibilmente integre», ha spiegato un investigatore, si punta l’attenzione soprattutto sullo stato dei vagoni e, quindi, la loro manutenzione. A un primo controllo formale, tutti avevano i documenti in regola, con le date di collaudo non scadute: il prossimo era previsto per il dicembre 2009. Gli accertamenti richiederanno comunque tempo, perché il convoglio è di proprietà della multinazionale Gatx, che ha il quartier generale a Chicago, nell’Illinois, ma che ha la sede operativa della divisione ferrovie per l’Europa meridionale a Perchtoldsdorf, nei dintorni di Vienna. E qualche domanda andrà fatta all’amministratore delegato di Gatx Rail Austria, Johannes Mansbart.

Diverse le giurisdizioni anche per i controlli sui materiali: il primo vagone deragliato risulta immatricolato dalle ferrovie polacche, gli altri in Germania e Ungheria, almeno secondo le prime verifiche. Per questo, alla Procura, saranno necessarie alcune consulenze tecniche, a partire da quella che dovrà stabilire le cause della rottura della boccola. Gli investigatori vogliono però controllare anche l’effettività dei collaudi cui furono sottoposti i vagoni che, agli ordinari check up fatti alla partenza di ogni viaggio, sembravano in ordine: le verifiche fatte a Trecate non avevano evidenziato alcuna anomalia, hanno spiegato le Ferrovie dello Stato.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.corriere.it

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