MOVIMENTO 5 STELLE: IL PROGRAMMA

domenica 31 maggio 2009

La protesta dei vigili del fuoco



Il governo cancella assunzioni e fondi: «Ci hanno preso in giro»

L’AQUILA. Nel campo base - sulla strada provinciale per Monticchio - sono tutti al loro posto. I vigili del fuoco hanno uno strano modo di protestare: lavorano, se possibile anche di più. Il giorno dopo la proclamazione dello stato di agitazione c’è rabbia ma soprattutto amarezza. Non si aspettavano il colpo basso da parte del governo che ha negato loro nuovi mezzi, assunzioni e incentivi.

C’è chi li ha definiti gli angeli del terremoto, sono stati presi ad esempio per sacrificio e abnegazione. Hanno lasciato per settimane la casa e la famiglia per venire in Abruzzo ad aiutare i terremotati e rischiare la vita (un vigile del fuoco è morto nelle prime ore dei soccorsi e un altro è rimasto gravemente ferito). Si aspettavano un minimo di attenzione e invece per tutta risposta hanno avuto solo promesse che non sono state mantenute. In una nota i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil hanno scritto: «Le intenzioni del Ministro dell’interno Maroni esplicitate nell’a udizione alla Camera ed orientate a potenziare le risorse umane del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco nonché ad implementarne le risorse economiche per l’ammodernamento dei mezzi e per gratificare il lavoro della categoria dopo l’eccezionale sforzo compiuto in occasione del recente sisma abruzzese, sono miseramente naufragate al Senato. Il governo non ha voluto, collegialmente, far propri gli impegni più volte assunti dal ministro dell’interno e da altri autorevoli esponenti governativi. Il risultato è che tutti i proclami fatti non hanno prodotto alcun effetto pratico, i “ pompieri” vedono peggiorare le proprie condizioni organizzative ed economiche, alla faccia degli attestati di tutti i politici della maggioranza di governo che si sono succeduti a visitare le zone disastrate. Si è trattato quindi dei soliti “spot”; se questo è accaduto a noi, nutriamo forti dubbi anche sugli impegni relativi alla ricostruzione. A fronte di tale comportamento del Governo, che nei fatti ha contraddetto un proprio autorevole Ministro e dell’e nnesima beffa mediatica, la categoria non può restare inerme anche perché dall’adeguamento delle condizioni del servizio dipende il grado di tutela del cittadino. Pertanto viene proclamato immediatamente lo stato di agitazione ed annunciamo l’intenzione di ricorrere ad una prima giornata di protesta, che interesserà tutti i lavoratori del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco. Si intende attivata anche la procedura di conciliazione dei conflitti prevista dalle vigenti norme sul diritto di sciopero».

All’Aquila è stato diffuso un comunicato stampa a firma di Andrea Milani della Cgil, Fabio Bargagni della Cisl e Roberto Lenzi della Uil (che fanno parte del coordiamento regionale della Toscana) in cui si parla di «inaffidabilità mostrata dal governo rispetto agli impegni assunti».

Ha preso posizione anche la rappresentanza di base (Rdb -Cub) che in un volantino rivolto ai cittadini delle zone terremotate afferma: «Ora è toccato a noi, non vorremmo che con gli stessi sistemi domani tocchi alle famiglie colpite dal sisma».

L’emendamento che è stato bocciato in Senato e che era stato presentato dalla maggioranza prevedeva 600 assunzioni (anche se inizialmente ne erano state promesse 1200 sulle 5000 che sarebbero necessarie per coprire tutti i vuoti in organico), un finanziamento speciale per rinnovare il parco mezzi sottoposto in queste ultime settimane a un superlavoro (ci sono molte macchine rotte o che hanno bisogno di urgente manutenzione) e 15 milioni di euro come incentivo.

La protesta potrebbe sfociare in uno sciopero (anche se i servizi verrebbero comunque assicurati) se dal governo non arriveranno segnali positivi. Intanto i vigili del fuoco che in questi giorni sono all’Aquila (duemila) continuano senza sosta il loro lavoro (dal sei aprile circa 100.000 interventi). Sempre pronti a correre dove vengono richiesti, anche se pagati poco e scarsamente considerati nei piani alti della politica.

articolo tratto da www.ilcentro.gelocal.it
immagine tratta da www.lucacaporale.files.wordpress.com

sabato 30 maggio 2009

Firenze è la capitale delle multe. Quasi tre per ogni veicolo


Provate ad indovinare: qual è la città italiana dove la polizia locale fa più multe? Firenze. Lo afferma l´Aci, che ieri ha presentato una serie di dati al Secondo forum internazionale delle polizie locali in corso a Riva del Garda. A livello nazionale nel 2008 i verbali contestati dalle polizie locali sono aumentati della ragguardevole percentuale del 7,9%, raggiungendo quota 12,6 milioni, e Firenze si segnala come la città che conta il più alto numero di verbali in rapporto al numero delle auto circolanti: tre per ogni veicolo. Come dire che nel corso dell´anno scorso ciascun automobilista fiorentino ha «beccato» in media tre contravvenzioni. Seconda, assai distanziata, è Foggia con una multa ogni cinque auto.

Consultando i dati diffusi dalla polizia municipale di Firenze sulla rete civica del Comune di Firenze, risulta che i verbali emessi nel 2008 sono stati 859.959. In quasi un terzo dei casi, 250.315, i vigili urbani hanno sanzionato soste abusive (hanno staccato più multe gli ausiliari del traffico, 135.322, che la polizia municipale di ruolo, 115.093). Le contravvenzioni per transito nella corsia dei bus sono state 241.088, per transito in ztl 310.897, in senso vietato 1.053 e 37 addirittura per transito di veicoli su piste ciclabili. Per eccesso di velocità sono state fatte 22.422 multe con perdita di 119.655 punti dalla patente, ma la casistica è sconfinata e l´elencazione dei dati potrebbe continuare all´infinito.

Primo obiettivo delle sanzioni dovrebbe essere quello di indurre gli automobilisti a comportamenti più civili e quindi contenere il numero degli incidenti. «Tre incidenti su quattro avvengono in città - ha detto in proposito ieri al forum di Riva del Garda il presidente dell´Automobile club d´Italia Enrico Gelpi - e pertanto è sulle strade urbane che deve essere rafforzato il presidio della polizia locale, ma le multe devono essere finalizzate alla sicurezza stradale e non ad incrementare i bilanci».

Il contatore della polizia municipale di Firenze, aggiornato a ieri, diceva che nel 2009 incidenti e vittime continuano ad essere un numero insopportabile: 1.740 con 1.511 feriti e 9 morti.
articolo tratto da www.firenze.repubblica.it
immagine tratta da www.farm2.static.flickr.com

venerdì 29 maggio 2009

NON MI FA PAURA GOOGLE, MA IL MIO VICINO CHE LO USA PER CONOSCERMI


Quella che segue è una conversazione con Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante dei dati personali. Con lui abbiamo parlato di facebook, di Google e dell’inutilità di fare leggi “regolamentatrici” di internet. Domani un commento.

Professore, partiamo da Facebook. C’è un servizio che ha 11 milioni di utenti in Italia, che sospende le persone con messaggi in inglese cui non esiste un reale diritto di replica e di autodifesa, che ha “termini d’uso” scritti parzialmente in inglese. Lei non pensa che questa azienda dovrebbe avere un punto di rapporto con gli utenti del paese, qualcosa come un ufficio nazionale? Si fa fatica anche a trovare quello europeo…

Partirei dal fatto che la rete ha introdotto una nuova realtà. Ha duplicato la nostra esistenza, creando una dimensione non locale e “virtuale”, che ha regole del tutto diverse da quelle che vigono nella realtà in cui siamo vissuti per migliaia di anni. E’ però una dimensione che influisce - lo vedremo - sulla “vita reale”. E la globalizzazione, che internet ha reso possibile e che con internet ha interagito, ha creato un vuoto di regole, di autorità regolatrici sovranazionali e soprattutto un vuoto di consapevolezza nelle persone. Se guardassimo sotto questo aspetto alla crisi economica mondiale, potremmo trarne indicazioni molto utili…

E’ una dimensione problematica interamente nuova, che coinvolge il diritto, l’etica, il costume. Ovvio che si esplichi in alcuni fenomeni come i social network che sono globali in modo costitutivo. Contratti in lingue che le persone non conoscono, azionabili solo presso tribunali lontanissimi, ma anche condotte molto nuove, nelle quali le generazioni si separano. Pensi che contraddizione: ci sono giovani che posseggono la tecnologia ma sono del tutto indifesi nell’esposizione di sé e della propria vita, e “immigranti digitali” che per età potrebbero aiutarli ad essere più consapevoli, ma che non hanno le conoscenze per comunicare con loro in modo adeguato

Lei insiste molto sulla formazione del pubblico, delle persone. L’Autorità ha pubblicato un vademecum sui social network che andrà anche nelle scuole. Ma le faccio il caso di certe applicazioni Facebook che si presentano sotto l’aspetto del gioco, dell’intrattenimento, del test, che prelevano grandi quantità di dati, destinati ad essere usati successivamente. Come si regola l’Autorità, come si regolano le Autorità degli altri paesi su questo punto?

L’anno scorso è stata varata la “Carta di Roma” sui social network, un documento formale, approvato da tutte le autorità garanti. Propone una serie di raccomandazioni che poggiano su due concetti: è necessaria una comunicazione chiara agli utenti, ma è altrettanto necessaria la consapevolezza da parte delle persone della complessità del mezzo che stanno usando.

Dopodiché il problema che io sento è il pericolo di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Il pericolo cioè che per normare una dimensione che sfugge ad ogni definizione nota, si adottino regole che limitano in modo illegittimo la rete dal punto di vista della libertà degli individui. Anche nel modo di enunciare il problema c’è questa contraddizione tra un modo di ammonire e avvertire sui pericoli della rete, che può somigliare al genere narrativo dell’orco delle favole, e dall’altra il permanere di un far west dove i più deboli sono privi di tutela.

Ma lei sembra più preoccupato del processo generale…

Viviamo una novità assoluta. Una realtà che si dematerializza e si trasforma solo in dati e dove, quindi, il controllo di questi dati è fondamentale. Allo stesso tempo, ci troviamo a non avere alcuno strumento per esercitare questo controllo.

Sono molto impressionato, ad esempio, dalla cancellazione della distinzione tra passato, presente e futuro. Nasce una nuova linea temporale, dove passato presente e perfino il futuro si mescolano senza distinzione. Dove informazioni passate possono essere presentate, e prese in considerazione, prima di altre più recenti e corrette. Dove l’ordinazione di questi dati ubbidisce a criteri che non sono quelli dell’esattezza e della fedeltà.

Questa è una dimensione nuovissima, l’umanità non l’ha mai vissuta. Pensi al concetto di “rifarsi una vita” e a quello di autorappresentazione di sé. Una volta cambiavi paese, se ci riuscivi perfino l’identità, e avevi una ragionevole possibilità di rifarti una vita. Con internet è impossibile.

E ancora: io mando un curriculum al mio datore di lavoro, penso che questa mia presentazione basterà perché mi si valuti correttamente. Macché:, il datore di lavoro cerca con i motori e può trovare cose, magari remote nel tempo, che mettono in discussione l’immagine che ho dato di me. Ci sono casi di giovani che si vedono negare il lavoro per aver scritto di aver bevuto un bicchiere di troppo alla festa di laurea. Non credo che questa consapevolezza sia diffusa.

E “terrificante” e “entusiasmante” allo stesso tempo, è una sfida incredibile. Oggi è il mondo del diritto, forse il mondo dell’etica da ripensare. Di certo il mondo delle relazioni individuali. Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui io non sono più padrone di rifarmi una vita? Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui passato presente e futuro sono su una linea temporale unica?

Di certo significa che stiamo perdendo la possibilità di essere padroni della nostra autorappresentazione. Con un certo uso del motore di ricerca, viene meno il principio di finalità del dato. Io consento all’uso dell’informazione su di me solo per certe finalità e in base alla rappresentazione che voglio dare di me nei diversi contesti. E invece rischio magari di vedermi rappresentano davanti a una comunità professionale attraverso un’informazione fornita ad altri o per un comportamento sbarazzino di dieci anni prima.

Ora fino a questo punto della storia noi abbiamo vissuto in una dimensione in cui era possibile nascondersi, selezionare le informazioni da far conoscere e quindi autorappresentarci. La perdita di questa dimensione non è ancora chiara a tutti noi: l’autorappresentazione non è più nelle nostre mani. Per citare Bunuel: che fine ha fatto il “fascino discreto della borghesia” in internet?

Ma questo sposta la sede per le autorità della privacy: da Roma a Bruxelles, a New York, dove?

Col passaggio dalla realtà “reale” a quella virtuale le autorità per la privacy hanno completamente cambiato ruolo…

Scusi l’interruzione, ma se le propongo come tema che forse sarebbe meglio chiuderle?

Ci sto arrivando…le autorità si sono trovate sulla frontiera più moderna. Perché devono creare la precondizione per una vita libera e democratica. Una volta si trattava di garantire la sicurezza fisica delle persone come precondizione della vita sociale e civile, della libertà. Nella realtà virtuale la chiave è la sicurezza dei dati che circolano sulla rete e sui dati individuali. Il compito è spaventosamente difficile …

Sappiamo cosa abbiamo perso ma non sappiamo qual è il mondo nuovo. In questa situazione c’è la tendenza, tra i legislatori, a trasferire le norme della realtà “reale” sulla realtà virtuale… come se bastasse…

Certo, avessimo magari un problema e ci fosse bisogno di “una” soluzione sarebbe più semplice. Ma siamo di fronte al cambiamento di una dimensione della vita umana che incide nel rapporto fra uomo e mondo, fra uomo e natura. Non capisco gli uomini politici che non colgono fino in fondo questa complessità, che può far tremare le vene e i polsi, che ci fa sentire indifesi.

I motori di ricerca: ci sono tempi di conservazione dei dati che sono assai discutibili. Ma ancora più dicutibile è la tendenza ad accettare le autodichiarazioni dei motori sulla correttezza delle loro procedure sull’uso dei dati… Penso a certe affermazioni di Google sul funzionamento di AdSense. Bisogna accontentarsi delle loro parole?

Sulla conservazione dei dati c’è stato un lavoro a livello europeo, Google ha preso degli impegni sui tempi di mantenimento. E’ vero, continuiamo ad aver fiducia nelle dichiarazioni di queste strutture, ma non sfuggo al problema se la metto in altri termini: è più pericoloso cosa può sapere Google di me o cosa può sapere il mio vicino di casa su di me tramite Google?

Possiamo anche preoccuparci della “profilazione”, ma perdiamo di vista l’impatto sociale del mezzo. Cosa succede quando un professore fa lezione ma i suoi studenti possono vedere via Google cose relative alla sua vita passata che mettono in crisi il suo “standing” e il suo credito professionale. Non c’è un problema di ordinazione dei risultati? Di criteri ordinativi che non possono solo ubbidire al marketing o alla popolarità?

Temo che su questo non ci sia autorità di privacy che tenga
Invece se non vogliono avere un ruolo burocratico, le autorità possono fare molto per la consapevolezza delle persone. Sarebbe abbastanza facile mettersi a fare i controllori delle policy e delle pratiche di profilazione, ma il fulcro del problema non è questo.

Ultima domanda: dopo la legge francese Hadopi sui download illegali c’è chi, anche di fronte all’eventualità che un orientamento simile prevalga in Italia, ha sollevato obiezione di privacy sul problema dell’identificazione delle persone che effettivamente scaricano file su un certo indirizzo IP. La sua autorità era intervenuta su questo già in passato.
Noi in passato abbiamo ribadito che il gestore telefonico tiene traccia dell’indirizzo IP degli utenti solo per garantire la connessione. Lo abbiamo fatto sulla base dei principi fondamentali della protezione dati. Il fornitore di accesso non poteva fornire informazioni sul comportamento dell’utente in rete. Se non teniamo fermo il principio che i dati possono essere usati solo per le finalità per le quali se ne viene in possesso in virtù di un contratto o di una legge, si perde la bussola .

Se invece mi chiede sul fenomeno p2p , beh’ non possiamo asssistere con grande serenità alla vanificazione del diritto d’autore, trovo ragionevole remunerare chi mi fornisce un’opera dell’ingegno. Mi pare giusto fare in modo di superare il far west, ma mi pare che molti non si rendano conto dei pericoli insiti nell’estensione semplicistica alla rete di massicce attività di controllo.

articolo tratto da www.zambardino.blogautore.repubblica.it
immagine tratta da www.lineaquotidiano.net

giovedì 28 maggio 2009

Maschio, sposato, di mezza età, per l'Istat è il "nuovo disoccupato"


La crisi ha colpito anche le categorie di lavoratori che sembravano più garantite
Dal 1995 per la prima volta la crescita dei senza lavoro supera quella degli occupati

Per l'Istat è il "nuovo disoccupato"
Dal Rapporto Annuale emerge anche una maggiore vulnerabilità degli immigrati
Un milione e mezzo di famiglie ha gravi difficoltà per il cibo, i vestiti e il riscaldamento

ROMA - Tra i 35 e i 54 anni, maschio, residente al Centro-Nord, con un livello di istruzione non superiore alla licenza secondaria, coniugato o convivente, ex titolare di un contratto a tempo indeterminato nell'industria. E' il "nuovo disoccupato", secondo la descrizione che ne fa il Rapporto Annuale dell'Istat. Perché la crisi non ha prodotto solo disoccupati 'di lusso' come i manager, non si è accanita solo sulle categorie da sempre in Italia ai margini del mercato del lavoro: i meridionali, i giovani, i precari, le donne. La novità della crisi è che a perdere il lavoro sono "i padri di famiglia", le figure di riferimento, che magari portavano a casa stipendi mediocri, ma tali comunque da permettere ad altre persone (moglie, convivente, figli o altri parenti) di condurre un'esistenza dignitosa.

Più disoccupati anche tra gli stranieri. La crisi non ha risparmiato neanche gli stranieri, e anche in questo caso, i più colpiti sono stati gli uomini di età media: "L'andamento dell'ultimo anno - si legge nel Rapporto - segnala un forte calo delle donne disoccupate con responsabilità familiari, soprattutto di quelle con figli, arrivate a incidere non più del 70 per cento a fronte del 78 per cento di tre anni prima. Al contrario, gli effetti della crisi sembrano aver investito i loro coniugi/conviventi uomini, la cui incidenza è invece aumentata in maniera significativa, specie negli ultimi tre trimestri".

Va peggio alla fascia 40-49 anni. Tanto che nel quarto trimestre del 2008 la quota dei disoccupati stranieri arriva a superare il 10 per cento del totale dei senza lavoro, contro il 6,1 per cento del primo trimestre del 2005. "In particolare - rileva l'Istat - gli stranieri tra i 40 e i 49 anni accusano più degli altri gli effetti della fase recessiva, e spiegano circa il 50 per cento dell'incremento della disoccupazione maschile".
Il deterioramento del mercato. Dunque i due fenomeni sono collegati. I maschi adulti con carichi familiari, italiani o stranieri, sono diventati i più vulnerabili in una situazione di generale peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro: infatti nel 2008, per la prima volta dal 1995, la crescita degli occupati (183.000 unità) è inferiore a quella dei disoccupati (186.000 unità).

La disoccupazione si fa adulta. Perdono il lavoro i titolari di un contratto a termine, o atipico. Ma vengono licenziati anche i titolari di un contratto a tempo indeterminato ( 32 per cento nel 2008). In dettaglio, questa l'analisi dell'Istat: "Un disoccupato su quattro ha un'età compresa tra i 35 e i 44 anni, mentre l'aumento delle persone tra 35 e 54 anni spiega quasi i due terzi dell'incremento totale della disoccupazione. Si è passati nel tempo da una disoccupazione da inserimento, essenzialmente concentrata nei giovani con meno di 30 anni fino alla metà degli anni Novanta, a una sempre più adulta. Nel corso del 2008 questa tendenza ha accelerato".

Più 'padri' atipici o precari. La crisi ha colpito di più le famiglie con figli, a loro volta vittime di un mercato del lavoro che più che mai li respinge (il tasso di occupazione dei 'figli', pari al 42,9 per cento, nel 2008 è sceso di sette decimi di punto rispetto al 2007). E allora, accanto alla disoccupazione dei 'padri', si registra un peggioramento del tipo di lavoro. "Tra il 2007 e il 2008 i padri con un'occupazione part time, a termine o con una collaborazione sono 17.000 in più; quelli con un'occupazione 'standard' 107.000 in meno": cioè tra i tanti che vengono licenziati, qualcuno riesce a riciclarsi con un lavoro precario. Tra padri e figli, i più colpiti sono quelli meno istruiti, che al massimo hanno un diploma di scuola media superiore.

Le famiglie che non arrivano a fine mese. La diminuzione o il venir meno dei redditi da lavoro produce povertà. L'Istat individua circa un milione e 500.000 famiglie (il 6,3 per cento del totale) che arrivano alla fine del mese "con grande difficoltà" e che, nell'81,1 per cento dei casi, dichiarano di non essere in grado di affrontare una spesa imprevista di 700 euro. In questo gruppo ci sono le famiglie indietro con il pagamento delle bollette, che non possono permettersi di riscaldare adeguatamente l'abitazione (45,8 per cento). Hanno difficoltà ad acquistare vestiti (62,9 per cento) o ad affrontare le spese per malattie (46,6 per cento). In genere le famiglie di questo gruppo contano su un unico percettore di reddito con un livello di istruzione non superiore alla licenza media, di età inferiore ai 45 anni. Ci sono poi 1,3 milioni di famiglie che hanno difficoltà leggermente inferiori, ma che spesso, a causa dei redditi bassi (nella maggior parte dei casi possono contare su un unico percettore di reddito che ha la licenza media inferiore), hanno difficoltà nei pagamenti, nell'acquisto di alimenti e vestiti, e anche nel riscaldamento della casa.

Le famiglie 'agiate' sono 10 milioni. All'altro estremo si collocano le famiglie agiate: 1,5 milioni che arrivano alla fine del mese "con facilità o con molta facilità", 8,6 milioni che lamentano solo qualche difficoltà sporadica, "imputabile più allo stile di consumo che a vincoli di bilancio stringenti". Abitano soprattutto al Nord, con una prevalenza di residenti in Trentino Alto Adige e in Valle d'Aosta.

Le famiglie con difficoltà relative. Al centro si collocano le famiglie che non hanno difficoltà economiche eccessive, ma che non risparmiano (spesso si tratta di anziani); le famiglie giovani gravate da un mutuo per la casa, che assorbe una parte più che consistente del reddito disponibile; e infine le famiglie cosiddette 'vulnerabili'. Si tratta di 2,5 milioni di famiglie, il 10,4 per cento del totale: sono a basso reddito, una parte ha una casa di proprietà, una parte vive in affitto. La loro vulnerabilità è data dal fatto che contano su un solo percettore di reddito, che nel 41,4 per cento dei casi ha preso soltanto la licenza elementare.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.ecn.org

mercoledì 27 maggio 2009

Tribunale di Roma: «Mentana deve essere reintegrato a Matrix»


MEDIASET: «SENTENZA SORPRENDENTE, FAREMO APPELLO»

Il giudice del lavoro: «Il giornalista deve tornare alla conduzione della trasmissione. L'azienda paghi i danni»
ROMA - Enrico Mentana deve essere reintegrato alla conduzione di Matrix. Lo ha disposto il Tribunale di Roma ordinando il reintegro del giornalista alla guida del programma di Canale 5.

LA DECISIONE - Il giudice del lavoro Guido Rosa ha infatti dichiarato illegittimo il licenziamento di Mentana e ha ordinato alla RTI di reintegrarlo nel posto di lavoro con le mansioni di realizzatore e conduttore del programma, condannando inoltre l'azienda al risarcimento del danno. Il giornalista, difeso dagli avvocati Domenico e Giovanni d'Amati, che si era dimesso dal ruolo di direttore editoriale, aveva sostenuto di essere stato «dimissionato» anche da giornalista e conduttore di Matrix e pertanto illegittimamente licenziato, per avere criticato la decisione editoriale di mantenere inalterata la programmazione di Canale 5 (vale a dire la messa in onda del Grande Fratello) in occasione della morte di Eluana Englaro.

REPLICA - Immediata la reazione dell'azienda: «Mediaset prende atto della sentenza, a nostro avviso sorprendente, nella causa intentata da Enrico Mentana contro il nostro Gruppo - si legge in una nota. - Attendiamo di conoscere nel dettaglio le motivazioni della stessa, non ancora depositate dai magistrati, ma fin d'ora rendiamo noto che appelleremo questa decisione in tutte le sedi competenti».

LEGALE MENTANA - «La sentenza che obbliga Mediaset al reintegro di Mentana è tutt'altro che sorprendente. I fatti sono noti. Non c'è stato bisogno di istruttoria. È di tutta evidenza che Mentana è stato privato del suo lavoro dopo avere espresso il suo dissenso dalla linea editoriale in occasione del caso Englaro». Lo afferma l'avvocato difensore di Enrico Mentana Domenico D'Amati, intervistato dal direttore di Articolo21 Stefano Corradino. «Pur essendo necessario attendere il deposito della motivazione per esprimere una compiuta valutazione - sostiene il legale - si può affermare sin d'ora che il Tribunale ha accolto in pieno la nostra impostazione della controversia in quanto ha ravvisato l'esistenza di un licenziamento, mentre la Rti sosteneva la tesi delle dimissioni, ed ha applicato l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori». È anche un problema di negazione della libertà di espressione? domanda Corradino. «Il lavoro del giornalista - risponde D'Amati - è particolare perchè consiste nell'esercitare professionalmente il diritto tutelato dall'art. 21 della Costituzione. Per questo quando un giornalista viene licenziato, il problema della libertà di informazione si pone sempre». L'avvocato di Mentana è stato anche il legale di Michele Santoro. «Cos'ha in comune questa sentenza con quella di Santoro?» gli chiede Art.21 nell'intervista? «Si tratta di due bravi giornalisti - conclude D'Amati - messi al bando nonostante abbiano sempre svolto correttamente e con successo la loro professione».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.federicominniti.files.wordpress.com

martedì 26 maggio 2009

Class action solo in 11 tribunali



IL SENATO APPROVA LA NORMA


Il ricorso potrà essere presentato nelle sedi regionali dedicate. Niente azioni collettive contro i crack finanziari avvenuti prima del 1° luglio 2008. Cancellata l'iniziativa esclusiva delle associazioni dei consumatori


Avete comprato un prodotto difettoso? Siete rimasti vittime del crack finanziario di un'impresa o delle pratiche commerciali scorrette di un'azienda di servizi? Consumatori, scaldate le denunce: il 1° luglio entrerà finalmente in vigore la legge italiana sulla class action, l'azione collettiva risarcitoria.

Dopo un anno di proroghe, la normativa è stata recentemente "ripulita" in Senato: un emendamento appena approvato dalla commissione Industria del Senato riduce a 11 i tribunali presso i quali si potrà avviare un'azione collettiva. Inoltre il nuovo testo non stabilisce alcun risarcimento monetario quando la class action è avviata contro la pubblica amministrazione, o contro una società fornitrice di un servizio pubblico in concessione, seguendo il dettato della legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione targata Brunetta, per la quale si attendono i decreti attuativi. La nuova versione della legge prevede, inoltre, che l'azione collettiva non si potrà esercitare per i default finanziari precedenti il 1° luglio 2008 (vedi crack Parmalat e Cirio), e quando sulla stessa ipotesi di reato è stata aperta una procedura di un'Autorità garante. Infine, la class action potrà essere anche individuale: è stata cancellata dal testo l'iniziativa esclusiva delle associazioni dei consumatori.

Vediamo la legge sulle cause collettive punto per punto.

Class action, che cos'è
Uno o più soggetti che ritengono di essere stati danneggiati da un comportamento di un'impresa o di un ente possono agire per l'accertamento della responsabilità e per chiedere un risarcimento del danno valido per tutti coloro che hanno aderito alla causa. Uno dei vantaggi dell'azione di classe rispetto alla via tradizionale della citazione in giudizio individuale è che, almeno nella fase iniziale, non ci sono spese per il patrocinio di un avvocato.

Chi la propone
L'azione legale può essere proposta con un atto di citazione al Tribunale competente dal singolo cittadino, da un'associazione o da un comitato. Se più soggetti presentano domande per gli stessi fatti, le procedure vengono riunite. Il nuovo emendamento toglie alle associazioni dei consumatori l'esclusiva nel promuovere l'azione, prevista invece nella prima versione della legge.

La procedura e i tribunali abilitati
Chi intende avvalersi della class action aderisce direttamente alla causa collettiva senza avere bisogno di un avvocato. Con l'adesione, però, si rinuncia a ogni altra azione individuale. L'atto di citazione dell'impresa o dell'ente che ha provocato il danno deve essere depositato presso la cancelleria del Tribunale competente. I tribunali abilitati sono undici e si trovano nei seguenti capoluoghi di regione: Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Cagliari. A Torino, Venezia, Roma e Napoli fanno capo anche i tribunali di altre regioni (GUARDA LA MAPPA).

Una volta depositata la richiesta di class action, il Tribunale ne dovrà verificare i requisiti di ammissibilità, avvalendosi, solo in questa fase, del pubblico ministero, al quale va notificata una copia della domanda. Saranno respinte, ad esempio, le richieste che non riguardano identici diritti, oppure quando il proponente non è in grado di curare adeguatamente l'interesse della 'classe' di consumatori rappresentati. In caso di inammissibilità, il Tribunale può condannare i proponenti a risarcire gli eventuali danni all'impresa. Se invece la domanda viene giudicata legittima, il giudice ne consente l'opportuna pubblicità, utilizzando anche il sito internet del ministero dello Sviluppo Economico, in modo che anche gli altri consumatori che ritengano di aver subito il medesimo danno possano aggiungere le proprie firme. Le adesioni si accettano per 120 giorni dal momento della pubblicazione della richiesta. Una volta chiusa la lista degli aderenti, parte la fase processuale che segue le regole del rito civile. Se la causa si conclude con il successo dell'azione collettiva, con la sentenza di condanna il Tribunale liquida le somme dovute (o fissa i criteri per il calcolo della liquidazione) ai singoli consumatori che hanno aderito.

Quando si applica
Sono sostanzialmente tre i settori in cui può essere applicata la normativa italiana sulle azioni collettive.
1. Contratti per servizi di fornitura: la class action si applica per difendere i diritti contrattuali di una pluralità di consumatori che utilizzano servizi bancari, assicurativi, telefonici e, più in generale, di fornitura. In questo settore rientrano anche i servizi finanziari e si colloca il possibile profilo di responsabilità, per negligenza, dell'intermediario finanziario nel caso in cui non venvano rispettati i vincoli di informazione correttezza e trasparenza imposti dal Testo Unico della finanza.

2. Prodotti di consumo difettosi: l'azione collettiva può essere proposta dai consumatori finali di un dato prodotto difettoso o pericoloso nei confronti del produttore. In questo caso, a differenza del precedente, non serve l'esistenza di un contratto tra le parti.

3. Pratiche commerciali scorrette: si potrà applicare la class action anche contro quelle imprese che adottano comportamenti anticoncorrenziali (ad esempio nel caso di 'cartelli'),

I paletti
Il nuovo emendamento pone limiti precisi:
1. Limitazione della retroattività: la possibilità per i consumatori di ricorrere alla class action scatta soltanto per gli illeciti avvenuti a partire dal primo luglio del 2008. In tal modo si vieta di far ricorso collettivo sulle più note vicende che hanno colpito i risparmiatori, da Cirio a Giacomelli, da Parmalat ai bond argentini.
2. Niente soldi dalla class action contro la Pa: la legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione voluta dal ministro Brunetta e il conseguente decreto legislativo in fase di redazione ammettono l'azione collettiva nei confronti dei servizi pubblici. Ma dalla class action nel pubblico gli utenti non ricaveranno un euro: non si tratta di un'azione a carattere risarcitorio, ma di uno strumento per tenere sotto pressione l'amministrazione pubblica e costringerla a rispettare determinati standard di qualità ed efficienza. Il decreto delegato ammette anche la possibiltà di class action nei confronti dei concessionari dei servizi pubblici ma, per atteuarne l'impatto, blocca l'azione collettiva se un'Authority o un organismo con funzioni di vigilanza e controllo abbia avviato un procedimento sulla stessa ipotesi di reato.
3.Esclusi i beni destinati ad attività professionali: sono esclusi dalla normativa i diritti delle persone giuridiche e dei professionisti in relazione a un difetto di fabbricazione di un bene di consumo. La legge parla infatti di consumatori e utenti ed esclude i beni acquistati, ad esempio, da un professionista nell'esercizio della sua attività.

Cosa ne pensano le associazioni dei consumatori
Secondo Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori, con la riduzione a 11 tribunali presso i quali si potrà avviare una class action "si concentreranno tutte le azioni collettive nelle mani di pochi giudici e si rischieranno code intermonabili per i processi". Non piacciono, poi, i limiti imposti alla class action contro la pubblica amministrazione. Molto delusa anche Mara Colla, il presidente di Confconsumatori, una delle associazioni che negli ultimi anni si è resa protagonista di molte cause di risarcimento contro i crack di Parmalat e Cirio, ai quali l'azione collettiva non potrà essere applicata. Ma quello che proprio non va giù a Carlo Pileri, presidente dell'Adoc, è il mancato riconoscimento del ruolo delle associazioni dei consumatori: "Il nostro coinvolgimento - spiega Pileri - sarebbe stato una garanzia per il buon esito dell'azione risarcitoria collettiva. Lasciando libera iniziativa al singolo, si potranno avviare migliaia di azioni che renderanno il tutto ingestibile".

articolo tratto da www.canali.kataweb.it
immagine tratta da www.townoftazewell.org

per approfondimenti clicca qui:

lunedì 25 maggio 2009

Il sindaco mette al bando la Coca-Cola



«Lo spot anti-crisi rovina gli alberghi»
Caorle contro l'invito alle feste in famiglia: ora beviamo chinotto

MILANO — In tempi di crisi succede anche questo: che una multinazionale come Coca-Cola inviti a un ritorno alle cose semplici (vacanza-dalla-nonna & festa-in-famiglia); che il sindaco di una storica località marittima come Caorle minacci al grido di «pubblicità deleteria» il boicottaggio delle bollicine griffate in difesa di albergatori & ristoratori made in Veneto, e che il colosso americano, in risposta, voli a Caorle per chiarire la questione. Tutto parte dall'ultimo spot anti-recessione di Coca-Cola e dalla sua cartoon-testimonial: la piccola «Giulia di Pisa» che alla parola crisi risponde con «ottimismo». «Forse perché a me bastano le cose semplici», dice suggerendo la sua ricetta della felicità a basso costo: «Io preferisco andare in bici che in una supermacchina, in vacanza dalla nonna più che in un resort, la pizza al sushi, un panino al salame al caviale, perché a una festa di gala preferisco stare a casa a mangiare il ragù della mamma».

Quando Marco Sarto, 43 anni, sindaco di Caorle, ha sentito per la prima volta lo spot alla radio era in auto. «Sono andato su YouTube, ho visto il video e non ho più avuto dubbi: quella pubblicità ci danneggia». Detto fatto, dichiarazione di disapprovazione alle agenzie: «Spot inopportuno per contenuti e tempistica». Invito a ritirare la pubblicità: «Meglio promuovere la felicità prodotta insieme da bollicine e vacanza». Minaccia di una campagna di boicottaggio: «Torniamo al chinotto». Il sindaco — ora alla guida di una lista civica di centrodestra, ma nel primo mandato di centrosinistra — ricorda quando da ragazzino sulla spiaggia si beveva praticamente solo quello. «Ecco — dice — al consumismo delle multinazionali noi rispondiamo con un chinotto, o con un buon bicchiere di vino. Non metto in discussione la bontà della Coca-Cola, ma difendo il nostro prodotto: la genuinità di una vacanza nel nostro territorio». Antonio Borin, nel suo Savoy, è già passato ai fatti: «Chi beve chinotto beve Veneto», ha dichiarato al Corriere del Veneto. E giù bicchieri di chinotto («senza vietare la Coca»). Il vicesindaco Gianni Stival, gestore del Baja Blu, sta meditando una conversione alla Pepsi. Ascom e Apt puntano sul locale: «La famiglia media italiana non è quella dei Simpson».

Caorle conta quasi 12 mila abitanti, ma in estate si sfiorano i 100 mila. E così Coca-Cola ha preso in mano il telefono e chiamato il sindaco per fissare un appuntamento: martedì l'incontro. «In 25 giorni mai ricevuto una critica», afferma Alessandro Magnoni, direttore generale della Comunicazione di Coca-Cola in Italia. Progetti di ritiro? Modifiche? «Nessuno. In un momento di contrazione bisogna ritrovare la felicità. E gli italiani, dicono le ricerche, sono felici stando insieme a tavola e anche bevendo Coca-Cola». Sarto ammette di essere rimasto un po' sorpreso per la mancanza di accodamenti da parte di altri colleghi. Ha trovato la benedizione del vicepresidente della Regione e assessore del Turismo Franco Manzato: «Si può essere in famiglia in ogni angolo turistico del Veneto». Ma ha anche incassato la critica di Movimento consumatori e Codici: «Si rivedano tariffe e rapporto qualità-prezzo. Se sono vantaggiosi, Caorle non ha nulla da temere».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.ciaocaorle.com

domenica 24 maggio 2009

acqua contaminata, o informazione contaminata?


Il Corriere pubblica un pezzo che demonizza l'acqua di rubinetto. Diamo qualche chiarimento.


"Acqua contaminata da un rubinetto su quattro”. Il titolo allarmista dell'articolo pubblicato sul Corriere della Sera scava un baratro tra i cittadini italiani e le società che gestiscono i nostri acquedotti.

“Ricerca su 50 città in 17 Regioni. Dai derivati del cloro ai batteri, le sostanza pericolose”. La ricerca citata dal Corriere è realizzata dal Centro europeo di ricerca acque minerali (Ceram), un'istituzione privata, in collaborazione con le due Università di Napoli (la Federico II e la Seconda università).
È stato finanziata dall'Università Federico II, da due aziende di gestione del servizio idrico e sostenuta da Mineracqua, l'associazione che raggruppa gli imbottigliatori di acqua minerale. Ma, soprattutto, non è ancora stata pubblicata.
Massimiliano Imperato, direttore del Ceram e curatore dello studio, ci spiega che la bozza è arrivata nelle mani di Mario Pappagallo, giornalista del Corriere, per una fuga di notizia. Pappagallo scrive che “il 32,82% dei cam pioni da rubinetto presenta limiti oltre la norma di composti organoalogenati; il 72,82% di trialometani; il 77,44% di entrambi”.
Imperato, che abbiamo raggiunto al telefono, spiega ad Ae che “il Corriere dovrà fare una bella rettifica. L'acqua italiana è, in media, di buona qualità. Nel nostro studio facciamo riferimento alla presenza di 'contaminanti antropici', di origine non naturale, nell'acqua, ma non entriamo nei limiti di legge”. L'attenzione, però, dev'esser posta “alla disfunzione dei rubinetti, delle reti idriche condominiali. Una banalità come far ripulire i serbatoi condominiali, ad esempio, potrebbe ovviare il problema. Ma pochi lo fanno”.

Per inciso, Mario Pappagallo è lo stesso che pochi mesi fa ha pubblicato un libro intitolato “Atlante delle acque minerali” (per l'editore Actabook), libro scritto a quattro mani con Umberto Solimene -che insegna Terapia medica e Medicina termale all’Università degli Studi di Milano-. Il libro è sponsorizzato da San Pellegrino, cioè da Nestlé.
Gli autori nell'Atlante definiscono l'acqua minerale come un “nutraceutico” (un neologismo), una bevanda cioè che alla primaria funzione di idratazione unisce proprietà benefiche per l’organismo. “Ma di quale acqua dobbiamo servirci? -si chiedono nel capitolo 'L'acqua minerale nell'alimentazione umana: bere sano'- Possiamo aprire semplicemente il rubinetto e bere a volontà o è preferibile orientarsi verso le acque minerali? Difficile l'acqua che sgorga direttamente nelle nostre case è ideale per l'organismo, soprattutto se viviamo in una zona industrializzat o caratterizzata da un'inte[n]sa attività agricola”.
Una linea che Pappagallo continua a cavalcare nel suo articolo.

articolo tratto da www.altreconomia.it
immagine tratta da

sabato 23 maggio 2009


C'erano una volta le radio libere... A dire il vero qualcuna ce ne è ancora. E per fortuna. Vedi alla voce: Radio Popolare Roma. La radio libera della capitale. Diretta da Marta Bonafoni e Pasquale Melchiorre. E nata, due anni fa, dall'incontro tra Radio popolare di Milano e il centro sociale Brancaleone.
Quella è la scuola. Microfoni aperti a raccogliere le voci che cadono fuori dal main straeam. Ogni giorno quasi dieci ore di informazione. Su Roma e non solo. Con tanto spazio alla Rete dei comitati cittadini, alla Città dell'Altraeconomia, ad Action, Lettera 22, Legambiente Lazio, Progetto Diritti, le comunità rom romane, L'Inkontro, la Scuola Romana dei Fumetti, Sentieri Selvaggi. Le dirette dal Campidoglio e dal palazzo della Regione. E, ovviamente, musica a volontà.

Sempre bello e utile ascoltare questa radio che vive in diretta grazie alle venti persone che lavorano nella sua redazione. E al contributo dei suoi ascoltatori. Mobilitati in queste ore per la campagna abbonamenti, che come ogni anno ritorna puntuale. Slogan: cinque euro (al mese) uguale libertà. Ovvero: 60 euro l'anno, il costo dell'abbonamento, in cambio di tanta infornazione difficilmente sostituibile. Tanta bella musica. E meno spot pubblicitari: quattro volte in meno delle altre radio.

Da oggi, mercoledì 20 maggio, a domenica 24 maggio cinque giorni di trasmissioni speciali. Con interventi speciali di Alessandro Mannarino, Stefano Benni, Radici nel Cemento, Roberto Angelini, Mini K Bros, Torpedo, Scuola Romana di Circo e Luminal. Gli artisti che animeranno gli ultimi due giorni della campagna abbonamenti di Radio Popolare Roma.

Per abbonarsi basta chiamare lo 06 899 291 41 oppure mandate una e-mail a abbonamento@radiopopolareroma.it

articolo tratto da www.unita.it
immagine tratta da www.radiopopolareroma.it

venerdì 22 maggio 2009

Il cemento simpatico cancella i graffiti




Scoperto il materiale in grado di eliminare vernici e smog

Provate a immaginare la scena: un writer «attacca» una parete esposta al sole, scuote la bomboletta e lascia la sua firma. Sul muro però non si vede niente. Come se la bomboletta non funzionasse. O lo spray fosse trasparente. E invece no: è il muro che distrugge lo spray, che scompone e demolisce polveri sottili, smog, residui dei gas di scarico. Il cemento potrebbe diventare il peggior incubo dei graffitari. E risolvere un bel po’ di problemi anche ai bilanci degli enti pubblici, sgravati dal peso di massicce operazioni di pulizia ai monumenti. Al Nis, il centro per le nanotecnologie dell’Università di Torino, ci stanno lavorando, seguendo un progetto per conto di uno dei colossi del cemento italiano.

Hanno anche avviato una sperimentazione con il Comune di Torino. E ci sono quasi: «Tecnologia e materiali funzionano», spiega Gabriele Ricchiardi, chimico e segretario dell’istituto. «C’è solo da migliorare l’efficienza, ancora troppo bassa». Il «cemento simpatico» («fotocatalitico», per la scienza) esiste e funziona; bisogna solo perfezionare l’efficacia. Poi tanti writer rischieranno di trovarsi disoccupati. E altrettanti amministratori di condominio e inquilini saranno sollevati all’idea di non doversi più svenare per tinteggiare le facciate dei palazzi. E pensare che è tutto merito del sole. Il meccanismo è semplice e funziona grazie all’ossido di titanio, un composto fotoattivo che, assorbendo la luce (anche quella artificiale), e risucchiandola, decompone gli agenti inquinanti. «Le radiazioni del sole scatenato l’azione dell’additivo, che attiva l’ossigeno presente nell’aria, lo trasforma e lo aiuta a pulire, scomporre ed eliminare gli agenti inquinanti, rendendoli innocui», racconta Salvatore Coluccia, docente di Chimica e coordinatore del gruppo di ricerche sulle nanotecnologie.

Le sperimentazioni dimostrano che abbatte anche sostanze organiche vegetali, solventi, di quelli utilizzati nelle officine, e vernici. Basta stenderlo su una parete. «Può essere annegato nel cemento, per le nuove costruzioni», spiega Coluccia. «Ma funziona anche sugli edifici vecchi: basta mescolarlo a una sorta di vernice incolore e spalmarla su muri e facciate, rendendoli, da quel momento, immuni». E c’è addirittura chi pensa di rimpiazzare l’asfalto - che si deteriora, si sporca, non riesce ad assorbire i detriti - con il calcestruzzo «simpatico». «Il cemento fotoattivo - dice Coluccia - può decomporre i residui lasciati dai pneumatici e persino le gomme da masticare che s’appiccicano». Una mezza rivoluzione. Il costo? «Al momento viene commercializzato a un prezzo dieci volte superiore al calcestruzzo. Ma si potrebbe arrivare a renderlo disponibile a un costo di poco superiore al normale cemento», spiega Ricchiardi. Quando si potrà applicare su vasta scala? Difficile prevedere, ma test ed esperimenti procedono spediti. E i giganti dell’edilizia sono pronti a investire. Del resto, materiali e meccanismi sono naturali, riproducono «lo stesso processo con cui l’aria si autopulisce lentamente grazie all’ossigeno che contiene», spiega Coluccia. «Elimina le scorie per purificarsi. Il problema, nelle nostre città, è che le impurità sono talmente tante e massicce che da sola l’aria non fa in tempo a depurarsi. Anzi, accumula scorie». Con l’ossido di titanio è un’altra storia: «Le radiazioni solari sono una sorta di moltiplicatore della rapidità del procedimento. Noi acceleriamo un processo naturale».

articolo tratto da www3.lastampa.it
immagine tratta da www.scattomatto.blog.kataweb.it

giovedì 21 maggio 2009

Tv digitale: coro di proteste contro la rai



Bene Rete4, problemi per il secondo canale: "Memorizzare come se fosse tutto nuovo"

Risintonizzare. Ecco la parola magica nel primo giorno di tivù digitale in Piemonte. Risintonizzare: è l’imperativo per poter vedere non solo il secondo canale Rai ma anche il primo, il terzo e il quarto attraverso decoder esterno o sui televisori con sintonizzatore integrato.

Per molti torinesi, ieri, la giornata è cominciata male. La rivoluzione digitale ha cancellato in una notte la televisione pubblica. Sul sito de La Stampa è esplosa la protesta: «Vergogna», «Uno scandalo», «Non pagherò più il canone!». Decine di persone hanno affollato l’ufficio Rai di via Verdi dov’era possibile ottenere consigli, avere spiegazioni, e - per molti - anche sfogare la propria rabbia.
Ora dopo ora, sul nostro sito, i messaggi di protesta si sono moltiplicati. Poi qualcuno ha cominciato a fornire suggerimenti ai lettori-telespettatori spersi, e grazie alla solidarietà online molti sono riusciti a far comparire i quattro canali Rai. Miracolo.

Risintonizzare. Ecco la soluzione. Ma anche la miccia che ha scatenato tante, tantissime lamentele: «Trovo inaccettabile la mancanza di informazione della Rai - si legge in uno dei messaggi sul web -. Visto che la paghiamo, lo sforzo di avvisare gli utenti che sarebbe stato necessario risintonizzare i canali dopo lo switch off avrebbe dovuto farlo». Risintonizzando i canali come se il decoder o il televisore fosse stato appena acquistato molti hanno memorizzato finalmente i quattro canali Rai in digitale. Ma altri dubbi restano. E altre proteste. «Purtroppo - segnala Ezio Pagliarino - tutti i dvd recorder e i videoregistratori che non hanno il tuner digitale terrestre incorporato non funzioneranno più e non si potrà più registrare col timer, ma questo nessuno della Rai lo dice».

La Rai annuncia che da oggi una striscia su Rai 1 e Rai 3 analogiche dirà di risintonizzare i canali per vedere la tivù digitale. E spiega: «Le trasmissioni che attraverso il ripetitore dell’Eremo utilizzavano fino a ieri il canale digitale 66, dalla scorsa notte “viaggiano” sul canale 30 lasciato libero da Rai 2 analogica. Perciò è necessario cercare nuovamente i canali». La regola è: «Chi vedeva Rai 2 analogica deve vedere i quattro canali Rai digitali». In caso contrario, «è possibile che l’anomalia sia dell’antenna di casa».

L’antenna. Altro nodo. Secondo Renato Boninsegni, responsabile Installazione e Impianti della Cna, «è fuorviante sostenere che per vedere la tv digitale è sufficiente acquistare un decoder o un televisore nuovo. Molte antenne, soprattutto quelle centralizzate dei condomini più vecchi, potrebbero essere da sostituire o calibrare, ma nessuno ha raccomandato ai torinesi di chiedere una verifica del proprio impianto prima di acquistare il decodificatore e chiedersi poi magari il perché di una cattiva ricezione». La Confederazione Nazionale dell’Artigianato ha elaborato, e inviato al ministero, un prezzario per evitare possibili speculazioni degli antennisti nei prossimi giorni, e raccomanda «di rivolgersi sempre e soltanto a persone in possesso dell’abilitazione».

Ci sono situazioni misteriose. Come i molti blackout a Settimo. O quella di Vincenzo Mazzocchio, che segnala: «Abito nella zona del Parco Ruffini, ho rifatto la sintonia, ma mentre per i decoder esterni non ho problemi e ora vedo perfettamente da Rai 1 a Rai 4, il decoder interno del mio televisore non riceve il segnale e non vedo nessuno di canali Rai». Possibile? La Rai dice «no», ma «così è».
articolo tratto da www3.lastampa.it
immagine tratta da www.tecnomagazine.it

GUARDA I SEGUENTI VIDEO

DIGITALE TERRESTRE SECONDO BEPPE GRILLO
DIGITALE TERRESTRE SECONDO MARCO TRAVAGLIO

mercoledì 20 maggio 2009

LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI



Le motivazioni del Tribunale di Milano: secondo i giudici l'avvocato inglese
agì "da falso testimone" e consentì al Cavaliere "l'impunità dalle accuse di corruzione"
La sentenza di condanna di Mills
"Mentì per salvare Berlusconi"
La posizione del presidente del Consiglio è stata stralciata grazie al Lodo Alfano

MILANO - "Mentì per salvare Berlusconi". Per questo l'avvocato inglese David Mills è stato condannato a Milano a 4 anni e 6 mesi dai giudici milanesi. Il legale, condannato per corruzione in atti giudiziari agì "da falso testimone "per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l'impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati". E' questo uno dei passaggi delle motivazioni (leggi il documento completo), circa 400 pagine, della sentenza con la quale il tribunale di Milano ha motivato la condanna del legale inglese.

Mills, scrivono i giudici nelle motivazioni, "ha agito certamente da falso testimone da un lato per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l'impunità dalle accuse, o, almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute sino a quella data, dall'altro ha contemporaneamente perseguito il proprio ingente vantaggio economico". I giudici milanesi ricordano che oltre ai 600mila dollari ritenuti "il prezzo della corruzione", Mills nel 1996 percepiva direttamente da Berlusconi almeno 45mila sterline dichiarate al fisco inglese. "Enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che il legale riceveva da Berlusconi.
In pratica, scrivono ancora i giudici, "la condotta di Mills era dettata dalla necessità di distanziare la persona di Silvio Berlusconi dalle società off shore, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero, la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi".

In sostanza, per i giudici, "il fulcro della reticenza di Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, sta nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi la proprietà delle società off shore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti".

La condanna per l'avvocato inglese era arrivata nel febbraio di quest'anno. A conclusione di un'inchiesta che tirava in ballo il premier e che aveva visto una prima ammissione di colpa di Mills. Il legale nel luglio del 2004 aveva raccontato ai pm di aver ricevuto 600mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Berlusconi: le tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian.

Poi, nel gennaio 2009, la ritrattazione e il tentativo di discolpare il presidente del Consiglio (la cui posizione è stata stralciata in seguito all'approvazione del "Lodo Alfano" che garantisce l'imminutà alle alta cariche dello Stato). Una svolta che permise al premier di evitare il rinvio a giudizio per corruzione chiesto dia giudici nel 2006.



ARTICOLO TRE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA:

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

articolo tratto da www.repubblica.it e www.quirinale.it
immagine tratta da www.ilpamphlet.files.wordpress.com

martedì 19 maggio 2009


Probabile che Matteo Salvini, il leghista che chiede posti prioritari per i milanesi sul metrò, sappia nulla di Rosa Parks e della sua storia lucente. Rosa Parks era una donna nera di Montgomery, Alabama. Quando l’1 dicembre 1955 decise di sedersi in uno dei posti dell’autobus riservato ai bianchi, aveva 42 anni. Lavorava come sarta in un grande magazzino. Stava tornando a casa e aveva avuto una giornata dura. Rimase seduta per una manciata di fermate. Poi salirono dei bianchi. Il conducente le ordinò di alzarsi. E lei, che lo aveva fatto mille altre volte, rispettando la legge dell’Alabama che riservava ai negroes gli ultimi posti in fondo all’autobus, decise di disobbedire: “Non mi alzo”. Il conducente fermò l’autobus, chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks.

Per protesta la comunità afroamericana, guidata dal giovane reverendo Martin Luther King, decise che nessun nero sarebbe più salito sugli autobus di Montgomery, fino a quando non fosse stata cancellata la segregazione razziale. Il boicottaggio durò 381 giorni. Durante i quali tutti i neri andavano a piedi, oppure in automobili strapiene, oppure in bicicletta, e gli autobus vuoti rimanevano nelle rimesse. Il 19 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Usa - su richiesta dei difensori di Rosa Parks, condannata a 10 dollari di multa - dichiarò incostituzionali le leggi della segregazione. Il giorno dopo Martin Luther King e il reverendo bianco Glen Smith salirono sull’autobus e si sedettero uno di fianco all’altro. Oggi quell’autobus è in un museo, Rosa Parks sta nel cielo dei giusti, Obama abita alla Casa Bianca, e Matteo Salvini fa il capogruppo della Lega a Milano.

articolo tratto da www.voglioscendere.ilcannocchiale.it
immagine tratta da www.media.photobucket.com

lunedì 18 maggio 2009


L’attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà
della rete internet per metterla sotto controllo.
Nel voto finale di sabato al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’ Alia (UDC), è
stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“.
Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60. Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al
Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.
In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i
provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero.
Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete
internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore.
La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’
apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.
Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte
informativa non censurata.
Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto?
Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente
del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e
multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su
questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne
del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico(da verificare se su manifesto e liberazione e manifesto ci sia la notizia).
Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli
italiani.

E’ in gioco davvero la democrazia!!!

INVIATE A TUTTE LE VOSTRE CONOSCENZE, FACEBOOK, MSN MYSPACE E AD OGNI FORMA DI CONTATTO CHE AVETE NEL PC...PERCHE' TRA POCO NON POTREMMO PIù FARE TUTTO QUESTO...

articolo tratto da www.facebook.com
immagine tratta da www.unita-naziunale.org

domenica 17 maggio 2009

A Torino operai Fiat da tutta l' Italia Tafferugli con i Cobas
Migliaia di lavoratori si sono radunati a Mirafiori. Striscioni critici all'indirizzo di Marchionne


video



TORINO - Secondo i sindacati sono stati 10 mila i lavoratori scesi in piazza a Torino per la manifestazione nazionale dei lavoratori del gruppo Fiat indetta da Fim, Fiom, Uilm e Fismic. A sfilare in corteo, partito davanti alla porta 5 di Mirafiori, operai di tutti gli stabilimenti italiani. Ad aprire la manifestazione è stato lo striscione «Da Nord a Sud la Fiat cresce solo con noi». Tra i primi ad arrivare i lavoratori di Pomigliano, con la maglietta con la scritta «Pomigliano non si tocca», 7-800 persone giunte in treno alla stazione del Lingotto, che hanno scelto di non utilizzare il pullman messo a disposizione dai sindacati per raggiungere la palazzina di Corso Agnelli dove si sono presentati in corteo.

TENSIONI CON I COBAS - Durante i discorsi dal palco non è mancato il fuori programma con relative tensioni. Mentre stava parlando il segretario generale della Fim, Beppe Farina, un gruppo di rappresentanti dei Cobas ha iniziato a fischiare e a gridare «venduto, venduto». Poi hanno staccato l'audio e Farina ha proseguito lo stesso l'intervento, poco dopo però sono riusciti ad arrivare al palco salendoci sopra con tensioni e spintoni sopra e sotto il palco. Nei tafferugli è stato coinvolto anche il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, strattonato e tirato giù dal palco. Prima che i Cobas improvvisassero il loro comizio, Rinaldini è comunque riuscito a concludere il suo intervento. Colpito dai Cobas con una cinghiata anche il segretario generale della Uilm piemontese, Maurizio Peverati. Rinaldini ha poi lasciato la manifestazione, accompagnato dal numero uno della Fiom torinese, Giorgio Airaudo, tra gli applausi dei lavoratori. «È stato un episodio deplorevole, costruito in modo organizzato, che non può in alcun modo oscurare la grande manifestazione che si è svolta oggi a Torino» ha detto Rinaldini. «Soprattutto - ha aggiunto - non può oscurare il suo significato. E cioè la grande unità dei lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat, dal Sud al Nord del Paese».
GLI STRISCIONI - Molte le bandiere, gli striscioni e i cartelloni esposti durante la manifestazione, come quelli «Marchionne tu vuò fá l'americano», «Fiat in Italia cuore mente e braccia», «Marchionne il lavoro nobilita uomini e donne lasciaci gli stabilimenti evitaci patimenti» e «La classe operaia non ha nazione». Fra i gonfaloni già presenti quello della Provincia di Torino e del Comune di Pomigliano.

LE RASSICURAZIONI DI MARCHIONNE - A proposito delle rassicurazioni fatte ieri dall'ad della Fiat Sergio Marchionne, Mario Di Costanzo rsu Fiom di Pomigliano dice che «non ci bastano. Il nostro obiettivo -aggiunge- è che nessuno stabilimento venga chiuso e che tutti i lavoratori vengano salvati. Se Marchionne davvero è un imprenditore superiore agli altri deve riuscire a fare questo. A novembre -ricorda ancora- finisce la cassa integrazione ordinaria e Berlusconi ci aveva promesso il raddoppio ma invece oggi si parla solo di altro». Insieme a lui Franco Percuoco, anche lui rsu Fiom dello stabilimento campano, che dice «siamo stufi di chiacchiere. Se non arriva urgentemente l'incontro con l'azienda e il governo andremo al ministero delle attività produttive».

articolo e video tratti da www.corriere.it

sabato 16 maggio 2009


Sono andato alla decima edizione di Solarexpo a Verona. 57.000 metri quadri di esposizione sulle energie rinnovabili. Seconda fiera europea sul tema.
Solarexpo è la Mostra Convegno Internazionale su energie rinnovabili e generazione distribuita organizzato da Expoenergie s.r.l.

La manifestazione si presenta al pubblico di visitatori ed operatori professionali con oltre 30.000 mq di superficie espositiva, occupati da più di 450 espositori, per dare spazio a tutte le realtà coinvolte nei settori dell’energia rinnovabile e della generazione distribuita. La portata internazionale della manifestazione Solarexpo è garantita dalla presenza di espositori e visitatori provenienti da paesi europei ed extraeuropei, per dare spazio e voce all’innovazione tecnologica su scala mondiale. Solarexpo è organizzata in aree tematiche che consentono ai visitatori di prendere visione di prodotti e tecnologie attraverso visite mirate agli stand di maggior interesse. Dalla tecnologia solare a quella geotermica, dall’eolica alla mini-idroelettrica, per arrivare alla co-generazione e alla tri-generazione, Solarexpo vuole dare spazio alle nuove frontiere della tecnologia applicata al settore.
E poi una serie di convegni dall’elevato profilo tecnico e scientifico, corsi di formazione ed iniziative di vario genere a Solarexpo, per approfondire i temi di maggior interesse e fornire un’occasione di aggiornamento professionale.

Settori Merceologici
Solare termico, fotovoltaico; biomasse, biogas, biocombustibili liquidi; microgen & polygen, cogenerazione distribuita, rigenerazione; energia idroelettrica, eolica, geotermica; carburanti e veicoli alternativi, mobilità sostenibile; idrogeno e celle a combustibile; ricerca, consulenza, servizi, carbon trading; editoria tecnica, software, associazioni di settore.
Erano stati invitati la Prestigiacomo, ministro dell'Ambiente, e Scajola ministro per lo Sviluppo economico. Non sono venuti. Se invece di Solarexpo si fosse chiamata Discaricaexpo, Inceneritorexpo o Nuclearexpo sarebbero arrivati di corsa accompagnati dal Noemi boy. Questo è il Paese del Sole e dei politici peggiori del mondo.
Si alle rinnovabili, ai rifiuti zero, a una nuova economia della salute e dello sviluppo sostenibile. Nucleare, inceneritori e discariche sono il passato. Persino il Vaticano investe sulle rinnovabili. PDL e PDmenoelle vogliono avvelenare gli italiani. Falli smettere, non votarli il 5 e il 6 giugno. Più pannelli per tutti e villa di Arcore discarica pubblica. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

articolo tratto da www.beppegrillo.it e www.abcfiere.com
immagine tratta da www.dotenergia.it

venerdì 15 maggio 2009

Birmania, incarcerata Aung San Suu Kyi


La dissidente premio Nobel per la pace, agli arresti domiciliari, è gravemente malata
E' accusata di aver favorito l'ingresso di un cittadino Usa, arrivato a nuoto nella sua residenza per la violazione dell'attivista americano

RANGOON - La leader democratica e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è stata condotta in un carcere dove rischia di essere incriminata per l'intrusione di un americano la settimana scorsa nella casa dove è tenuta in isolamento dal 2003 a Rangoon, secondo quanto hanno riferito testimoni.

Pochi giorni fa i collaboratori della leader dell'opposizione avevano lanciato l'allarme per le sue deteriorate condizioni di salute, appellandosi alla comunità internazionale perché facesse pressione sul regime birmano affinché permettesse al medico della Suu Kyi, anch'egli incarcerato, di visitarla. La donna, dicono fonti a lei vicine, è gravemente disidratata e indebolita e la carcerazione rischia ora di aggravare le sue condizioni.

Le misure di sicurezza erano state considerevolmente rafforzate all'alba intorno alla residenza del Nobel, ormai sessantatreenne, che è stata privata della libertà per la maggior parte degli ultimi 19 anni, da 6 anni agli arresti domiciliari. Un convoglio della polizia che trasportava la Suu Kyi ha lasciato la sua casa alle 7 del mattino (le 2.30 in Italia) per recarsi al carcere di Insein dove ha sede un tribunale. Pochi minuti dopo il convoglio è arrivato nel centro di detenzione, situato nella periferia di Rangoon.

Aung San Suu Kyi e le sue due collaboratrici domestiche sono "detenute nel carcere", ha dichiarato Nyan Win, portavoce della Lega nazionale per la democrazia, principale partito d'opposizione in Birmania. Le autorità "hanno preparato un fascicolo" giudiziario e la oppositrice "non può tornare a casa sua" ha aggiunto il portavoce. Il processo è stato rinviato a lunedì 18 maggio.
Se verrà riconosciuta colpevole, insieme a un domestico e al suo medico, di aver ospitato in casa sua per tre giorni il cittadino americano, la leader della Lega nazionale per la democrazia rischia da tre a cinque anni per visita non autorizzata. La precedente condanna di Suu Kyi scade il prossimo 27 maggio.

Proprio una settimana fa, il regime dei generali aveva reso noto l'arresto di un cittadino statunitense, John Yettaw, che aveva raggiunto la casa della Suu Kyi attraversando a nuoto il lago che la costeggia e vi è restato per due giorni. Anche per lui sono scattate le misure detentive. Poche notizie sono filtrate sulla rocambolesca intrusione che è stata rivelata dalla giunta militare.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.ec1.images-amazon.com

giovedì 14 maggio 2009


Falso medicinale «salvavita»

Dirigenti farmaceutici in arresto
Lo dispensavano alle Asl della Sardegna. Il farmaco è risultato completamente privo di principi attivi

VIAREGGIO - I carabinieri del Nas di Cagliari e Livorno hanno arrestato quattro dirigenti di un’azienda farmaceutica di Viareggio (Lucca), l'Officina farmaceutica fiorentina, accusati di aver prodotto e dispensato ad alcune Aziende sanitarie locali della Sardegna un farmaco salvavita per la cura di gravi patologie cardiache, che si chiama Ubidex. Il medicinale, si spiega in una nota del Nas, è risultato completamente privo di principi attivi e quindi pericoloso per i pazienti. Nell’indagine è coinvolto anche un funzionario della Asl 8 di Cagliari.

GLI INDAGATI - I quattro dirigenti, agli arresti domiciliari, sono Mauro Giuseppe Terzani, 79 anni di Viareggio, legale rappresentante della società, Federico Filippo Terzani, 35 anni di Viareggio responsabile assicurazione qualità, Bartolomeo Buonifacio, 60 anni di Lucca, responsabile del servizio controllo qualità, e Giuliano Borelli, 76 anni, di Viareggio, direttore tecnico. È inoltre indagata la funzionaria responsabile del servizio farmaceutico dell’Asl 8 di Cagliari per omessa denuncia, avendo acquistato dalla ditta i prodotti farmaceutici.

IL FARMACO - Il farmaco sotto inchiesta è l’Ubidex ed è utilizzato per curare patologie genetiche rare. Nel periodo 2007-2008 l’azienda toscana lo fornì all’Asl sarda. Le indagini avrebbero fatto emergere varie irregolarità: blister vuoti, capsule vuote o contenenti sostanze solidificate, carenza di principio attivo. Le indagini sono partite dalla denuncia di un cardiopatico che assumeva questo tipo di farmaco e la cui salute peggiorò. Tra l’altro nell’aprile 2008 l’Agenzia del farmaco intimò alla società il ritiro dal commercio dell’Ubidex entro 72 ore dalla comunicazione del ministero. Non venne fatto e di conseguenza il Nas avviò accertamenti. Ora si cerca di capire quante confezioni del medicinale sono ancora in giro.

FARMINDUSTRIA - In relazione agli arresti dei dirigenti dell'azienda farmaceutica toscana per la distribuzione di farmaci irregolari e senza principio attivo, «preciso che l’azienda in questione non aderisce a Farmindustria, nè ha, con questa, rapporti». Lo ha affermato il presidente di Farmindustria Sergio Dompè a margine di un incontro al forum della Pubblica amministrazione, in corso a Roma. «Ai Nas che hanno promosso le indagini - ha detto Dompè - vanno le mie più vive congratulazioni».

articolo tratto da www.corrierefiorentino.corriere.it
immagine tratta dawww.zeusnews.it

mercoledì 13 maggio 2009

Internet ovunque e comunque per il 60 per cento degli italiani


Oltre la metà degli italiani si connette ad internet da ogni luogo e con ogni mezzo. Lo rivela l'ultima ricerca Audiweb, condotta con Doxa. Secondo il rapporto il 59,7% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni (pari a 28,524 milioni di persone) dichiara di avere un accesso al web da casa, ufficio, studio, altri luoghi e attraverso qualsiasi device, con un incremento del 2.1% (corrispondente a circa 590.000 individui) rispetto alla precedente edizione.

L'accesso a internet è presente in poco meno di dieci milioni di case, più esattamente 9,653 milioni di famiglie, pari al 46,4% e, in generale, le famiglie con accesso a internet sono anche piuttosto evolute nell'uso del web, al punto che circa i due terzi scelgono un collegamento veloce con un abbonamento flat (per il 90% delle famiglie con accesso via Adsl).

Dall'indagine emerge inoltre una buona penetrazione di internet e una equilibrata distribuzione tra i generi, le classi d'età e le aree geografiche. L'accesso a internet risulta ben rappresentato sia tra gli uomini (63,4%) che tra le donne (56,1%) e in tutto il territorio nazionale con una percentuale più bassa nell'area sud e isole (50,6%).

I navigatori più incalliti risultano essere gli studenti universitari (95,1%), i laureati (92,6%), i diplomati (82,1%) e gli studenti di scuole medie e superiori (81,8%). Seguono i teen-ager tra gli 11 e i 17 anni con un 78,9% e tra i 18 e i 34 anni (73,2), con una significativa percentuale anche nella fascia 35-54 (65,9%).

L'accesso a internet da casa tramite computer risulta la modalità privilegiata nel 50,5% dei casi (24,133 milioni), in particolare per gli studenti universitari (88,4%) e nella fascia d'età 11/17anni (64%) e i 18-34 anni (61,3%), mentre hanno un accesso ad internet dal lavoro (o dall'ufficio) il 19,3% degli intervistati.

Per quanto riguarda l'accesso a internet in mobilità, il 6,2% delle persone dichiara di accedere via cellulare, smartphone o computer palmari, ed emerge un profilo piuttosto elevato degli utilizzatori (laureati, imprenditori e dirigenti), affiancato dai ragazzi tra gli 11 e i 17 anni (8,6%) e gli studenti di scuole medie e superiori (10,3%).

Per quel che concerne invece le motivazioni di utilizzo, i navigatori italiani usano la rete per trovare informazioni di qualsiasi tipo (46,1%), semplificare pratiche e procedure usufruendo di servizi a distanza (26,8%) e in generale per rendere più "divertente" lo studio e il lavoro (22,7%), essere aggiornati in tempo reale sui fatti di cronaca (22,4%) o entrare in contatto con amici, conoscenti e persone di tutto il mondo (18,5%).

Tra i principali motivi di non utilizzo dell'online, infine, c'è sicuramente l'opinione diffusa per cui occorra essere molto esperti di computer e informatica per poter navigare. Il 58,9% si dichiara incapace di utilizzare il computer e il 15,8% è convinto che occorrano conoscenze informatiche particolari. Il 23,8% dichiara di non essere affatto interessato all'online pur non avendo mai provato. I navigatori occasionali affermano che navigherebbero con maggiore frequenza se internet costasse di meno (34,8%), se costasse poco l'accesso anche da telefono cellulare (13,9%) e la connessione fosse più veloce (13,3%) o ci fosse meno pubblicità (10,3%).

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.blog.email.it

martedì 12 maggio 2009

Le case popolari dei conti in rosso


SOTTO L’ETNA IL 23,9% DEGLI INQUILINI NON AVREBBE I TITOLI PER OTTENERE UN ALLOGGIO


Catania riscuote solo un affitto su dieci
Buco record di quasi 8 milioni di euro. Ma scatta la corsa a cento poltrone

ROMA — La notizia è dentro una ricer ca fatta dal Censis e Federcasa con Dexia Crediop: alle case popolari di Catania chi paga l’affitto è una mosca bianca. La moro sità aveva raggiunto nel 2006 il 92,5%. Su 8 milioni 617.680 euro di canoni lo Iacp del capoluogo etneo ne aveva incassati in un anno intero 644.376. Una miseria. So prattutto considerando il costo medio del l’affitto: 67 euro al mese. Una situazione oltre i limiti dell’incredi bile, che non si spiega soltanto con l’abusi vismo dilagante, ai livelli più alti d’Italia. Su 10.003 alloggi popolari, a Catania ce ne sono 2.386 occupati abusivamente. È il 23,9% del totale. Un record nazionale bat tuto soltanto da Palermo, dove le case po polari occupate da inquilini senza titolo per starci sono circa 3.000, ossia il 27,3% del totale.

LA SCHEDA: guarda la situazione in tutta Italia

Di fronte a questo stato di cose sarebbe logico aspettarsi che qualcuno si rimboc casse le maniche. E non che invece, come sta accadendo in Sicilia, si discutesse di poltrone. Cento, per l’esattezza. Il caso è stato sollevato alla Regione da due «depu tati» regionali del Popolo della libertà, Marco Falcone e Pippo Correnti. Sono sta ti loro a denunciare l’imminenza di una ondata di nomine agli Istituti autonomi delle case popolari siciliani. Gli enti sono dieci (uno per provincia più quello di Aci reale), ognuno dei quali con dieci posti in consiglio di amministrazione: tre nomina ti dalla Provincia, tre dai sindacati, due da gli assessorati al Lavoro e ai Lavori pubbli ci, uno dalle associazioni degli inquilini e l’ultimo dagli ordini professionali. Una lot tizzazione con il bilancino, dove al solito sono i politici a fare la voce grossa. Un ca so per tutti: alla presidenza dello Iacp di Catania c’era fino a poco tempo fa Vincen zo Gibiino, parlamentare in carica eletto con il partito di Silvio Berlusconi.

Il fatto è che la Sicilia è praticamente l’unica regione a trovarsi in questa situa zione. Nell’isola la riforma del 1998 che ha spazzato via gli Iacp in quasi tutta Italia, passando la competenza alle Regioni e tra sformandoli in aziende con un consiglio di amministrazione al massimo di cinque componenti, non è mai stata attuata. I vec chi istituti per le case popolari sono so­pravvissuti a ogni timido tentativo di cam biamento. Nei mesi scorsi il presidente della Regione Raffaele Lombardo ha sosti tuito i presidenti con commissari ad acta. E ora sono partite le grandi manovre per rinnovare completamente i consigli di am ministrazione.

Uno scandalo, anche secon do il sindacato guidato da Guglielmo Epi fani. Hanno denunciato Michele Palazzot to e Antonio Crispi della Cgil: «Gli Iacp rappresentano terreno di conquista per politici di ritorno e clientele politico affari stiche. In Sicilia ogni istituto ha ben dieci consiglieri, fra cui un presidente e un vice presidente, tutti con status giuridico, in dennità, diritto all’aspettativa e spese di missione». Di che cifre si sta parlando, lo spiega Falcone: «Con una legge regionale del 2008 gli emolumenti dei vertici degli Iacp siciliani sono stati parametrati a quelli dei vertici delle Province. La retribuzione del presidente di ognuno dei dieci istituti è pari al 75% di quella del presidente della Provincia». Facendo i conti, non meno di 7.500 euro al mese. «Lo Iacp di Catania, per esempio, potrà arrivare a costare 50 mila euro al mese per i compensi degli am ministratori», sostiene il deputato regio nale del Pdl. «L’esperienza dice che dove i vecchi Iacp sono diventati aziende e i consigli so no stati ridotti a tre, al massimo cinque componenti, si riesce a gestire il servizio senza contributi pubblici e magari otte nendo qualche piccolo utile. La Sardegna, per esempio, ha chiuso i vecchi Iacp e li ha riuniti in una sola azienda. In Liguria hanno fatto la scelta dell’amministratore unico. Come nelle Marche», dice Luciano Cecchi, il presidente di Federcasa, l’asso ciazione che riunisce gli istituti riformati.

Non che i problemi manchino neppure dove la legge del 1998 è stata attuata. Nel Comune di Roma, per esempio, le case po polari occupate abusivamente sono 5.863, l’11,1% del totale. A Milano, invece, 3.409, il 5,2%. E se a Palermo la morosità, pur no tevolmente inferiore a quella di Catania, raggiunge comunque la vetta del 34,7%, a Roma si arriva al 41,2%, con 21 milioni di euro non incassati ogni anno, e a Cagliari si tocca il 44%. Ben più che a Torino (32,5%), e addirittura a Napoli, città nella quale non si riscuote circa il 24% degli af fitti delle case popolari. Mentre a Milano la morosità è al 10,2%, ma fra il 2001 e il 2006 è raddoppiata.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.altracitta.org

lunedì 11 maggio 2009

2012, allarme Nasa: "Black out sulla Terra"




Lo scenario apocalittico dell'agenzia spaziale Usa: una tempesta solare spegnerà i circuiti elettrici e bloccherà satelliti e telefonini

Milioni di persone senza elettricità nel 2012, cibo e medicine che vanno a male nei frigo spenti, telefoni e satelliti fuori uso. Uno scenario da "day after" che potrebbe essere derubricato alla voce "catastrofismo", se non fosse che l'allarme viene dalla Nasa e dalla National Academy of Sciences. E nella parte del cattivo che mette a repentaglio la civiltà, una volta tanto, non ci sono le attività umane, l'inquinamento o il riscaldamento globale. Il nemico a sorpresa è il Sole, artefice della vita sulla Terra, che con un colpo di tosse potrebbe mettere ko le infrastrutture sulle quali l'Occidente prospera.

Da dicembre, l'attività del Sole sta lentamente aumentando. La nostra stella varia il suo campo magnetico ogni 11 anni e a un certo punto si raggiunge un picco di fenomeni (eruzioni solari e getti di massa coronale) dai quali si sprigionano grandi quantità di energia e di radiazioni. Tali getti possono raggiungere la Terra dando luogo a tempeste geomagnetiche. L'atmosfera ci protegge, gli effetti diretti delle tempeste solari sulla salute sono trascurabili, ma il loro impatto sulle strutture socio-economiche potrebbe essere disastroso.
Gli astronomi osservano questi fenomeni dal 1859 quando una tempesta geomagnetica di proporzioni straordinarie, oltre a rendere possibile l'osservazione di aurore come quelle polari in Italia e a Cuba, fece incendiare alcuni cavi del telegrafo in Europa e negli Stati Uniti. A maggio del 1921, un'altra tempesta provocò una serie di cortocircuiti, mettendo fuori uso le linee elettriche e quelle telefoniche sulle due sponde dell'Atlantico. Ma cosa accadrebbe se eventi del genere si verificassero oggi che un'intera civiltà è stata fondata sull'elettricità e le telecomunicazioni?

La risposta degli esperti è tutt'altro che confortante: "L'energia elettrica è la chiave di volta tecnologica della società moderna, dalla quale dipendono tutte le altre infrastrutture e gli altri servizi", si legge in un rapporto di 132 pagine commissionato dalla Nasa alla National Academy of Sciences. "Se la tempesta del 1859 avvenisse oggi, assisteremmo a un'enorme devastazione sociale ed economica". Nel 1989, sei milioni di persone in Quebec sono rimaste senza energia per nove ore a causa di una tempesta geomagnetica dieci volte meno potente di quella del 1921. Secondo John Kappenmann, coautore del rapporto, se un evento come quello del '21 si ripetesse, le persone senza elettricità sarebbero stavolta 130 milioni.

Una riedizione della tempesta del 1859, che fu ancor più potente, farebbe danni per duemila miliardi di dollari. Ciò che spaventa particolarmente nelle tempeste geomagnetiche è la loro imprevedibilità. Si sa che questo ciclo solare raggiungerà il prossimo picco tra il 2012 e il 2013, ma nella comunità scientifica non c'è accordo su quanto sarà intensa l'attivita della nostra stella in quel periodo. Spiega lo scienziato Doug Biesecker, della Noaa: "Basta un solo evento per creare enormi problemi: la grande tempesta del 1859 avvenne durante un ciclo particolarmente mite".
Proprio come quello che sta per iniziare.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.imagecache5.art.com

domenica 10 maggio 2009

L'Era Glaciale, un’altra censura a Raidue Vauro e Borromeo «stoppati» da Marano


«Io non sono mai stato un censore ma vedrete che stavolta voi due non andrete in onda». Detto, fatto. Antonio Marano, direttore di Raidue, ha «congelato» l’intervista rilasciata ieri sera da Vauro e Beatrice Borromeo a Daria Bignardi per L’Era Glaciale. Vauro e Borromeo erano stati chiamati per presentare il libro Italia Annozero scritto insieme a Marco Travaglio. Marano, al termine della registrazione, ha comunicato che «nonostante i ripetuti tentativi da parte della conduttrice Daria Bignardi di riportare il discorso sul libro, gli ospiti hanno affrontato questioni politiche in un periodo di par condicio in assenza di contraddittorio».
«Era una presentazione di un libro e non la continuazione della puntata di ieri di AnnoZero» ha poi aggiunto Marano precisando che l’intervista andrà in onda dopo le elezioni «in maniera integrale, senza tagli».


Vauro, protagonista di un altro caso per le vignette sul terremoto, non vorrebbe commentare. «Di polemiche ne ho abbastanza - dice - In un’intervista si risponde alle domande ed è quello che ho fatto. Le domande erano sul libro e il libro contiene gli interventi e le vignette di tre anni di AnnoZero. Non si poteva non parlare della trasmissione». «Né io, né Beatrice abbiamo sollecitato interviste - conclude il vignettista - Se la nostra intervista ha violato la par condicio credo che le unità di misura di questa regola siano molto opinabili». Beatrice Borromeo è sulla stessa lunghezza d’onda. «Mi sono limitata a rispondere a delle domande... - dice - Nello specifico, sul “caso Noemi”, ho precisato che le insinuazioni sono state fatte dalla moglie... A quel punto Daria Bignardi ha detto “mica ci troveremo di fronte al solito problema dell’informazione”... Ho replicato che alcune trasmissioni fanno un’informazione scadente e ho portato degli esempi». «Ho detto poi - continua - che in Rai ci sono state forti pressioni per esempio in occasione della puntata di AnnoZero sui preti pedofili». Qui il colpo di scena di Marano. «È stato molto aggressivo, mi ha insultata. Ha detto che in Rai non si fanno pressioni... Poi quella frase... “Io non sono un censore ma... ”». Ma la censura è scattata.

articolo tratto da www.unita.it
immagine tratta da www.unilibro.it

sabato 9 maggio 2009


Cinque regole
Cinque azioini
L'impiantistica necessaria
La lotta internazionale ai rifiuti


"Ciao a tutti, siamo qui per parlare di rifiuti zero, rifiuti zero è il futuro, sentiamo Pd e Pdl parlare di inceneritori e discariche. Ebbene sappiate che loro stanno parlando del passato, rifiuti zero è il futuro perché vuol dire più ambiente, più salute, più lavoro e più risparmio economico. Ci sono cinque regole che dovete tenere in mente bene come futuri amministratori per far entrare bene la mentalità di rifiuti zero.
1. Tutto ciò che non si ricicla, riutilizza o può essere avviato a compostaggio va eliminato nei prossimi anni dal ciclo produttivo della nostra economia, attraverso una collaborazione tra istituzioni, università e imprese. Nei prossimi anni dovremo lavorare affinché questo concetto sia ben chiaro, non sono rifiuti ma materiali postconsumo.
2. Rifiuti zero vuole dire più lavoro, ci sono ricerche, ogni 15 posti di lavoro creati con il riciclo (fonte Conai) se ne creano solo uno con inceneritori e discariche, in un momento di crisi fondamentale questi investono sugli inceneritori: guardate i risultati! Altra ricerca, ogni mille abitanti con il porta a porta si creano 2 posti di lavoro e questi investono su cemento e inceneritori.
3. Guardiamo i costi. Bruciare è un incentivo allo spreco di denaro pubblico, cosa da Corte dei Conti perché ci sono ricerche bancarie dello stesso Geronzi (Capitalia) che dicono che senza incentivi pubblici gli inceneritori non stanno in piedi, da qui Cip 6, questa vergogna italiana bocciata dalle leggi europee e l’hanno votata lo scorso dicembre: 2 miliardi di Euro del sole che tornano agli inceneritori contro le leggi europee e contro le leggi di un vero libero mercato.
4. Ricordiamoci che inceneritori e discariche provocano danni economici, sia per i costi sociali, di gestione, ambientali, sanitari, li vedete lì da 4 Euro a 21 Euro a tonnellata smaltita per gli inceneritori, da 10 a 13 per le discariche, sono una rovina per il pianeta e per le nostre tasche, per l’economia. Da qui capiamo e iniziamo a vedere cosa possono essere.
5. Il vero risparmio energetico, il vero recupero energetico è la raccolta differenziata porta a porta quella spinta. Qui c’è uno studio fatto da una municipalizzata di Mantova che ha dimostrato, partendo da un piccolo paese, come il vero recupero energetico, il vero risparmio si fa con la raccolta differenziata porta a porta domiciliare rispetto a quella dei cassonetti stradali che invece incentiva solo inceneritori e discariche.
Ma adesso vediamo come possiamo arrivare, attraverso azioni nei nostri comuni, a rifiuti zero, che è il futuro e vedremo perché è il futuro.
1. Riduzione dei rifiuti. Esiste un programma europeo che si chiama Meno cento chilogrammi a testa di rifiuti, fattibile in uno o due anni con campagne spinte, vedete qua i vari modi, compostaggio domestico, azioni contro lo spreco di cibo, i pannolini lavabili promossi da Beppe, scoraggiare l’invio dei volantini, la dematerializzazione dei beni, prodotti di vuoto a rendere, promozione dell’acqua del rubinetto e così via.
2. Ridurre di imballaggi inutili con una serie di accordi con le imprese facendo pressione dal livello locale, il vuoto a rendere, i prodotti alla spina, latte, cereali, lo vediamo cosa succede. Vanno, questi prodotti costano anche meno e si riducono i rifiuti.
3. Vendita dei materiali postconsumo, i negozi del riciclo, queste esperienze iniziate in Piemonte ha un valore educativo enorme, dando dentro a questi negozi vetro, lattine, plastica, ricevendo un bonus noi capiamo a livello educativo il valore che c’è dietro queste cose che non vanno né bruciate e né sotterrate ma vanno riutilizzate, riciclate per creare una vera economia a ciclo continuo.
4. La raccolta differenziata porta a porta con tariffa puntuale, quasi mille comuni sotto i mille in Italia la fanno, in pochi mesi si arriva al 65 – 85 per cento di raccolta differenziata, nel trevigiano con un microchip iniziano a fare la raccolta differenziata porta a porta con la tariffa puntuale per imprese e famiglie, paghi solo ciò che non ricicli, si arriva a queste cifre. Mi spiegano perché non si fa una bella legge nazionale per permettere il porta a porta obbligatorio: in tutti i comuni avremmo queste percentuali, forse perché ci sono degli interessi dietro e perché un inceneritore costa 200 milioni di Euro, una tangente sull’inceneritore probabilmente rende di più di altri sistemi che costano infinitamente meno!
5. La raccolta fuori casa. In ogni luogo della nostra vita pubblica, ce lo insegna l’esperienza di David Borrelli a Treviso, bisogna fare la raccolta differenziata, scuole, teatri, in ogni posto, ospedali, in modo che a livello educativo questo venga ben impresso nella gente.
Poi invece abbiamo per i materiali ingombranti le isole ecologiche uno in ogni quartiere, uno in ogni comune e nei piccoli comuni, le vediamo già in molti comuni ma perché queste isole spesso non sono integrate con quello che abbiamo visto prima. Anche qui si può recuperare moltissimo materiale ingombrante, per le imprese è fondamentale, queste politiche sono oro per le nostre imprese, per le piccole e medie imprese.

L'mpiantistica necessaria
Poi arriviamo all’impiantistica, impiantistica che non prevede inceneritori, per fare energia servono impianti di compostaggio e di gestione anaerobica con gli scarti dell’agricoltura o i nostri scarti organici possiamo fare materiali come biogas o metano con i quali, come insegna una esperienza in Svezia, possiamo fare andare i nostri mezzi pubblici o i mezzi per esempio per la raccolta dei rifiuti, perché non si fa? Qual è il problema? Abbiamo poi centri di riciclo privati modello riciclo totale come quelli di Vedelago attraverso i quali si può recuperare sia il materiale riciclabile che si inizia a recuperare il materiale non riciclabile, in primis gli scarti plastici e quelli cartacei che essendo a alto potere calorifico che spesso sono scarti anche da differenziata, sono manna per gli inceneritori, ma questa imprenditrice Carla Poli ha ideato un sistema per trasformarli in sabbie sintetiche per l’edilizia o per altri stampi plastici. Perché in ogni provincia o in bacini non si mettono in piedi questi centri di riciclo, che creano più posti di lavoro in un momento di crisi: altro che inceneritori!
In più per la parte residua il trattamento meccanico biologico a freddo che bioessica i rifiuti, costano il 75 per cento in meno degli inceneritori e allora capiamo forse, nel paese delle tangenti, perché non fanno queste cose ma fanno gli inceneritori che costano 200 milioni di Euro l’uno! Queste sono cose da Corte dei Conti, a Reggio Emilia dove la provincia a un mese dalle elezioni ha ritirato fuori l’inceneritore quando questo ormai era stato cancellato c’è stato chi, il candidato a sindaco della lista civica che parlerà oggi pomeriggio, li ha denunciati alla Corte dei Conti visto che c’erano i progetti alternativi e due assessori, uno l’Ass. Montanari che tu conosci ha detto “anche noi siamo pronti a rendere testimonianza perché è uno scandalo, si sprecano soldi pubblici con gli inceneritori”.
Una importante esperienza americana che ci ha insegnato Paul Connett ci dice però che quanto in questo momento non riusciamo a riciclare va studiato perché è un errore e allora bisogna creare in ogni provincia dei centri studio sul materiale ancora non riciclabile in collaborazione sempre con le imprese e con le università, per creare l’ecodesign, guardate il concetto intelligente e anche di lavoro che c’è dietro per arrivare in 10 – 15 anni a sostituire nei cicli produttivi questi materiali. Ah poi mi sono scordato avete ragione, l’end fill mining cosa succede? L’hanno iniziato a fare in Germania e anche in Veneto, le vecchie discariche, esaurito il loro potere derivato dai rifiuti organici che creano biogas, vengono riaperte e recuperata la plastica, il vetro, le lattine che sono lì perché è oro, sono giacimenti metropolitani di materiali che possono essere riciclati. Benissimo, in Italia in Valle d’Aosta, questa è una cosa allucinante, c’è stato chi ha avuto l’idea di riaprire una vecchia discarica per trovare la plastica per fare andare l’inceneritore che vogliono costruire in Valle d’Aosta altrimenti non avrebbe il materiale per bruciare: una cosa delirante!
Attraverso queste politiche noi possiamo in 10 – 15 anni, dando più posti di lavoro senza creare proteste dei cittadini, risparmiando soldi arrivare alla chiusura di inceneritori e discariche, non lo dice Matteo Incerti che è un semplice giornalista che si è informato via Internet o andando a vedere le cose sul posto, adesso iniziamo a vedere chi dice queste cose e adesso rideremo.
Rifiuti zero è un esempio lo vediamo nelle migliori città degli Stati Uniti, la California, San Diego, San Francisco, Seattle, Toronto in Canada, l’obiettivo di stato della Nuova Zelanda è rifiuti zero, il 60 per cento dei comuni della Nuova Zelanda ha adottato politiche rifiuti zero, Camberra in Australia, Buenos Aires in Argentina, dopo la crisi economica hanno pensato a rifiuti zero. Forse anche in Italia dovremmo cominciarci a pensare.

La lotta internazionale ai rifiuti
Si combattono delle sfide a rifiuti zero in California, questo che vedete in alto è il logo del sito zero del governo della California governato da Arnold Schwarzenegger che è repubblicano, che contro alle prossime elezioni il prossimo anno dovrebbe avere come candidato governatore democratico, capostipite di rifiuti zero, che è Gavin Newsom il sindaco di San Francisco. 35 milioni di abitanti la California, a novembre riciclava il 58 per cento dei propri rifiuti, nell’arco di 15 – 20 anni punta a chiudere tutti gli inceneritori e discariche, San Jose capitale della Silicon Valley, il distretto tecnologico più avanzato degli Stati Uniti, ha obiettivo rifiuti zero e creare 25 mila posti di lavoro solo a San Jose con questo sistema.
Allora: si sono tutti iscritti a Greenpeace o hanno capito che il futuro è questo? Penso che abbiano capito che il futuro è questo!
E concludiamo con i blog di Barak Obama dove c’è una specifica campagna “riduci, riusa, ricicla” guardate le ultime righe “dobbiamo andare verso rifiuti zero” questo è Barak Obama e la vorrei vedere a Firenze questa cosa perché c’è un giovane candidato sindaco che si atteggia a nuovo Obama, tal Renzi, che propone inceneritori, gli dico basta andare su Internet e studia qual è il futuro e poi ci possiamo confrontare caro Renzi!
Porterà in Tribunale come me, come la dottoressa Gentilini chiamata Maga Magò, quello che vi dico sono cose è queste sono cose fattibili, basta informarsi, basta informare e creare delle alleanze anche trasversali con le piccole e medie imprese che capiscono giorno dopo giorno questo valore, perché si possono creare migliaia di posti di lavoro.
Quindi andate nei comuni e sappiate che l’obiettivo è questo, ci sono carte su carte che suffragano queste tesi, esperienze nel mondo, questo è il futuro; tenete duro perché questo è il futuro!"

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.blog.catroma.info

venerdì 8 maggio 2009

UNA CASA RICARICABILE PER TUTTI



«La casa da 100mila euro, a basso costo, a misura di desiderio, a basso impatto ambientale, è un bello slogan. A me piace però pensare che sia soprattutto un buon progetto. Un'architettura di tante architetture».

Mario Cucinella, 48 anni, nato a Palermo, cresciuto a Genova dove ha fatto parte del team di Renzo Piano, passato per Parigi e adesso di base a Bologna, non è un'archistar a cui piace mettere la firma su progetti avveniristici. Non si atteggia da celebrità, insomma, come tanti colleghi. Capita persino di non trovare il suo studio, che è il classico open space: ti aspetti un indirizzo almeno un po' glamour e invece arrivi alla sua bottega attraverso il cortile di un'azienda che vende impianti idraulici. Non è nemmeno uno che alza la voce, Cucinella: gli piace parlare piano, con il tono del ragionamento. Eppure il suo progetto per una casa da 100mila euro è un urlo contro il conformismo di tante costruzioni. Un'idea, spiega, che gli è venuta per «provare a dare qualcosa di diverso a un mercato che propone solo edilizia speculativa».

LA CASA DA 100MILA EURO è stata presentata la prima volta nel 2007, quando ancora i mutui subprime servivano per coronare un sogno e non erano un incubo. Sembrava un'originale fuga da un mercato, quello italiano, che allora quotava un alloggio tipo di 100 metri quadrati 263.600 euro. «Tutto il mondo costruito, l'abitare», spiega ancora Cucinella, «consuma e produce molta più anidride carbonica dei trasporti e dell'industria, settori che da anni sono monitorati e hanno preso l'impegno a ridurre il loro inquinamento. L'abitare invece è fermo, forse anche perché l'energia di un edificio non si vede, non ha un valore estetico, dunque è snobbata. Ma se diventasse un'opportunità creativa, una nuova forma di bellezza?».

Si è posto la domanda e ha cercato le risposte, Cucinella. Lui che, parafrasando Mies van der Rohe e il suo celebre less is more, ha come motto personale more with less, di più con poco; lui che stupisce i suoi studenti universitari facendoli esercitare con gli spaghetti perché la fragilità delle costruzioni fiventi per loro un concetto familiare, quasi fisico; lui che guida un team in cui oltre agli architetti impegnati sui progetti ce ne sono altri dedicati solo alla ricerca sull'energia.

Basta fare dei semplici conti: «La spesa media mensile di una famiglia è di 2461 euro (fonte Istat). Di questi, il 5 per cento, dunque 123 euro, sono destinati a combustibili ed energia elettrica. Soltanto in elettricità il consumo medio per unità abitativa è di circa 3000 chilowattora all'anno. Se la singola casa diventa una piccola centrale produttrice di energia, con 70 metri quadrati di tetto piano a disposizione per un impianto fotovoltaico, in alcune zone d'Italia particolarmente soleggiate si arriva a coprire totalmente il fabbisogno».

Tra alloggio e consumi energetici (i quali, tra l'altro, producono 6200 kg di CO2 all'anno), con l'edilizia tradizionale in vent'anni si spendono 300.500 euro. Il progetto Cucinella si ferma a 81mila euro (considerando gli incentivi governativi "conto energia"), senza nemmeno un chilo di emissioni.

«Ho analizzato pure uno studio del Wwf e della Makno», continua Cucinella: «Alla voce risparmio energetico, noi italiani siamo secondi solo agli svedesi. Non siamo distratti come si dice, semmai ci serve una prospettiva diversa. Che potrà arrivare quando ci sarà un decreto che riconosca il valore del fotovoltaico: in quel momento non avremo più un mercato di nicchia ma un movimento di massa. La gente capirà e apprezzerà la possibilità di pagare metà del mutuo con un'abitazione trasformata in una micro centrale di energia».

Ovviamente, le famiglie da sole non possono innescare questa rivoluzione. E infatti Cucinella corteggia allo stesso modo costruttori ed enti locali: agli uni chiede di ridurre le pretese senza per questo rinunciare ai loro profitti; agli altri presenta l'opportunità di valorizzare non solo terreni ma interi quartieri.

Valorizzare e riqualificare. Il tutto senza confinare la gente in casermoni che ancor oggi diremmo popolari: «La mia idea è piuttosto quella di proporre una casa tipo Ikea: alto livello di design a basso costo, accessibile a tutti. Sono convinto che sia un'espressione di grande democrazia portare il design nella vita di ogni giorno. Non dobbiamo lavorare nell'esclusività».
DI NUOVO MORE WITH LESS. Con alcune idee che forse sono in anticipo sui tempi. La casa da 100mila euro ha molti spazi comuni, è suggerita la condivisione delle spese collettive, si parla persino di car sharing, pensando a quanto spazio tolgono al verde i parcheggi, e di un orto condominiale gestito dagli inquilini. Provi a obiettare che forse la rivoluzione è ancora lontana e Mario Cucinella, con un sorriso, ti racconta il paradosso del trapano: lo abbiamo tutti in casa, per usarlo dieci minuti al mese se va bene. «Utilizzare senza possedere è la chiave di volta per abbattere costi e sprechi energetici», recita il suo "manifesto".

Ma la comune non è esattamente la casa dei sogni... «La mia proposta è a misura di desiderio», ribadisce Cucinella sfogliando un catalogo: «Io ti dò un rettangolo da abitare. Il fatto che lo abiti tu lo rende diverso da quello che abito io. Mi diverto un mondo a presentare il progetto perché alla fine c'è sempre chi mi dice: "Architetto, è pure bella questa casa!". È bello poterla personalizzare, è bello sapere che il cemento più leggero impiegato (e studiato con Italcementi) nulla toglie alla privacy: al contrario è un'altra fonte di risparmio perché è fatto di materiali da riciclo e migliora la prestazione termica di circa il 25 per cento. Soprattutto è bello avere una casa propria per cui non ci si è dovuti indebitare follemente. E, quando finalmente anche in Italia ci sarà l'obbligo di certificare le prestazioni, le case costruite così avranno un altro e più alto valore. Nascerà un mercato nuovo».

In che modo è costruita la casa da 100mila euro? L'impianto solare fotovoltaico e termico sul tetto copre i consumi totali dell'edificio, le superfici vetrate sfruttano al meglio il calore del sole anche in inverno e garantiscono tanta luce, mentre la protezione dalla radiazione solare è resa possibile da aggetti orizzontali e schermature esterne mobili. Ci sono poi un serbatoio di raccolta delle acque piovane, pompe di calore a sonde geotermiche verticali o ad acqua di falda e, se il posto è ventoso, turbine eoliche di ultima generazione, belle da vedere, installabili in giardino.

C'è un posto dove visitare questa casa dei sogni? Non ancora. Il telefono dello studio di Cucinella trilla in continuazione, e non chiamano solo i classici curiosi. Edifici costruiti secondo questo modello non sono semplicemente unità residenziali, sono patrimonio degli inquilini e della società. A Settimo Torinese lo hanno capito per primi: avevano riservato nel loro piano regolatore un'area per edilizia sperimentale, realizzata con l'impiego di tecnologie rinnovabili. L'abbinamento col progetto di Cucinella, anche per la parte relativa alle emissioni di CO2 azzerate, è stato inevitabile. Nella sede che un tempo fu della Siva, la fabbrica di vernici diretta da Primo Levi, entro un anno saranno costruiti i primi 50 alloggi.

E poi? Cucinella non ha fretta: non è nel suo stile. Non si tratta di aspettare chi seguirà l'esempio di Settimo Torinese, ma di attendere che il contagio virale faccia il suo corso. Di nuovo, Cucinella si mostra un esperto di architettura delle architetture: fa parte del comitato scientifico di Symbola, la fondazione che si occupa delle eccellenze italiane; collabora con Legambiente; frequenta il mondo delle banche per garantire il certificato più importante per la riuscita del suo progetto, quello di economia e redditività che porta all'erogazione di mutui agevolati; segue le aziende che propongono nuovi prodotti per l'edilizia e collabora con Italcementi, con una partnership per una nuova generazione di materiali; infine parla di rottamazione: «Ma sì, rottamiamo l'edilizia orrenda. È un mercato immenso, una vera sfi da economica».

E per lui, si è capito, l'economia è quella del futuro. «Non si tratta del ritorno a un regionalismo dell'architettura», conclude Cucinella, che intanto continua a progettare nuovi edifici: gli ultimi sono il CSet Building a Ningbo in Cina, l'Ecobuilding a Podgorica in Montenegro e la sede della 3M a Pioltello. «Semmai, dobbiamo interpretare meglio il rapporto tra costruzioni e clima. È possibile trasformare un edifi cio da consumatore a produttore di energia? E con quali linguaggi si affronterà la realizzazione di un edificio così? Saremo capaci di sovrapporre al tema della qualità dell'architettura quello di un migliore e più razionale utilizzo dell'energia?».

articolo tratto da www.wired.it
immagine tratta da www.giornalesentire.it

giovedì 7 maggio 2009

Usa: banca distrugge ville.


In California nella contea di San Bernardino: «I proprietari non pagano e ci costa mantenerle»
Nel 2007 quando vennero costruite valevano 325 mila dollari, ora meno della metà

WASHINGTON – Prima o poi doveva capitare. Per non perdere altri soldi, una banca ha fatto abbattere sedici sontuose nuove ville di cui si era rimpossessata. Gli acquirenti non erano riusciti a onorare i contratti, e la banca, impossibilitata a trovarne altri, ha deciso di limitare i danni. Mantenere le case in periodo di crisi le sarebbe costato vari milioni di dollari. Con poche centinaia di migliaia di dollari, ha risolto il problema.

RUSPE - Sotto gli occhi di una folla sorpresa e infuriata, le ruspe hanno spianato gli edifici. L’incredibile episodio è avvenuto a Victorville, città di centomila abitanti circa a 150 km circa a nord di Los Angeles, nella provincia di San Bernardino in California. Nel settembre del 2007, quando la Guaranty Bank del Texas aveva dato il via alla costruzione, il prezzo medio di vendita di una villa era di 325 mila dollari. Ma adesso è sceso di più della metà. Ha dichiarato Yvonne Herter, la portavoce della banca: «Non avevamo più scelta. Nessuno compra. Badare alle case, ai giardini, alle strade ci sarebbe costato troppo». La Guaranty Bank ha realizzato qualche soldo vendendo a prezzi stracciati le suppellettili delle ville, dai tavoli di marmo ai vasi di fiori. Un muratore, Curtis Forrester, che le aveva costruite con i compagni, ha trascorso quasi due settimane a trattare coi clienti. «Non ero mai vissuto in tanta agiatezza», ha ammesso. «Distruggerle è un vero peccato». E abbandonarle? «Impossibile», ha spiegato Yvonne Herter, «lo vietano i regolamenti comunali e a poco a poco avrebbero inquinato l’ambiente».

SETTORE FERMO - L’idea di assegnarle pro tempore ai senza tetto non ha sfiorato nessuno. Non è escluso che l’episodio si ripeta. In California, sono stati sospesi i lavori su quasi 10 mila ville e altri edifici adibiti ad abitazione, e altri Stati, l’Arizona, il Nevada, la Florida, si trovano in situazioni analoghe. In America a marzo, le vendite delle case già esistenti sono salite del 3,2 per cento, un salto inaspettato. Ma la crisi dei mutui subprime o ad alto rischio continua e il settore immobiliare è tuttora in panne. Per evitare che il cattivo esempio della Guaranty Bank venga seguito da altre banche bisogna che gli Stati intervengano. Ma come? In America, l’edilizia pubblica è sempre stata molto debole.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.maps.google.it

mercoledì 6 maggio 2009

Kodo: l'antica arte nipponica di suonare il tamburo


Grazie al lavoro di alcune compagnie di giovani musicisti-danzatori-attori e del loro intimo e ritrovato legame con le tradizioni, non è andata perduta.

In Giappone, l'o-daiko è il re dei tamburi, il più grande, il più venerato. Dal 1609 li produce un'antica società di Kanazawa, la Asano Daiko, da quando cioè gli antenati degli attuali proprietari li realizzavano per i samurai. Per la sua costruzione vengono utilizzati tronchi del bigunga, un albero che cresce in Camerun e che possiede le caratteristiche richieste dagli abili mastri tamburai giapponesi. Un'arte difficile e complessa che si tramanda di generazione in generazione e implica una lavorazione manuale con la sola ascia, faticosissima e di grande pazienza. Occorrono almeno due lunghi anni per realizzare un o-daiko. Ma alla fine il suo suono è perfetto come il battito del cuore, con le sue accelerazioni, sussulti e rallentamenti. Si dice che ricordi il battito del cuore della madre come un neonato lo sente stando nel suo grembo. Ci sono poi anche i miyadaikos, tamburi di media grandezza, il piccolo shime-daiko e infine il gojinjo-daiko da tenere sospeso alla cintola.

I kodo, invece, sono un folto gruppo di giovani uomini e donne (la comunità più famosa è quella degli Ondekoza) che imparano a percuotere i famosi tamburi della tradizione nipponica. Essi conducono una vita spartana e permeata di religiosità, in perfetta armonia con la natura selvaggia della piccola isola di Sado, dove trascorrono molti mesi dell'anno in un ritiro fatto di estenuanti esercizi fisici, yoga, meditazione e studio della musica tradizionale. Per poter percuotere le grandi pelli tese dell'o-daiko, che può raggiungere i due metri e mezzo di diametro e un peso di 400 chili, bisogna infatti conservare corpi perfetti e soprattutto la forma necessaria a battere per ore lo strumento durante gli allenamenti e le esibizioni.

Dopo quattro anni di intenso studio i kodo diventeranno veri e propri maestri della percussione e di altri strumenti musicali della tradizione giapponese. Solo allora lasceranno l'isola di Sado per intraprendere tournèe in tutto il mondo e far conoscere il potere espressivo dei loro tamburi. Il lavoro dei kodo consiste anche nella ricerca sul campo. Come etnomusicologi, viaggiano spesso nei villaggi giapponesi alla ricerca di tradizioni dimenticate, raccolgono testimonianze orali e materiali, registrano rituali sopravvissuti alla civiltà robotizzata del Giappone industrializzato. Esperienze che poi riporteranno nelle loro incredibili performance in cui musica, teatro e danza fanno rivivere frammenti del Giappone antico.

articolo tratto da www.lifegate.it

tour italiano presentato da Change Performing Art in collaborazione con CRT artificio

martedì 5 maggio 2009

Alunno elementare imbarazza la Rice: "Perchè fu attuato il waterboarding?"




L'ex Segretario di Stato tentenna nel
rispondere ad una domanda sulla
tortura. La mamma del bimbo: «Lui
voleva essere più diretto ma le sue
maestre l'hanno fermato prima»
WASHINGTON
Momenti imbarazzanti per l'ex Segretario di Stato Condoleezza Rice che, alla sua prima uscita pubblica nella capitale dall’insediamento del presidente Barack Obama, si è trovata a a dover affrontare domande "impreviste", sul waterboarding e le altre torture adottate dopo l'11 settembre dalla Cia verso sospetti terroristi. Imprevedibili perchè la Rice si trovava in una scuola elementare e l'autore della complicata "question" era uno studente della quarta classe. In realtà, ha raccontato al Washington Post la mamma del piccolo "inquisitore", originariamente la domanda del piccolo Misha doveva essere ancora più dura e solo l'intervento delle maestre lo ha convinto a formularla in modo diverso evitando, a tutti i costi, l'utilizzo della parola "tortura".

«Fatemi dire subito una cosa - ha comunque risposto, un pò spiazzata, la Rice - il presidente Bush è sempre stato molto chiaro nel dire che avrebbe fatto di tutto per proteggere il paese dopo l’11 settembre. Ma allo stesso tempo è stato sempre molto chiaro nell’affermare che non avrebbe mai fatto niente, proprio niente che fosse contrario alla legge ed i nostri obblighi internazionali e che era disposto ad autorizzare solo pratiche legali per difendere il paese». Ai bambini ha ricordato che «eravamo tutti terrorizzati dall’idea che il paese potesse essere attaccato di nuovo, l’11 settembre è stato il giorno più brutto del mio mandato di governo, costretta a vedere 3mila americani morire: ed in quelle condizioni difficili il presidente non era pronto a fare qualcosa di illegale, spero che la gente capisca che stavamo cercando di difendere il paese».

Non si tratta comunque della prima volta che la Rice è costretta a difendere in pubblico le "controverse pratiche di interrogatorio", equiparate a vere e proprie torture, adottate da Bush e che lei è stata una dei primi ad approvare. La scorsa settimana, per esempio, si era trovata sotto il fuoco di fila delle domande degli studenti della sua Stanford, l’università della California dove la Rice è tornata ad insegnare conclusa l’esperienza a Washington. Anche in quell’occasione aveva difeso la legalità delle scelte dalla passata amministrazione: «per definizione, se sono state autorizzate dal presidente non violano i nostri obblighi nei confronti della convenzione contro la tortura». Frase, hanno sottolineato commentatori americani, che riecheggia la famigerata affermazione di Richard Nixon: «se è fatto dal presidente allora non è illegale».

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.topnews.in

lunedì 4 maggio 2009

Wolfram Alpha lancia la sfida a Google



PROMETTE DI ESSERE PIÙ EFFICACE E PRECISO DEL SUO CELEBRE CONCORRENTE DI MOUNTAIN VIEW

Sta per essere lanciato un motore di ricerca che risponde anche alle domande più complesse

WASHINGTON (USA) - Si chiama Wolfram Alpha e promette davvero di rivoluzionare il web. All’apparenza è un semplice motore di ricerca – come Google, Windows Live o Yahoo –, ma in realtà sotto la facciata familiare si nasconde un software sofisticato in grado di interpretare domande e formulare risposte accurate. Annunciato a marzo e presentato pubblicamente ad Harvard la scorsa settimana Wolfram Alpha verrà svelato al pubblico nei prossimi giorni, certamente entro la fine di maggio.

IL PROGETTO – Il nuovo motore di ricerca nasce per opera del britannico Stephen Wolfram , scienziato e fondatore dell’omonima società di ricerca genio della fisica e delle reti, con l’ambiziosa intenzione di rivoluzionare la consultazione online della conoscenza umana. Basta con i milioni di risultati restituiti da Google senza alcun approccio critico: il prossimo metodo di ricerca rispetterà il linguaggio naturale, cioè l’espressione delle domande esattamente come avviene tra due interlocutori umani. Dopo aver decifrato il quesito, Wolfram Alpha proporrà un risultato completo di grafici e dati statistici, per supportare scientificamente il valore della propria risposta. Oltre a presentare risultati diretti, il motore potrà confrontare i dati di diversa natura, paragonando così valori astratti come le lunghezze o gli avvenimenti storici: si potrà scoprire quante utilitarie possono stare contemporaneamente sul Golden Gate di San Francisco, oppure le curiosità del giorno in cui si è nati.

UMANO, TROPPO UMANO – L’idea di Wolfram è quella di trovare una via alternativa alla conoscenza web, proponendo una strada piastrellata di conoscenze scientifiche. Per questo motivo, pur essendo in netta contrapposizione con Google, questo progetto non lo sostituisce. Non si tratta infatti di un vero e proprio motore di ricerca perché non consiste in un database di siti web archiviati per parole chiave e neppure è formato da una serie di domande e risposte preconfezionate. Wolfram Alpha, come viene definito dal suo ideatore, è un «motore computazionale della conoscenza» che interpreta ed elabora proprio come un cervello, incrociando tutti i dati a disposizione. Pur essendo estremamente sofisticato (un video ufficiale mostra la sua costruzione fisica), il software dovrà affrontare gli ostacoli del linguaggio e della cultura, analizzando il significato di ciascuna domanda, distinguendo tra i diversi livelli semantici. Un’azione difficile anche per l’uomo perché presuppone la conoscenza della lingua e dei riferimenti linguistici. L’esempio negativo portato dal creatore è l’espressione “50 cents”, che può indicare contemporaneamente i centesimi e l’omonimo rapper. Lo stesso vale per le domande retoriche o in gergo, per esempio.

GOOGLE, BOTTA E RISPOSTA – Sebbene il progetto sveli un software decisamente lontano da Google (sia per la maggiore complessità, sia per l’organizzazione del risultato), la domanda spontanea che ne deriva è se Wolfram possa essere tanto rivoluzionario da oscurare il successo ultra decennale della grande G. Indubbiamente i presupposti ci sono, compresa la crescente attesa diffusa a livello internazionale che sta trasformando l’arrivo del software in un vero e proprio evento mediatico. Una condizione sufficiente per far tremare le gambe a Brin e Page che – proprio qualche giorno fa – hanno integrato nelle ricerche di Google anche i dati pubblici (come il tasso di disoccupazione o la popolazione negli stati americani) e la visualizzazione in grafici interattivi. Si tratta di un servizio di complemento alle ricerche online nato dall’acquisizione avvenuta nel 2007 del servizio di statistiche Trendalyzer. Fino a questo punto, Wolfram Alpha ha fatto tutto il possibile per diventare la nuova Google, ma l’impatto che il software avrà sul web potrà essere determinato soltanto dagli utenti e dall’uso che ne faranno: non sempre ciò che è migliore è infatti destinato al successo.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.jack.tiscali.it

domenica 3 maggio 2009


Freedom House l'organizzazione fondata da Eleanor Roosevelt, ha classificato l'Italia semi libera per l'informazione. Unica nazione europea occidentale. Dietro di noi ci sono Corea del nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea. Ma non disperiamo, siamo in grado di raggiungerle grazie a giornalisti come Belpietro, Riotta, Mimun e a politici della statura di Boccone del Prete Franceschini e di (Musso)Fini.
Freedom House attribuisce la nostra posizione al controllo delle televisioni da parte dello psiconano. Non sono d'accordo. La libertà di espressione, di scrivere e di voler ascoltare la verità non dipende da un ometto senza principi. La responsabilità è degli italiani. Un popolo che, nella sua maggioranza, pagherebbe per vendersi. Un popolo simpatico, gioviale, senza pensieri. Con un udito sensibile. Il suono della verità gli fa male ai timpani. Con la memoria di un'ameba. Che dedica piazze e vie al latitante Bottino Craxi e tollera un corruttore professionista alla guida del Paese.
Testa d'Asfalto fa il suo mestiere. Vende la merce che gli italiani vogliono comprare. La dimenticanza è un tratto nazionale. Nessuno ricorda più nulla. Qui e ora, solo qui e ora è importante. L'informazione si nutre del passato, ma il passato in Italia non esiste. L'Italia vive in un eterno presente. La sua memoria è una spiaggia lavata senza sosta dalle onde del mare. Un Paese cinico, spesso servo, per un periodo luce del mondo. Un posto in cui si vive bene solo se si è già morti dentro. Un Paese senza coscienza di sè che forse non esiste. Un tunnel di morti ammazzati e dimenticati. In nessun Paese democratico nel dopoguerra c'è stata una strage di magistrati, di giornalisti, di poliziotti, di Carabinieri, di persone comuni, semplicemente oneste, come in Italia. E' stata una strage immane, un Vietnam d'Italia, lo documenta il Calendario dei Santi Laici. L'italiano non parla, non sente, non vede e odia l'informazione. Per informarsi e trarne le conseguenze dovrebbe mettere in discussione tutto, a partire da sè stesso e dal suo contributo alla vita sociale. Non vuole sapere, perchè sapere è pericoloso. L'italiano è barricato in suo fortino personale di convizioni, di miti, di balle, di televisioni. E' una questione di sopravvivenza. E' un malato terminale di democrazia che si illude di essere libero. L'italiano vive un incubo, ma riesce a trasformarlo in un sogno. Per lui tutto è possibile, l'importante è crederci. Disinformare per Credere. Freedom House ha anche fatto l'elenco dei "10 peggiori Paesi per essere un blogger". Sono: Myanmar, Iran, Siria, Cuba, Arabia Saudita, Vietnam, Tunisia, Cina, Turkmenistan e Egitto. L'Italia non c'è ancora, ma è solo questione di tempo. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.nimbus.it

sabato 2 maggio 2009

Rabbia e disperazione degli operai Radicifil




PRESIDIO IN FABBRICA

Altro colpo di scure sull’economia pistoiese. La chiusura dell'azienda Radicifil lascia senza lavoro 137 operai. Intanto si è tenuto un vertice in Provincia con la richiesta di un incontro con i dirigenti del Gruppo


Pistoia, 29 aprile 2009 - "Si vuole eliminare la realtà di Pistoia per portare tutte le produzioni a Bergamo, ecco la verità!". Applausi a scena aperta, come un’esplosione liberatoria, all’atto di accusa d’un operaio della Radicifil durante l’assemblea convocata per la tarda mattinata di martedi 28. La pensano più o meno tutti come lui, i 137 dipendenti dello stabilimento di via Fiorentina che soltanto lunedì pomeriggio, dopo un incontro fra sindacati e azienda, hanno saputo che il primo maggio saranno senza lavoro. A conclusione dell’assemblea, per alzata di mano hanno deciso rabbiosi di accettare le «modalità della protesta" suggerite dai sindacati: presidio permanente giorno e notte, richiesta di un intervento delle istituzioni provinciali e regionali, partecipazione al corteo del Primo maggio con uno striscione, incontri con sindaco, prefetto e ogni autorità possa servire ad impedire la fine della produzione. "Di qua non uscirà più niente!", gridavano diversi operai riferendosi alle casse di nylon già pronte per la distribuzione. Nella mente di tutti, a dispetto di ogni smentita dei manager, l’ipotesi che la chiusura della fabbrica di Pistoia serva al gruppo Radici di Bergamo per far fronte alle difficoltà del momento riunendo le produzioni in Lombardia, è diventata una certezza. E’ il sospetto sollevato fin dal primo momento da Daniele Gioffredi, Marcello Familiari ed Adriano Valori dei chimici di Cgil, Cisl e Uil.



Adesso il ricorso alla cassa integrazione di un anno già richiesto per "crisi aziendale" dovrà essere modificato con una nuova istanza per 'cessazione di attività'. Secondo i sindacalisti, non dovrebbero sussistere problemi di natura giuridica e l’80% della busta paga sarà garantito. Ma i problemi sono altri: "come si campa una famiglia con meno di 800 euro il mese?", era la domanda che ieri molti ponevano fuori dai cancelli, improvvisamente affollati di politici e amministratori. "Questi momenti - spiega Tonino Frongia, 57 anni fra i più anziani in un’azienda dove l’età media è di circa 45 anni - vengono vissuti con grande apprensione. E’ ovvio, il posto di lavoro preme a tutti. A questo punto non possiamo che affidarci alle istituzioni". In via fiorentina si respira rabbia e sgomento e qualcuno rinfaccia alla multinazionale bergamasca con fabbriche in Brasile ed est Europa, di «aver imparato a fare il filo a Pistoia". "La Radici ha assorbito la vecchia filatura Franchi dove alcuni di noi lavoravano», ricorda Saverio Ferraro. "Il gruppo industriale è cresciuto grazie a noi e ora ci tirano un calcio e tanti saluti. Non è accettabile", dice Paolo Calabrese. E poi ci sono fatti inspiegabili, come quelli capitati a Alessandro Perri: «mi era scaduto il contratto il primo d’aprile di quest’anno. Perchè hanno deciso di rinnovarmelo senza problemi se volevano chiudere?". "Via, via...prendiamo la macchina e andiamo a Bergamo", suggerisce qualcuno sotto le bandiere confederali. "Il nostro prodotto - spiega Michelangelo Bardini, 37 anni - viene utilizzato da grandi marchi come Golden Lady o San Pellegrino e molte altre. Il filo di nylon 6,6 che realizziamo qui non è in crisi, lo è quello fatto altrove dalla Radici che adesso vuole spostare tutta la produzione altrove». Sarà un alternarsi di trattative e proteste. Il presidio alla Radicifil è appena cominciato.

articolo tratto da www.lanazione.ilsole24ore.com
immagine tratta da www.radicigroup.com

venerdì 1 maggio 2009

PER NON DIMENTICARE MAI



« Ogni ordigno prodotto, ogni nave da guerra varata, ogni missile lanciato significa, infine, un furto ai danni di coloro che sono affamati e non sono nutriti, di coloro che sono nudi ed hanno freddo. Questo mondo in armi non sta solo spendendo denaro. Sta spendendo il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi giovani. [...]Questo non è un modo di vivere che abbia un qualsiasi senso. Dietro le nubi di guerra c'è l'umanità appesa ad una croce di ferro. »
Dwight David Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, 16 aprile 1953.



Sta circolando da qualche settimana una terribile presentazione Powerpoint, di nome Olocausto.pps, che rievoca gli orrori dello sterminio nazista con immagini che non ripubblico direttamente qui. Ne cito soltanto il testo, perché contiene un errore importante, quello che ho evidenziato in grassetto, che ne annacqua l'importanza.

Sembra impossibile

Il generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione quando ordinò che fossero scattate foto e realizzati documenti filmati. Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…

È una necessità storica ricordarsi che, quando il comandante supremo delle forze alleate, generale Dwight D. Eisenhower, vide le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse scattato il maggior numero di fotografie e che fossero fatti venire gli abitanti tedeschi delle vicine città per vedere la realtà dei fatti e che fossero costretti a sotterrare i corpi dei morti.

Il motivo, lui spiegò: “Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che si realizzino registrazioni filmate – testimonianze – perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”

“Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini buoni non facciano niente” (Edmund Burke)

Recentemente, il Regno Unito, ha rimosso l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione mussulmana che afferma che l’Olocausto non è esistito…

Questo è un presagio spaventoso sulla paura che sta attanagliando il mondo, e quanto facilmente ciascuna nazione si stia adattando

Sono passati più di 60 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Questa mail sta facendo il giro del mondo come una “catena”, in memoria dei 6 milioni di Ebrei, 20 milioni di Russi, 10 milioni di Cristiani e 1900 preti cattolici che sono stati assassinati, massacrati, violentati, bruciati e umiliati, quando Gran Bretagna e Russia guardavano in altre direzioni.

Adesso come non mai, con l’Iran (tra gli altri) che sostiene che l’Olocausto è un mito, diventa imperativo fare in modo che il mondo non dimentichi.

L’intenzione è inviare questa mail e che sai letta dal maggior numero di persone in tutto il mondo.

Aiuta a inviare questa mail, diventa un anello di questa catena, traducila in altre lingue se necessario

Non cestinarla. Ci vorrà solo un minuto del tuo tempo per inoltrarla.


Una volta tanto, questa è una catena utile a ricordare uno dei momenti più oscuri dell'umanità; uno di quelli che molti vorrebbero non fosse mai esistito e che anche per questo, oltre che per motivi ancora più patetici, negano sia esistito.

Ma è importante correggerne un errore, perché diffondere una verità frammista a bugie è inaccettabile e rischia di rendere meno credibile l'intero messaggio. Non è affatto vero che il Regno Unito "ha rimosso l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione mussulmana che afferma che l’Olocausto non è esistito".

Come racconta con dovizia di dettagli l'impagabile Snopes.com, la storia gira da metà aprile 2007 in inglese, e ne esiste anche una versione che la attribuisce all'Università del Kentucky perché qualcuno ha confuso la sigla UK di United Kingdom con quella della University of Kentucky. L'università ha dovuto pubblicare una smentita.

La versione riguardante il Regno Unito è fasulla perché in realtà l'Olocausto fa parte eccome dei programmi scolastici britannici. L'equivoco è nato probabilmente perché qualcuno ha interpretato male la segnalazione sul Guardian che un singolo dipartimento di storia di una singola scuola aveva tolto l'Olocausto dal proprio programma. Ma l'insegnamento dell'Olocausto è e rimane obbligatorio nel Key Stage 3 (studenti da 11 a 14 anni) nell'Inghilterra propriamente detta; nei programmi scolastici scozzesi, gallesi e nord irlandesi, invece, è facoltativo.

Allarme dunque infondato, ma l'appello fa bene a ricordare che il rischio di voler cancellare le verità scomode o troppo dolorose è sempre alto.

articoli tratti da www.it.wikipedia.org e www.retetre.rtsi.ch
immagine tratta da www.i1.tinypic.com

Agenda 2010 Voglio Scendere

Pino Corrias
Peter Gomez
Marco Travaglio

Dal blog di Pino Corrias, Peter Gomez e Marco Travaglio

Vi consiglio questo libro


www.pensieriparole.it

informatevi!!!

''Ogni onda del mare ha riflessi differenti, ogni stella del cielo brilla a modo suo, proprio come unica è la bellezza di chi amiamo"
http://millecuori.splinder.com/

robbino's track

il bianco e il nero

A.M.I. ass. motociclisti incolumi

A.M.I. ass. motociclisti incolumi
www.motociclisti-incolumi.com

musica gratis sul tuo pc

musica gratis sul tuo pc
www.downlovers.it