MOVIMENTO 5 STELLE: IL PROGRAMMA

venerdì 31 ottobre 2008


« Venite con me / È la festa di Ognissanti / Faremo tremare tutti quanti.
Gli scherzi, stavolta, son giustificati / le risa e i lazzi perfino aumentati. »
(Ray Bradbury, L'albero di Halloween, XIX secolo)

Halloween (corrispondente alla vigilia della festa Cattolica di Ognissanti) è il nome di una festa popolare di origine pre-cristiana, ora tipicamente statunitense e canadese, che si celebra il 31 ottobre. Tuttavia, le sue origini antichissime affondano nel più remoto passato delle tradizioni europee: viene fatta risalire a quando le popolazioni tribali usavano dividere l'anno in due parti in base alla transumanza del bestiame. Nel periodo fra ottobre e novembre, preparandosi la terra all'inverno, era necessario ricoverare il bestiame in luogo chiuso per garantirgli la sopravvivenza alla stagione fredda: è questo il periodo di Halloween.

In Europa la ricorrenza si diffuse con i Celti. Questo popolo festeggiava la fine dell'estate con Samhain, il loro capodanno. In gaelico Samhain significa infatti "fine dell'estate" (Sam, estate, e Fuin[senza fonte]). A sera tutti i focolari venivano spenti e riaccesi dal "sacro falò" curato dai druidi a Tlachtga, vicino alla reale Collina di Tara.

Nella dimensione circolare del tempo, caratteristica della cultura celtica, Samhain si trovava in un punto fuori dalla dimensione temporale che non apparteneva né all'anno vecchio e neppure al nuovo; in quel momento il velo che divideva dalla terra dei morti (Tir na n'Og) si assottigliava ed i vivi potevano accedervi.

I Celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi. Da qui l'usanza del trick-or-treating.

Oltre a non temere gli spiriti dei defunti, i Celti non credevano nei demoni quanto piuttosto nelle fate e negli elfi, entrambe creature considerate però pericolose: le prime per un supposto risentimento verso gli esseri umani; i secondi per le estreme differenze che intercorrevano appunto rispetto all'uomo. Secondo la leggenda, nella notte di Samhain questi esseri erano soliti fare scherzi anche pericolosi agli uomini e questo ha portato alla nascita e al perpetuarsi di molte altre storie terrificanti.

Si ricollega forse a questo la tradizione odierna e più recente per cui i bambini, travestiti da streghe, zombie, fantasmi e vampiri, bussano alla porta urlando con tono minaccioso: "Dolcetto o scherzetto?" ("Trick or treat" nella versione inglese). Per allontanare la sfortuna, inoltre, è necessario bussare a 13 porte diverse.

Infine,il nome "Halloween" deriva da "All Hallows Eve",che vuole dire appunto "Vigilia di tutti i santi", perciò "Vigilia della festa di tutti i santi", festa che ricorre, appunto, il 1° di novembre

Negli Stati Uniti le diverse tradizioni legate alla festa d'Ognissanti confluirono, fino ad arrivare alle consuete moderne celebrazioni.

Inizialmente era una festa regionale, le cui caratteristiche erano legate alle culture degli immigrati ed alla fede religiosa personale.

In epoca vittoriana furono gli strati più elevati della società ad impadronirsi della festa: era di moda, negli Stati Uniti, organizzare feste, soprattutto a scopo benefico, la notte del 31 ottobre. Era necessario eliminare i collegamenti con la morte ed amplificare i giochi e la parte scherzosa della festa.

Già nel 1910 le fabbriche statunitensi producevano tutta una serie di prodotti legati unicamente a questa festa. Prende in questo periodo la connotazione di "notte degli scherzi" o "notte del diavolo", durante la quale ci si abbandonava all'anarchia ed erano ricorrenti gli atti di vandalismo, fino al punto da ritenere opportuno l'annullamento della festività.

Con la seconda guerra mondiale si fece leva sul patriottismo americano e la festa servì a tenere alto il morale delle truppe ed il vandalismo degli scherzi di peggiore specie venne eliminato.

Terminato il conflitto mondiale i bambini si impossessarono della festa, anche grazie alle aziende, che dedicarono a loro tutta una serie di costumi, dolci e gadget trasformando la festa in un affare commerciale. Alimentarono l'affare con storie di lamette nei dolci e avvelenamenti di caramelle fatte in casa, inducendo gli americani a volgersi verso dolci preconfezionati.[senza fonte]

Nella nota serie I Simpson, molte puntate sono dedicate ad Halloween, sotto il nome (in italiano) di La paura fa novanta.

articolo tratto da www.it.wikipedia.org
immagine tratta da www.discotecheostia.it

giovedì 30 ottobre 2008



Operaio e cameriere. Archeologo e assistente sociale. Negli ultimi tre anni è aumentato del 40 per cento il numero degli italiani che ha un secondo impiego. E molto spesso nel sommerso


La doppia vita, per necessità. Otto ore a tagliare lastre di metallo in un capannone, altre tre o quattro tra i tavoli di una pizzeria. Cinque giornate nella bottega di barbiere, due a raccogliere l'uva o le olive, nel weekend. Oppure: mezza vita da archeologo, l'altra metà da assistente sociale. O ancora: traduttrice di giorno e di notte, sotto contratto in ufficio e in nero al computer di casa. E dottori di ricerca che la sera arrotondano al pub, postini che appena smontano vanno a fare gli istruttori in palestra, il classico lavoretto dell'infermiera che fa le iniezioni a domicilio e quello moderno del webmaster che arrotonda in Rete il reddito mai sufficiente del lavoro principale. È il secondo lavoro oggi, ai tempi della crisi e della flessibilità. Che hanno fatto tornare a galla un fenomeno sommerso, da sempre presente nell'economia e nella società italiana, imprimendogli un ritmo galoppante. Ed estendendolo a tutti i settori del lavoro e dell'economia: vecchi e nuovi, manuali e intellettuali, obsoleti e trendy.

Meccanici a metà "Prima lo facevo per avere quei due soldi in più: per andare in vacanza, comprare qualcosa per me. Adesso no, adesso il secondo lavoro mi serve per arrivare alla fine del mese". Vincenzo ha 36 anni e lavora in una media azienda metalmeccanica, dalle parti di Parma: otto ore al giorno su cinque giorni, "una settimana ho il turno al mattino, un'altra al pomeriggio". Il suo secondo mestiere è quello di cameriere: "È quello che facevo da ragazzo a Napoli, prima di venire su a lavorare. Lo so fare bene, mi chiamano sempre". E quando lo chiamano, Vincenzo va: la sera se ha il turno in fabbrica al mattino, altrimenti nei fine settimana. "Pagano abbastanza bene, ovviamente in nero: sono 100 euro per servizio. A fine mese, mi trovo in tasca 6-700 euro in più". Non che ci sia da scialare, però almeno così arriva dignitosamente a fine mese, sfiorando i 2 mila euro netti e lavorando praticamente sempre: "Abbiamo il mutuo da pagare, anche la mia compagna lavora ma senza gli extra non ce la faremmo. Per ora niente figli".

Ugo, che ha qualche anno più di lui e un figlio all'università, ricorda una figura in auge nel passato: "Io sono un metalmezzadro". Sette ore e mezzo in fabbrica, nel pieno della Food Valley parmense, e tutto il resto del tempo a curare un campo che ha in affitto, dove tira su produzioni biologiche e dove ha anche la casa: "Anzi, a dire il vero il mio primo lavoro era quello dell'agricoltore. Ma non potevo viverci, da una quindicina di anni ho cominciato a fare lo stagionale in fabbrica, per periodi via via sempre più lunghi, fino a entrarci a tempo pieno". Ma ha conservato il suo campo. E la sua passione: "Per me quello dell'agricoltore è il lavoro più bello del mondo. Ma come si fa a viverci? Quando va bene, ne cavo 5 mila euro in un anno". Che vanno ad aggiungersi a quelli della fabbrica, del 'primo lavoro' che comunque non basta: "1.300 euro per 13 mensilità. Qui non bastano a nessuno, chi può ne fa un altro, quelli che non hanno altri lavori li vedi tutti lì il sabato, a fare gli straordinari, finché ci sono". Ugo preferisce la campagna: "È un lavoro duro, e non sai mai quello che avrai. Una grandinata fuori stagione, e tutto il guadagno se ne va. Però preferisco questo, a fare più ore là dentro".

Vincenzo e Ugo hanno un buon punto di osservazione su quel che succede nelle loro fabbriche, in quello che è stato e resta uno dei distretti più dinamici della media impresa italiana: "Si teme il peggio, si comincia a parlare di cassa integrazione e mobilità". Tra i tavoli della sua pizzeria, Vincenzo ha cominciato a vedere facce nuove: "L'altro giorno è venuto a lavorare uno che ha una sua attività commerciale qui vicino, sì, uno che ha un negozio suo e la sera deve arrotondare in pizzeria". Ugo azzarda una statistica: "Crisi o non crisi, il doppio lavoro è una realtà. Da quel che vedo io, da noi almeno il 30 per cento degli operai fa un secondo lavoro".

Numeri al galoppo La stima di Ugo è molto vicina a quella delle poche statistiche ufficiali che ci sono in materia di secondo lavoro. Qualche tempo fa l'Eurispes ha parlato di 6 milioni di doppiolavoristi, tra i soli lavoratori dipendenti: il 35 per cento. All'Istat, nella casa di tutti i numeri, ci vanno con i piedi di piombo. Però tutto conferma che siamo nell'ordine dei milioni e che in buona parte queste attività sono nascoste al fisco e sfuggono alle rilevazioni statistiche. Alcuni dati arrivano dalla Direzione centrale di Contabilità nazionale, che fornisce stime e analisi sull'economia sommersa e il lavoro irregolare. Un buon indicatore, spiega Antonella Baldassarini, che si occupa di tali tematiche all'Istat, è il rapporto tra posizioni lavorative e occupati: se in un settore ci sono più posizioni lavorative che occupati, è perché alcuni occupati svolgono doppio o triplo lavoro. Nella media italiana, nel 2007 a ogni 100 occupati corrispondevano 120 posizioni: in numeri assoluti, le doppie (o anche triple) posizioni sono più di cinque milioni, secondo i dati Istat. Che permettono anche di vedere dove è più diffuso il secondo lavoro. A partire dall'agricoltura, dove a 100 occupati corrispondono 188 'posti': un fenomeno antico, rivitalizzato però negli ultimi tempi con la partecipazione degli italiani alle campagne stagionali e anche con la diffusione degli orti per l'autoconsumo.

Forte la presenza delle posizioni plurime anche negli alberghi e nei ristoranti, nei servizi domestici, e tra i padroncini dei trasporti e i nuovi lavori delle comunicazioni. Ma attenzione, precisano all'Istat: questi sono i settori dove si svolge il secondo lavoro, niente ci dicono sulla provenienza del lavoratore 'bioccupato' (per usare il termine coniato dal sociologo Luciano Gallino, che tempo fa mise sotto la lente il fenomeno): il quale può venire da tutti i settori, pubblici e privati. "In molti casi il secondo lavoro avviene solo un po' più in là, in un'altra azienda dello stesso comparto, in altri no", commenta Gallino. "E comunque, dai tempi di quelle antiche ricerche a oggi, una cosa è certa: il secondo lavoro continua a prosperare".

Ma altri indizi dai dati dell'Istat ci dicono qualcosa di più. Nei complicati calcoli sulla produzione e il lavoro effettivi (comprensivi dunque di tutto il sommerso) l'Istat ha calcolato anche un forte aumento delle ore lavorate nella seconda attività: passate dal 5,6 al 6,9 per cento del monte ore lavorato complessivo in quindici anni. Non solo. Negli ultimi mesi, pare che ci sia stata una vera e propria corsa al secondo lavoro. Passando dalle stime aggregate dei contabili nazionali alle risposte date dal campione sul quale l'Istat fa la sua Indagine trimestrale sulle Forze di lavoro, si possono tirare fuori numeri interessanti: dal 2005 a oggi, la percentuale di coloro che dichiarano di svolgere una seconda attività cresce costantemente. In tre anni, si calcola un aumento del 39 per cento, particolarmente sensibile nei primi sei mesi di quest'anno.

Il doppio precariato Un effetto dell'aumento dei prezzi, dell'emergenza domestica della quarta (se non terza) settimana e della crisi finanziaria globale? O l'effetto di un cambiamento più profondo, quello che ha man mano ridimensionato la stessa idea del 'primo lavoro', il pianeta centrale attorno al quale come satelliti stanno i lavoretti in nero? Prendiamo il commercio, la grande distribuzione, dove regna il lavoro part time. "Qui il problema non è il secondo lavoro, è trovarsi un secondo part-time per mettere insieme almeno un salario", ti spiegano alla cassa di qualsiasi supermercato. Cosa non facile, perché gli orari sono spezzettati e flessibili, variano da una settimana all'altra. Così molti si riciclano in lavori serali e notturni, dal pub alle pulizie. Ancora più complicata è la definizione del secondo lavoro nel vasto mondo degli atipici. "Tra tutti i collaboratori a progetto e le partite Iva, solo il 10 per cento dichiara all'Inps di avere più di un committente durante l'anno", dice Patrizio Di Nicola, sociologo del lavoro, che cura il Rapporto sui parasubordinati per Nidil-Cgil. In teoria, gli atipici sarebbero più fedeli al primo lavoro del classico lavoratore dipendente a tempo indeterminato. Ma non è così, e anche qui il nero dilaga: "Basta guardare i redditi: se un collaboratore a progetto in media guadagna 12-13 mila euro l'anno, e ha un'età tra i 35 e i 40 anni, è chiaro che per vivere deve fare anche qualcos'altro".

È il caso di Francesco, archeologo romano di 33 anni. "A dire il vero quello da archeologo è il mio secondo lavoro. Perché il primo, quello che mi dà la sicurezza per vivere, è il mio lavoro da educatore in una casa famiglia". In una casa famiglia (le microstrutture che hanno sostituito i vecchi istituti per minori abbandonati o affidati ai servizi sociali) c'è da fare sempre: aiutare i ragazzi a fare i compiti, a preparare un esame, accompagnarli a scuola o da qualche altra parte, a volte dormire. "I colleghi mi aiutano con i turni, così posso combinarli con l'altro lavoro, quello per la Sovrintendenza". Da educatore, Francesco è pagato con uno stipendio fisso: 900 euro al mese, netti. Da archeologo, è un professionista con partita Iva, dai 120 ai 180 euro, pagato a giornata come gli edili. "Ma al contrario degli edili non abbiamo cassa integrazione né altro". Insomma, "ho due lavori tutti e due precari". Come la sua collega Antonella, che ha una laurea e un dottorato di ricerca già concluso, e che per due anni ha passato la mattina in cantiere a scavare e il pomeriggio presso una società che fa la ricostruzione tridimensionale di monumenti antichi: almeno lei lavorava in campi contigui. Adesso invece "il mio secondo lavoro è a scuola, insegno italiano tre ore a settimana".

Non che il doppio lavoro intellettuale riguardi solo i precari. Il problema, più che la stabilità del posto, è il livello del reddito. Anna per esempio ha un contratto a tempo indeterminato con una società per la quale traduce dall'inglese e dallo spagnolo: netto in busta paga, 1.250 euro al mese. La metà vanno in affitto. Dunque, "lavoro di notte e nei weekend, faccio traduzioni da free lance". Nel mondo delle traduzioni, la tariffa si calcola per parola: "Mi pagano anche meglio, fino al triplo per parola tradotta, ma il primo lavoro mi serve per avere un minimo di sicurezza". Il secondo per avere 4-500 euro in più al mese. E, in alcuni casi, anche qualche soddisfazione in più. Nicola, che fa il webmaster e dunque dovrebbe stare nella parte alta delle classifiche del lavoro, quelle del nuovo che avanza, la spiega così: "Ho un contratto a progetto con un ministero, lungo e abbastanza buono. Ma in ogni caso non supero i 1.500 euro al mese. E mi resta del tempo per lavorare in proprio, progettare siti, per esempio: lo faccio non solo perché mi serve, ma anche perché in questi lavori sono più libero, posso esprimere una visione grafica, un'idea mia". Non è un caso se, nella classifica dell'Istat, è proprio nel settore 'comunicazioni e trasporti' il record delle posizioni lavorative: quasi il doppio degli occupati.


articolo tratto da www.espresso.repubblica.it
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mercoledì 29 ottobre 2008

La maglietta ascolta il cuore: nascono i tecnovestiti



Reggiseni che prendono le pulsazioni, magliette che consigliano un training adeguato: presto chiunque potrà avere un vestito high-tech che si prende cura di lui. Non solo: i tessuti dei sedili delle auto potranno riconoscere il proprietario. Al centro di ricerca E. Piaggio di Pisa nasce l'abbigliamento del futuro

PISA. Quando la tecnologia diventa un abito, allora si possono indossare reggiseni che prendono le pulsazioni del cuore, magliette sportive che consigliano un allenamento adeguato allo stato di forma, tute che ricostruiscono il movimento e lo trasmettono ad un computer. Come Batman, Superman o l'Uomo ragno presto anche il normale cittadino potrà avere un vestito high-tech che si prende cura di lui.
Abbandonate le antiche sartorie, messi da parte i tradizionali ago e filo, il vestiario del futuro nasce in un atelier decisamente sui generis. Stiamo parlando del Centro di ricerca "E. Piaggio" di Pisa, uno di quei luoghi in cui i confini tra fantascienza e realtà assumono contorni sempre più sfumati.
«Da qualche anno siamo impegnati nello sviluppo di sensori e trasmittenti in forma di fibre tessili - spiega il professor Danilo De Rossi, docente all'Università di Pisa e coordinatore della ricerca - In pratica il tessuto diventa esso stesso un rilevatore di dati vitali (pulsazioni, respiro, sudorazione, ecc.) che, grazie ad un sistema Gps, possono essere trasmessi ovunque». Ovunque significa sul monitor del medico che a distanza controlla lo stato di salute di un paziente, oppure sul Pc dello sportivo che vuole registrare la risposta corporea all'allenamento fatto in palestra.
«Siamo i primi al mondo nello sviluppo di questa tecnologia - prosegue De Rossi - Il fatto che si tratti di un sistema realizzato prevalentemente in forma di tessuto consente di sfruttare alcuni vantaggi: comfort, basso costo ed estrema integrabilità con le più svariate attività umane». Le possibilità di applicazione, infatti, vanno dal campo medico-riabilitativo a quello sportivo. «Stiamo lavorando ad un sistema legato al wellness e al fitness - spiega il professor De Rossi - Magliette e reggiseni in grado di prendere il respiro e i battiti cardiaci, di calcolare le calorie consumate e di fare un piano di allenamento specifico. I dati vengono visualizzati sul cellulare dell'atleta».
Questo progetto di ricerca, finanziato dalla comunità europea e coordinato dalla Philips, a novembre abbandonerà i laboratori per entrare nelle palestre: grazie ad una joint venture tra la Smartex di Navacchio e un'azienda di Valencia, si testerà la risposta del mercato lanciando 100 prototipi per lei e per lui in Spagna, Italia e Germania.
La stoffa intelligente ha attirato l'attenzione anche delle case automobilistiche: i ricercatori del Centro "E. Piaggio" stanno collaborando con la Volvo alla realizzazione di sedili in grado di riconoscere il proprietario della vettura e di modellarsi sulla sua figura. Un sistema che potrebbe funzionare anche come antifurto, segnalando alla polizia la presenza di ladri al volante.
Sport, sicurezza, eleganza ma soprattutto salute. Gran parte delle applicazioni che sfruttano la tecnologia del Centro "E. Piaggio" riguardano il comparto medico: «Tra queste c'è Neuro-Rehabilitation - spiega il professor De Rossi - Si tratta di un progetto per la riabilitazione a distanza dei soggetti colpiti da ictus. La fase di ricerca è finita ed ora stiamo sviluppando il sistema a livello commerciale in Germania, Italia e Stati Uniti». Grazie ad una maglietta sensorizzata i movimenti del soggetto con problemi motori, vengono visualizzati su uno schermo e inseriti in uno scenario virtuale. In questa specie di videogame, il paziente deve compiere dei gesti quotidiani, come prendere un uovo e metterlo in una padella. Se, ad esempio, la mano non viene chiusa a dovere sul monitor si vedrà l'uovo cadere a terra. «Ci sono esercizi di varia difficoltà - prosegue De Rossi - Il sistema assegna un voto e lo gira al riabilitatore che dall'ospedale può valutare i progressi del paziente e variare il programma di recupero».
Sistemi utili non solo per i cittadini, ma anche per le tasche dello Stato: «I ricoveri ospedalieri hanno dei costi di sostenibilità molto elevati - conclude De Rossi - I nostri prodotti permetterebbero di abbassare la spesa per la sanità pubblica e in più darebbero una mano dove lo Stato non arriva. Penso agli anziani che vivono da soli: indossando un semplice indumento sarebbero monitorati 24 ore su 24».

articolo tratto da www.iltirreno.repubblica.it
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martedì 28 ottobre 2008

Il Campione del Mondo Troy Bayliss chiude la sua carriera Superbike a Portimao



Il campione del Mondo Troy Bayliss si ritirerà dal campionato Superbike dopo l'ultima gara, in programma sul tracciato portoghese di Portimao questo weekend. Un momento molto significativo per un uomo che ha vissuto la vita di campione Superbike gli ultimi nove anni, da quando vinse il titolo britannico nel 1999. In seguito ha poi vinto il titolo Mondiale nel 2001, ancora campione nel 2006 per arrivare alla terza fantastica affermazione in questa stagione, accumulando un totale di 50 vittorie, 92 podi e 25 pole durante la sua carriera in Superbike.

Per celebrare la vittoria nel Campionato Mondiale Superbike 2008 in sella alla 1098 F08, degna conclusione di una carriera durante la quale ha conquistato tre Titoli Mondiali su tre diverse generazioni di Superbike Ducati, la moto di Troy Bayliss sarà vestita questo weekend con una speciale livrea commemorativa, realizzata con tutti i colori più significativi per il campione australiano.

Troy ha vinto in quasi tutti i circuiti dove ha gareggiato durante gli anni e vorrebbe chiudere la sua carriera con una vittoria anche a Portimão.

"Sono molto più rilassato adesso che abbiamo ottenuto quello che volevamo. Abbiamo vinto il titolo piloti e il titolo costruttori e adesso posso andare a Portimão completamente rilassato e pronto a concentrarmi su questa ultima gara della mia carriera. Non vedo l'ora di correre in questa pista, quello che abbiamo visto durante i giorni di prova mi ha davvero impressionato. E' stata una stagione lunga e faticosa e sono stanco, ho l'energia per fare solo queste ultime due gare e poi basta... E' ovvio che vorrei chiudere la stagione, e la carriera, con una vittoria e questo è il mio obiettivo, correre senza pressione e godermi dell'occasione".























articolo tratto da www.worldsbk.com
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lunedì 27 ottobre 2008


Aggiunti nel Dna i geni di una pianta che aumenta gli antiossidanti
I pomodori ogm anticancro
Studio europeo con Veronesi

Sono di colore viola e sono stati già usati con successo sulle cavie: allungano la vita

MILANO — Pomodori viola per combattere i tumori. La frontiera dei cibi-farmaco anticancro segna un nuovo risultato, grazie a uno studio europeo (il progetto Flora) a cui partecipa l'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Umberto Veronesi. Creati da Cathie Martin, presente anche a Venezia al «Futuro della scienza», che da anni studia le proprietà dei pomodori, contengono i geni di un fiore e producono una quantità importante di antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, di cui i pomodori normali (pur ricchi di anticancro come i licopeni) sono privi. La combinazione triplica lo scudo. Così almeno si è visto sui topi di laboratorio. Lo studio viene pubblicato oggi su Nature Biotechnology. Cathie Martin e la sua équipe lavorano nei laboratori britannici del John Innes Centre di Norwich. Lì sono stati creati i pomodori viola. Inseriti nella dieta di topi mutanti (senza il gene p53) particolarmente suscettibili ai tumori sono riusciti ad allungare la sopravvivenza dei topi. O meglio a posticipare la comparsa scontata del tumore. E lo Ieo ora punta molto sullo studio di questi cibi «arricchiti» per prevenire i tumori, se non per bloccare lo sviluppo di cellule neoplastiche. La strada è aperta. Verdura e frutta migliorata geneticamente per farci arrivare sani ai 120 anni di vita media programmata dai nostri geni. In un futuro non molto lontano potrebbe essere l'ortolano sotto casa il neofarmacista, consigliando un'insalata al pomodoro viola, banane al vaccino, riso alla vitamina A, aglio viola, patate lilla, broccoli o cime di rapa modificate con i geni dell'uva rossa, arance blu dagli effetti anti-ossidanti moltiplicati. Tutto è salutarmente modificabile. Insomma, la nocciolina che trasforma in supereroe il Pippo disneyano non è proprio fantascienza.

«Senza esagerare con la fantasia, si tratta di un importante passo avanti — dice Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca dello Ieo — nello studio degli antiossidanti, dei flavonoidi (le antocianine) in particolare, ormai largamente considerati una valida arma di prevenzione nei confronti di una vasta gamma di patologie, dalle malattie cardiovascolari ad alcuni tipi di cancro. La dieta seguita dalla maggioranza della popolazione nel mondo occidentale non sembra essere sufficiente a garantire un apporto adeguato di queste sostanze, presenti nelle verdure e nella frutta (soprattutto frutti di bosco, uva, arance rosse). Per questo il progetto Flora punta a capire meglio i loro meccanismi di azione e a trovare nuove strade per aumentarne il consumo».

Per ottenere una particolare ricchezza in antocianine nei pomodori che non ne hanno, i ricercatori inglesi hanno fatto ricorso a due geni presenti nella comune pianta bocca di leone (un fiore): conferendo così un colore viola (blu-rosso) ai nuovi pomodori. «I due geni che abbiamo isolato dalla bocca di leone — spiega Eugenio Butelli che lavora nel centro di Cathie Martin ed è primo autore della ricerca — sono responsabili dei colori dei fiori e, se introdotti in altre piante, sono la combinazione vincente per produrre antocianine». Una polvere ottenuta dai pomodori viola è stata somministrata a topi di laboratorio mutanti privi del gene della proteina p53 (comunemente conosciuta come «guardiana del genoma»). È una proteina fondamentale nel processo di sviluppo dei tumori. I topi che ne sono privi sviluppano, e precocemente, diversi tipi di tumore, soprattutto linfomi.

Gli animali usati per i test sono stati divisi in tre gruppi, a dieta diversa: al primo gruppo è toccato cibo comune, al secondo è stato aggiunto un 10% di estratto di pomodoro rosso normale, al terzo mangime con estratto di pomodoro viola. «Tra i primi due gruppi non sono state riscontrate differenze — spiega Marco Giorgio, dello Ieo, che ha condotto la sperimentazione sui topi —. Mentre l'ultimo gruppo, che ha mangiato pomodori viola, ha mostrato un allungamento della vita significativo: è sopravvissuto in media 182 giorni rispetto ai 142 dei topi a dieta comune». Anche se i risultati sono molto promettenti, i ricercatori però invitano alla cautela. I pomodori scuri, comunque, non sono una novità. Esistono già il Kumato, un ogm, e il Nero di Crimea, anch'esso con una colorazione scura. Queste varietà non hanno antociani. Infine, c'è il pomodoro Sun Black (progetto italiano Tom-Anto finanziato dal ministero dell'Università e della Ricerca): non è un Ogm, ma gli antociani sono accumulati nella sola buccia.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.adnkronos.com

domenica 26 ottobre 2008

Federalismo, scintille nel governo


Miccichè: «Sud suddito del Nord».
Lombardo: così non va, reagiremo.
Calderoli: Miccichè? Non lo conosco
ROMA
Il federalismo che la maggioranza si appresta a varare a Gianfranco Miccichè «non piace». Ha un dubbio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: non si fida di un «federalismo fatto dagli "amici" della Lombardia e da gente come quella della Lega» perchè gli sembra che in generale «nel Mezzogiorno si è sudditi nei confronti dei poteri del Nord».

Miccichè attacca: «Vogliono lo scontro tra territori, ma se questo ci deve essere - aggiunge - allora che sia alla pari: uno scontro politico e non territoriale perchè loro sono più forti di noi anche nella demagogia». Miccichè dice di «sapere bene che gli unici fondi disponibili che ci sono per il momento sono quelli per il Mezzogiorno» e che in «un momento di difficoltà se i soldi servono per altro non c’è alcunchè di scandaloso» nell’impiegarli diversamente. Ma, proprio perchè «si parla di soldi del Sud», non gli sta bene «l’attacco» di Roberto Formigoni e Letizia Moratti sul finanziamento di 140 milioni di euro al Comune di Catania stanziati dal Cipe per evitare il dissesto finanziario dell’Ente. E non fa nulla per nascondere di sentirsi come tradito: «È una vigliaccata: noi abbiamo dato 1,4 miliardi di euro all’Expo di Milano con i nostri soldi, quelli destinati al Fas per il Mezzogiorno».

L'affondo di Miccichè scuote la maggioranza. La reazione della Lega non si fa attendere: «Miccichè chi? Non lo conosco - dice Calderoli -. Per me in Forza Italia i punti di riferimento sono Berlusconi, Schifani, Prestigiacomo, Alfano. Non posso commentare le dichiarazioni di chi non conosco». Il ministro per la Semplificazione normativa getta acqua sul fuoco: «A me sembra di aver sentito il presidente Lombardo, che per me è il riferimento dell’Mpa, parlare del federalismo in termini completamente diversi». L’attacco di Miccichè sembra collocarsi nell’ambito di una antica, ma pare mai sopita idea, dell’esponente di Forza Italia: il partito del Sud da contrapporre alla Lega, federato con il Pdl. Così ai giornalisti che gli chiedono se pensa ancora a quel progetto replica convinto «sì e ne parlo sempre di più».

A condividere la tesi di Miccichè sul federalismo è anche il presidente della Regione Siciliana e leader del Mpa, Raffaele Lombardo, sottolineando che «ormai bisogna capire che i contrasti politici non si basano su divergenze tra Sinistra e Destra: il confronto è tra Nord e Sud». «Se questo federalismo - avverte Lombardo - dovesse andare avanti così a via di scandali e di rivendicazioni inesistenti, come quelle di presidenti di regione e sindaco del nord sostenuti da un sistema economico e di informazione volgarmente parziale, saremo costretti a reagire». Il leader del Mpa si dice però «certo che il presidente Berlusconi saprà essere buon arbitro della maggioranza, che è fatta di forze politiche della Lombardia e della Sicilia». Così, per Lombardo, «per oggi il bicchiere resta mezzo pieno perchè questa è l’unica soluzione. Per oggi però...».

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.files.splinder.com

sabato 25 ottobre 2008




Il riscaldamento globale visto dai piccoli: a New York
una mostra volta dall'Onu. Per riprendersi il futuro
Orsi in costume, auto pulite
i bimbi del mondo e il clima

Le mutazioni climatiche viste dai bambini del mondo. Paure e speranze riflesse in tanti dipinti dove si vedono orsi polari in costumi da bagno, pinguini sulla spiaggia, ciminiere che impestano l'aria. Ma anche automobili che camminano con l'energia solare, eliche che sfruttano l'energia eolica, piante lussureggianti. Bimbi che ridono felici. Bimbi che piangono rassegnati.

GUARDA LE IMMAGINI

"Paint for the planet": così si chiama la mostra voluta dall'Onu, che ha aperto i battenti in questi giorni a New York. L'esibizione, riservata a piccoli artisti provenienti da tutto il mondo, rappresenta un altro modo di combattere i mutamenti climatici, dove non c'entrano né i protocolli di Kyoto, né le polemiche politiche e tantomeno le battaglie diplomatiche sui livelli di Co2 o delle emissioni nocivi: i dipinti parlano da soli.

La mostra vuole essere un supporto alla necessità di un accordo globale sul clima da effetturarsi al più presto e comunque entro il 2009 a Copenhagen.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.completelyjob.com

venerdì 24 ottobre 2008

Dopo 17 anni tornano i Guns 'n' Roses




E' rimasto Solo Axl Rose tra i componenti della band rimasto nel gruppo

Il 23 novembre esce il nuovo album "Chinese Democracy"

NEW YORK - Per milioni di fan l'attesa è finita, dopo 17 anni: il 23 novembre prossimo esce il nuovo album dei Guns n' Roses, "Chinese Democracy", la cui realizzazione, secondo indiscrezioni, è costata oltre 13 milioni di dollari. L'etichetta Geffen, che detiene i diritti della band, e la catena di negozi Best Buy hanno confermato le voci insistenti di uscita del disco, che sarà disponibile dal mese prossimo sia online che nelle filiali della catena.

14 CANZONI - «La pubblicazione di questo album segna un momento storico nella storia del rock n' roll», hanno dichiarato i manager del gruppo, Irvin Azoff e Andy Gould. L'album prodotto da Axl Rose - l'unico componente della band rimasto nel gruppo - e da Caram Costanzo, conterrà 14 canzoni, ma solo tre di queste non sono mai state eseguite "live" prima d'ora nè distribuite su internet. Eccezionali anche le spese di realizzazione: secondo un servizio del New York Times del 2005, i costi erano lievitati già tre anni fa a 13 milioni di dollari. Non a caso la frase "Chinese Democracy" ha iniziato a identificare tra i giovani una idea folle e senza fine. Il mese scorso si era avuto un assaggio dell'album con la canzone «Shackler's revenge», apparsa nel videogioco «Rock band 2», e «If the World», inserita nei titoli di coda del film «Body of lies».

http://web.gunsnroses.com/splash.jsp

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.metalsludge.tv

giovedì 23 ottobre 2008


Il nome di Piero Calamandrei, forse, non dirà molto agli studenti che protestano contro settantenni incartapecoriti che gli hanno rubato il presente e gli vogliono togliere la speranza di un futuro.
Il suo nome, forse, non avrà significato per i ragazzi e le ragazze che vedono al vertice delle istituzioni, dell'economia, dell'informazione del loro Paese dei pregiudicati, dei servi, dei lacchè.
Calamandrei, forse, non dirà nulla alla nostra gioventù che vede la Costituzione tradita dal Parlamento, migliaia di caduti sul lavoro ogni anno, milioni di precari e il padre, o la madre, licenziati.
Calamandrei fu professore durante il fascismo, uno dei pochi a non avere nè chiedere mai la tessera del partito. Fondò il Partito d'Azione e fu membro della Consulta. La stessa che oggi è merce di scambio tra lo psiconano e Topo Gigio. Nel 1950 fece un discorso sulla Scuola, parole che sembrano dette oggi per la Scuola della P2

L'ipotesi di Calamandrei.
"Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." Piero Calamandrei
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950

Il blog è a disposizione di studenti e professori per i loro video su interviste, manifestazioni e manganellature (so che saranno numerose). Nella barra in alto: "La Scuola in diretta", scorreranno in continuazione i video nei prossimi giorni. Caricate il video su YouTube e inviate la segnalazione al blog.
Loro non molleranno mai, noi neppure.

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.blog.catroma.info

mercoledì 22 ottobre 2008



Lo sfogo dell'attore siciliano: «Sette anni fa il suicidio di mia moglie. Ora non dormo più la notte»


Sto male. Molto male, da tantissimo tempo ormai. Forse da tutta la vita. Ma solo da poco, da un mese, ho capito che dovrei chiedere aiuto. Che tipo di aiuto non lo so. A me, quelli dati allo psicologo, mi sono sempre sembrati soldi buttati. E poi, per come la vedo io, ammettere di aver bisogno di una mano ha il sapore della sconfitta. No, no, forse è vero il contrario: per essere forti a un certo punto gli uomini devono ammettere la propria debolezza. Io, finalmente ho il coraggio di dirlo, avrei bisogno di qualcuno con cui comunicare, qualcuno da cui farmi conoscere veramente. Perché mi sembra di non esserci mai riuscito. Amavo mia moglie, ma litigavamo in continuazione. Lei voleva fare l’estetista a Palermo, io le dicevo: «Vieni nella capitale, viviamo insieme». Ma lei piangeva, non mi seguiva, e io andavo a Roma perché dovevo lavorare. Film, fiction, teatro, un sacco di cose.

MIA MOGLIE SI É BUTTATA DAL BALCONE - Per me ma anche per lei e i nostri figli, Tony e Priscilla, che ora hanno 19 e 16 anni. Quando tornavo a casa bisticciavamo, per un sacco di motivi. Discussioni normali tra marito e moglie, io così pensavo. Invece un giorno, io ero a Roma, mi telefonano che mia moglie, Rita, si è buttata dal balcone e si è ammazzata. A 32 anni e mezzo. Io non lo auguro a nessuno quello che ho passato la notte di sette anni fa. C’era pure uno sciopero degli aerei e sono riuscito ad arrivare a casa solo alle sei del mattino. La prima cosa che mio suocero mi disse fu: «Sei contento, adesso?» E in chiesa, al funerale, quando mi sono avvicinato al microfono per salutare un’ultima volta Rita, mio figlio, aveva 12 anni allora, si è alzato ed è andato via. Io non credo che sia colpa mia quello che è successo. Io lavoravo, lavoravo, non so se avevo capito o no che mia moglie era depressa. So che, anche quando litigavamo, io urlavo, sbraitavo, dicevo: «Ora me ne vado». Poi scendevo di un piano e mi dicevo: «Ma che sto facendo?». E così tornavo subito su. Mia moglie chissà che credeva andassi a fare a Roma. Io facevo solo il mio mestiere. Il problema mio è che non riesco a comunicare. Non riesco neanche a fare capire ai miei figli quanto li amo. Loro vivono a Palermo, con le sorelle di mia moglie. Tutti pensano: «Sperandeo fa l’attore, è un duro, guadagna soldi, se la spassa». Ma la verità è che sono solo e che non ho il coraggio di ammazzarmi tutto in una volta, come ha fatto mia moglie. Allora io mi ammazzo, piano piano: dieci anni fa sono stato operato di enfisema polmonare, eppure fumo come un turco. Poi non dormo la notte, non dormo mai, e m’incazzo. Sono un morto che cammina. La verità è che io sono uno che ama tantissimo gli altri ma non ama per niente se stesso. Ho cercato di fare di tutto per dimostrare tutto questo amore che avevo dentro. Ma alla fine ci rimetto sempre. Ho amato altre donne, ma loro, o le loro famiglie, vedevano sempre Sperandeo il duro, magari un poco di buono, sarà colpa della mia faccia o di come parlo, con l’accento siciliano. E così sto male. Talmente male che io, che sono uno che sul lavoro dà cento, ci sono giorni che do sessanta. E allora m’incazzo con me stesso.

HO PARLATO SOLO CON MIA MADRE - La prima volta che sono riuscito a dire queste cose, a parlare di quello che avevo dentro, è stato con mia madre. Lei mi ama davvero e crede che io non pensi a lei perché per mesi non mi faccio sentire. Se non chiamo è per non farle capire che sto male. Quella volta, due anni fa, le aprii il mio cuore. Certe mie fragilità io le ho prese da lei. Ma lei è una persona buona, mentre a me queste fragilità fanno soffrire. Comunque mia madre mi ha fatto capire una cosa: dopo la morte di mia moglie, io sono andato a cercare a chi dare amore, perché ho l’animo del bambino sperduto. Magari avrei dovuto concentrarmi sui miei figli. Però come? Per loro un giudice ha scelto che crescessero lontano da me: io sono un padre distante, lontano. Ora sto recuperando un po’ di dialogo con mia figlia Priscilla, di tanto in tanto mi manda degli sms. Ma Tony, il grande, l’ho perso. Io lo so, ne sono certo, mi serve aiuto. Ma non so neanche se il mio male si chiama depressione. O se è solo il bisogno di ritrovare l’amore dei miei figli.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.mymovies.it

martedì 21 ottobre 2008

A scuola di sesso dai boy scout


Corsi e preservativi nei campi inglesi «Tutto cambia, siamo soltanto realisti»

Addio alle storie di fantasmi raccontate intorno al fuoco la notte e ai giochi da tavolo che durano fino al mattino. Gli scout, almeno in Inghilterra, scoprono ufficialmente il sesso. L’associazione fondata da Robert Baden-Powell, infatti, fornirà ai partecipanti ai campi una guida per conoscere ed affrontare la sessualità e, addirittura, un preservativo per prevenire il sesso non protetto. E’ una piccola rivoluzione per il movimento che nel 2007 ha festeggiato il centenario. «Abbiamo sempre lavorato per promuovere le relazioni fra i nostri giovani iscritti- spiegano i vertici dell’associazione sul sito- ma per la prima volta l’educazione sessuale e le visite preventive saranno incluse nel nostro programma». Nel manuale realizzato dai medici vicini allo scoutismo, disponibile anche su Internet, si trovano le indicazioni per un corretto approccio alla materia: gli avvertimenti contro la diffusione delle malattie, i consigli per approcciarsi all’uso degli anticoncezionali e una panoramica sull’influenza delle religioni sul tema sessuale.

«In un momento in cui il dieci per cento degli adolescenti è sessualmente attivo e il cinquanta per cento di essi non fa uso di contraccettivi- ha detto la dottoressa Karla Blee, 25 anni, collaboratrice della guida- è assolutamente necessario che il movimento degli scout fornisca le informazioni per resistere alle pressioni e sviluppare fiducia e stima in se stessi». Le visite di prevenzione sono riservate agli scout fra i quattordici e diciotto anni. «Dobbiamo essere realistici» ha commentato Peter Duncan, il numero del movimento in Inghilterra. «Lo scoutismo coinvolge membri di tutte le comunità, religioni e gruppi sociali. Abbiamo l’obbligo di promuovere relazioni sicure e responsabili». Ma la svolta non tocca i principi di base dell’associazione e non ne stravolge i meccanismi: nell’operazione sesso sicuro, infatti, è compreso anche un gioco di ruolo che insegna «a dire no».

Quello dei vertici inglesi del movimento, in realtà, sembra un modo per correre ai ripari. Secondo un sondaggio diffuso a marzo e riguardante giovani di tutta Europa, infatti, otto scout su dieci dicono sì all’alcol, uno su due sì alle canne, il 90% ammette i rapporti prematrimoniali, il 42% farebbe sesso con una persona sposata e il 39% approva l’aborto e dice di non credere in Dio. «A noi capi non è richiesto di essere psicologi o sociologi, quanto piuttosto di vivere una relazione vera, profonda ma non assoluta con i nostri esploratori e guide» si legge nel vademecum riservato ai capireparto del movimento. Da oggi, fra i loro compiti, ci sarà anche quello di insegnare a comportarsi sotto le lenzuola.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.edupics.com

lunedì 20 ottobre 2008



ECOSISTEMA URBANO 2009
Città vivibili: crolla Roma, vince Belluno


Pubblicata la ricerca di Legambiente e Sole 24 Ore sulla qualità ambientale delle città. In testa alla classifica ancora il capoluogo veneto, fanalino di coda Frosinone. Rispetto allo scorso anno la capitale scende di 15 posizioni e viene sorpassata da Milano


L’improvviso tracollo di Roma, lo scatto di reni di Milano, la bella conferma di Belluno, il Sud in panne, il protrarsi dell’emergenza mobilità, smog e trasporto pubblico. Eccola l’Italia dei centri urbani disegnata di Ecosistema Urbano 2009, l’annuale ricerca di Legambiente sulla qualità ambientale delle 103 città capoluogo di provincia realizzata con la collaborazione scientifica dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia e la collaborazione editoriale de Il Sole 24 Ore.

LA VINCITRICE E LE MIGLIORI. La quindicesima edizione dello studio conferma Belluno in cima alla classifica della sostenibilità ambientale, guidando un pacchetto di testa che tra le prime cinque vede anche Siena, Trento, Verbania e Parma. Pur senza primeggiare in quasi nessuno dei parametri selezionati Belluno ha comunque buone performance in tutti i settori, senz’altro superiori alla media. E questo in un panorama di generale grigiume basta e avanza per essere, relativamente, il centro urbano migliore. Ha una discreta qualità dell’aria (la media annuale delle polveri sottili scende da 26 a 23 microgrammi per metro cubo, ampiamente entro i limiti di legge). Ha un’ottima raccolta differenziata (il 57,4%), una bassissima produzione di rifiuti, bassi consumi di acqua (136 litri pro-capite) ma perdite eccessive dalla rete idrica (il 36%), un trasporto pubblico sufficiente (76 viaggi a testa ogni anno), una buona dotazione di spazio per le bici (4,6 metri per abitante) e una crescita costante degli spazi interdetti alle auto. Tra i meriti di Belluno c’è sicuramente anche quello di migliorare da un anno all’altro le sue ecoprestazioni.

Al secondo posto Siena. Migliora nell’inquinamento atmosferico, migliora la percentuale di acque reflue depurate che arriva al 95%, aumenta ancora i metri quadrati per abitante di superficie dedicati alle bici (che passano dai 3,51 della scorsa edizione ai 4,51) e quelli limitati al traffico veicolare che salgono a 30,94 metri quadrati pro capite (erano 30,79 in Ecosistema Urbano 2008) e in questo caso valgono al capoluogo toscano il primo posto nella classifica di settore. Terza si piazza Trento che progredisce peraltro ancora nella raccolta differenziata dei rifiuti (passa dal 47% della scorsa edizione al 50,3%), al quarto posto c’è Verbania anche grazie a significativi passi avanti , ad esempio, nell’intero settore della mobilità urbana, al quinto c’è Parma che abbatte notevolmente le concentrazioni di smog: le medie dell’NO2 si abbassano da 52 microgrammi/mc della scorsa edizione ai 46 di quest’anno, così come quelle del PM10 che calano da 40 microgrammi/mc a 36,5. Anche l’Ozono scende dai 58 giorni di superamento delle soglie dello scorso anno agli attuali 48.

ROMA E MILANO. Le due metropoli più importanti, appaiate fino allo scorso anno, imboccano strade diverse. Roma dal 55° scivola al 70° posto mentre Milano guadagna circa 10 posizioni ed è 49. E’ vero che Roma ha un inquinamento atmosferico leggermente più basso rispetto a quello del capoluogo lombardo, ma per il resto la capitale mette in fila una serie di risultati negativi: Milano ad esempio batte Roma in raccolta differenziata (31% a 17%), per le isole pedonali, le piste ciclabili.

LE CITTA' PEGGIORI. Tra la prima e l’ultima classificata di Ecosistema Urbano c’è un baratro. I migliori progrediscono, i peggiori sembrano quasi arretrare: le distanze non si attenuano, si esasperano. L’altra faccia dell’Italia delle città si chiama Frosinone, ultima nella graduatoria di Ecosistema Urbano 2009, che occupa la coda insieme a Ragusa, Catania e Benevento. Nel capoluogo laziale parecchio smog, un trasporto pubblico quasi inesistente, un altissimo tasso di motorizzazione (73 auto ogni 100 abitanti). E gli ultimi non sono necessariamente i più poveri (in parte, sì, sono le città a più basso reddito), ma quelli che peggio curano le loro risorse ambientali. Le ultime 14 città di questo anno (non molto diverse da quelle del 2007 o anche del 2003) sono tutte città di cinque regioni: Sicilia (7), Calabria (3), Lazio (2), Campania (1). E, a sorpresa, Matera: ma in questo caso si tratta di una posizione che dipende da carenza di dati.

articolo tratto da www.canali.kataweb.it
immagine tratta da www.nature.wallpaperme.com

domenica 19 ottobre 2008


Parla Franco Tricoli, già capo della procura di Crotone
Da procuratore a tutore di un condannato per 'ndrangheta
Ex pm sta col boss: "Pentito? No
Salvo 700 posti di lavoro"

CROTONE - È al comando di un impero che puzza di mafia ma sembra che gliene importi meno di niente. "Pentito io? Neanche un po'", dice sfidando tutto e tutti. Procuratore di Crotone non lo è più da sessanta giorni, però ha ancora una "vigilanza" comandata dal prefetto e la zona rimozione sotto la sua bella casa sul lungomare. Con l'approvazione e l'ammirazione di molti suoi concittadini e dopo 41 anni con la toga addosso, Franco Tricoli di fatto è diventato il prestanome di un potente imprenditore condannato per relazioni con la 'ndrangheta.

"Prego, garante dei suoi beni", risponde lui il giorno dopo che la prefettura di Crotone ha negato il certificato antimafia alle società sospette che gestisce per conto terzi. E si sfoga, spiega, ricorda, racconta e attacca chi lo attacca: "Intorno a me c'è stato solo uno sciocco clamore mediatico, cosa c'è di tanto strano nelle mia decisione? Ci sono magistrati che si arricchiscono con le consulenze, io invece non mi nascondo, ho scelto di guidare un blind trust e mi faccio consigliare solo dalla mia coscienza: la mia coscienza mi ha detto di fare questo passo per il bene della mia città".

Nella Calabria degli abbracci mortali abbiamo incontrato l'uomo che fino a metà estate era un procuratore capo e poi - alla prima ora del primo giorno di pensione, la mattina del 18 agosto - ha scelto di salvare i beni delle società di Raffaele Vrenna, ex presidente del Crotone calcio, ex vicepresidente regionale di Confindustria, un pezzo da novanta del business della monnezza con tanti agganci nella 'ndrangheta.

L'imprenditore si è "spogliato" del suo patrimonio - intestando le sue quote ai familiari - per paura degli effetti di vecchie e nuove indagini. L'ex procuratore ha fatto il resto: ha accettato di amministrare quei beni saltando dall'altra parte.

Lo sa che alcuni suoi ex colleghi la considerano un traditore.
"Forse qualcuno sparla alle mie spalle, quando però incontro certi magistrati quelli mi fanno i complimenti. Mi dicono: bravo Franco, tu sì che sei un uomo libero. L'altro giorno uno mi ha commosso. Mi ha bisbigliato all'orecchio: caro mio, quando andrò via da Crotone, porterò te sempre dentro il cuore. Io, può chiederlo a chiunque in Tribunale, sono stato un riferimento umano per molti".

Dottore Tricoli, non le è sembrato quantomeno inopportuno diventare garante del patrimonio di un imputato che un sostituto del suo ufficio, il collega della porta accanto, ha messo al centro di un'inchiesta di 'ndrangheta?
"Il trust che ho creato è un corpo autonomo staccato dal padrone, cerco di garantire 700 posti di lavoro. E poi Raffaele Vrenna è stato condannato a 4 anni solo in primo grado. E se in Appello o in Cassazione verrà assolto? Già è stato arrestato e prosciolto per alcuni fatti in Sicilia, a Messina. Il mio maestro, il professore Giuliano Vassalli, diceva che il processo penale è come l'incidente stradale: può capitare a chiunque".

La moglie di Vrenna, Patrizia Comito, è stata per tanti anni la sua segretaria in procura. Era nella sua cancelleria anche quando i suoi colleghi stavano indagando su Vrenna, le sembra normale anche questo?
"Patrizia, una donna eccezionale. Io l'avrei clonata, ne avrei voluto avere tante di Patrizia Comito nel mio ufficio. efficiente, instancabile, precisa. Un esempio. Come dicevo, da clonare".

La signora Comito cosa faceva nella sua segreteria?
"Smistava la posta, riceveva i rapporti dalla polizia giudiziaria e me li consegnava".

Lei conosce anche il marito, l'imputato?
"Sì, certo. Raffaele Vrenna non lo posso considerare fra i miei amici più intimi, diciamo che è un conoscente. Ma che c'entra?, io sono stato sempre un magistrato al di sopra di ogni sospetto. Sono stato il primo a dichiarare guerra alle cosche della provincia e il primo ad arrestare il capo dei capi della 'ndrangheta di Crotone. Sa cosa si chiamava? Si chiamava Luigi Vrenna. Un suo parente, certo. Mi pare che fosse lo zio".

È stato qualcuno a suggerirle di fare il "garante"?
"Un amico avvocato. Erano gli ultimi giorni di luglio e io ero molto angosciato. Dopo 41 anni di magistratura, a 70 anni ho capito che non servivo più, non mi volevano più. Avrei voluto continuare per altri cinque anni. Come presidente del Tribunale dei minori di Catanzaro o come procuratore antimafia sempre a Catanzaro, oppure come presidente del Tribunale di Cosenza. E invece per me non c'era spazio. Mi hanno fatto quella proposta, ci ho pensato su qualche giorno e ho accettato".

Ma davvero non si è pentito neanche un po'?
"No, qui sto benissimo. Vengo ogni giorno, mi incontro di primo mattino con Gianni Vrenna (il fratello, ndr) e studiamo insieme le strategie del gruppo".

C'è chi dice che uno dei suoi figli, Luca, abbia ricevuto in passato - quando lei era ancora procuratore capo - laute consulenze da Vrenna. È vero?
"Mio figlio Luca è avvocato, è entrato in uno studio che già da prima curava gli interessi di Raffaele Vrenna. Questa è la verità".

Dicono pure che lei abbia accettato l'incarico perché non poteva rifiutare.
"Infamie, io debiti non ne ho mai avuti con nessuno. E credo che tutto questo can can sia scoppiato per affossare le imprese di Vrenna. Il bersaglio non sono io, c'è qualcuno che vuole distruggere questa realtà imprenditoriale per farsi largo. Vrenna ha due punti deboli. Uno è occuparsi di monnezza, l'altro quello di chiamarsi Vrenna. Non è l'unico condannato di Crotone. Ci sono tanti condannati che occupano cariche pubbliche qui.. in tutti gli enti".

Non si sente a disagio per quella "tutela" che gli ha assegnato la prefettura?
"Prima avevo anche la scorta ma in verità mi sembrava eccessiva, così alla fine di agosto ho fatto sapere a chi di dovere che sarei andato in giro con la mia auto. Mi hanno garantito una vigilanza radiocollegata, controllano a distanza i miei movimenti. E poi, certo, ho sempre la zona rimozione sotto casa".

E adesso che farà? Continuerà ancora a provare a salvare il patrimonio dei Vrenna?
"Devo valutare, voglio leggere prima il provvedimento con il quale si nega il certificato antimafia a queste imprese".

È solo in questa sua battaglia o qualcuno lo aiuta?
"Al mio fianco ho un solo consulente. Un professionista di fama, il professore Vincenzo Comito, chieda in giro chi è".

Parente della sua ex segretaria Patrizia?
"Mi pare di sì".

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.arealocale.com

sabato 18 ottobre 2008


Kyle MacDonald, una casa
in cambio di una graffetta

Potrebbe sembrare una leggenda metropolitana, invece è una storia vera: un paio di anni fa, Kyle MacDonald, un disoccupato canadese di 26 anni, ha dichiarato di volere una casa propria. Non avendo però soldi né beni, è riuscito nella sua impresa con il baratto: offrendo inizialmente una graffetta rossa, in quattordici scambi e poco più di 12 mesi ha ottenuto quello che voleva.
Leggendo la sua storia alla luce di quest’autunno di crisi, l’idea di Kyle MacDonald più che strampalata sembra geniale: è il ritorno all’economia del baratto?
Da una clip alla casa: la storia di Kyle MacDonald
L’avventura di Kyle MacDonald inizia nel luglio 2005 con un annuncio on line su Craislist, un sito di inserzioni economiche molto popolare nel Nord America: «Mi chiamo Kyle, sono un disoccupato canadese di 26 anni, voglio una casa in baratto, inizio lo scambio offrendo la graffetta rossa che c’è sulla mia scrivania». A rispondere al suo annuncio sono state due signore di Vancouver che gli hanno proposto una penna a sfera. Kyle si è recato da loro per lo scambio e ha aperto un blog dove documentare la sua impresa.
Nel giro di poche settimane, il tam tam su internet ha fatto conoscere l’idea del giovane MacDonald ai grandi media: mentre Cnn e Bbc si contendevano le sue interviste, sull’onda del successo Kyle è riuscito a scambiare la penna con una maniglia in ceramica, la maniglia con un barbecue, il barbecue con un generatore di corrente, e poi via via un gatto delle nevi, un terreno, un furgoncino, un globo luminoso dei Kiss e perfino un ruolo in un film di Corbin Bernsen. Ed è stato proprio quest’ultimo lo scambio decisivo: il comune canadese di Kipling offre gratuitamente per un anno una casa a Kyle MacDonald in cambio del suo ruolo nel film, le audizioni per la parte si terranno così proprio a Kipling. A un anno esatto dalla sfida lanciata online, il giovane canadese fa ingresso nella sua casa, e per festeggiare pianta in giardino un’enorme clip rossa.

Il ritorno all’economia del baratto
Kyle MacDonald ha ottenuto la sua casa con un gioco molto popolare tra i bambini “bigger and better”, da noi conosciuto come “celo celo manca”. Ma se nei nostri giochi ci si scambiavano soprattutto figurine di egual valore, l’obiettivo dei bambini americani è invece quello di aggiudicarsi oggetti via via sempre più grandi.
Quello che è sicuro, dopo la vicenda del giovane canadese che sul suo blog continua a proporre scambi (la casa va pur sempre arredata e lui continua a essere disoccupato…), è che il baratto non è più solo un gioco per bambini, ma su internet sta vivendo un nuovo boom: basta digitare su google la parola “baratto” per avere una lunga lista di siti che propongono agli utenti di pubblicare gratuitamente il proprio annuncio. Il portale più famoso in Italia è ZeroRelativo: gli utenti di registrano, pubblicano le foto e la descrizione delle loro offerte e possono anche inserire una “wish list”, ovvero un elenco di cosa vorrebbero avere in cambio. Su Zerorelativo ci si scambia proprio di tutto: dai mobili ai vestiti, dai biglietti per concerti e teatri a libri, telefoni e automobili.
Stesso principio per barattopoli, baratto on line, tuttobaratto e scambiamoci: a scorrere gli annunci e le numerose offerte degli utenti, ci si rende conto che accanto all’economia in crisi, ne sta sorgendo un’altra in piena espansione.


articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.a.abcnews.com

venerdì 17 ottobre 2008


SI APRE A MONACO DI BAVIERA LA "MILLIONAIRE FAIR" DEDICATA A TUTTI I LUSSI IMMAGINABILI
Mercato degli schiavi davanti alla fiera
dei milionari. Per protesta
Il Social Forum tedesco ha organizzato una manifestazione davanti ai cancelli della Messe München

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO – I milionari ci sono ancora, eccome, per quanto ogni giorno cadano le Borse. Al punto che oggi, a Monaco di Baviera, si apre la Millionaire Fair, fiera a loro dedicata. A differenza che in altre stagioni, però, non piacciono molto: il Social Forum tedesco e altri gruppi hanno organizzato una protesta proprio davanti ai cancelli della Messe München: rappresenteranno un mercato degli schiavi, per sottolineare che, mentre i ricchi se la spassano, i salari declinano. Sarà una manifestazione pacifica, ma proprio per questo di più forte denuncia, dicono gli organizzatori. Siamo insomma in una di quelle fasi in cui il denaro non porta il successo. Anzi.

IL LUSSO IN MOSTRA - La Fiera dei milionari, questo è proprio il suo nome, è ovviamente qualcosa di unico. Se piace il genere, si possono vedere e in molti casi comprare barche e yacht, aerei e elicotteri per uso privato, pezzi d’arte e d’antiquariato, automobili personalizzate, abiti di alta sartoria, gioielli ma solo al top, orologi preziosi, case da sogno, viaggi strepitosi, mobili e interior design di lusso, champagne rari e caviale selezionato, vini molto seri, persino prodotti finanziari. Tutto al superlativo e tutto destinato a chi non può fare a meno di circondarsi di ciò che è considerato il meglio del meglio. Nelle parole degli organizzatori, alla fiera partecipano “i ricchi & famosi, gli amministratori delegati (sic), imprenditori e networker, bon vivants, i media e, chissà, forse persino il vostro vicino”. Questa sera, Vip-night, ci sarà la cena di gala: black tie. Da domani ingresso a 39 euro che, visto il pubblico attesso, non è nemmeno tanto.

LA STORIA PASSATA - La Millionaire Fair non è una novità. Lanciata nel 2002 ad Amsterdam dall’editore della rivista Miljonair Magazine, si è già tenuta, oltre che in Olanda, a Mosca, a Shanghai (a fine mese, dopo Monaco, dovrebbe replicare a Istanbul). In passato si sono fatti vedere tra gli stand Elizabeth Hurley, Joan Collins, Brian Ferry e altre celebrità.
Quest’anno, forse, tutto sarà un po’ sottotono: si vedrà il bilancio alla chiusura, domenica prossima.


LE CONTESTAZIONI - Di sicuro c’è che, per ora, si terrà il mercato degli schiavi per protesta. «Il nostro obiettivo non è quello di infastidire la gente – ha detto Walter Listl, del Social Forum di Monaco – E’ quello di attaccare le condizioni sociali. I ricchi sono la causa della povertà». Discutibile, ovviamente, ma con la crisi finanziaria in pieno sviluppo, con la prospettiva di una recessione dura e con gli organizzatori della fiera che la propagandano come «la cornucopia di tutte le cose più belle e lussuose che il mondo ha da offrire», era difficile che la Millionaire Fair non alzasse onde alte, proteste e lazzi. «Secondo le statistiche Onu – ha spiegato Listl – ogni cinque secondi muore un bambino di malnutrizione o di una malattia facilmente curabile. E loro mettono in mostra telefoni cellulari tempestati di gemme preziose. Non possiamo stare fermi e ignorarli». In effetti, non sempre nella cornucopia dei super-ricchi ci sono buoni pr.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.elitechoice.org

giovedì 16 ottobre 2008


La cordata per Alitalia sta tagliando la corda. Tutta colpa della crisi internazionale. I 16 salvatori della compagnia di bandiera sono a corto di liquido. Il capofila Roberto Colaninno aveva promesso di versare 150 milioni di euro in CAI, la nuova società. Non i suoi, come consuetudine dai tempi della scalata a Telecom Italia. I soldi contava di prenderli in prestito, come ogni imprenditore italiano che si rispetti. La scelta è stata oculata. La banca che doveva assistere CAI era infatti la Lehman Brothers. Questi portano sfiga... Appena lo hanno saputo a New York la Lehman è fallita dopo essere sopravvissuta anche al 1929 e si è scatenato il panico nelle Borse mondiali. Colaninno sta cercando altri finanziatori, aspettiamo il prossimo nome per toccarci.
La nuova Alitalia doveva partire, secondo l'amministratore delegato Corrado Passera di Banca Intesa, il primo novembre. Se partirà l'anno prossimo sarà un miracolo. Ancora adesso non si sa chi dei magnifici 16 si presenterà all'assemblea del 28 ottobre. Potrebbero uscire Aponte, l'Ilva di Emilio Riva e Fossati, ma anche il fondo Clessidra, e pure la Marcegaglia voleva mollare tutto, come ha riportato il Corriere della Sera. Il partner straniero non si sa ancora chi è, quale peso avrà. L'unica cosa chiara è che l'Alitalia è già fallita, che Air One, con cui dovrebbe fondersi, ha una barca di debiti e Banca Intesa, sponsor dell'operazione, è tra le maggiori creditrici di tutte e due.
Io sono affascinato da come è stata gestita Alitalia. E' l'uovo di Colombo. Si prende una società fallita per colpa della politica e dei sindacati. La si divide in due parti. Una con tutti i debiti a carico dei contribuenti che viene chiamata: "bad company". E una senza debiti, detta "good company", che si offre a prezzo di realizzo a imprenditori senza soldi (Colaninno), concessionari dello Stato (Benetton) o interessati a EXPO 2015 (Tronchetti). Gente che la potrà rivendere dopo un certo tempo con il dovuto guadagno a una compagnia straniera che entra da subito nel capitale. Un esempio per ogni italiano. Si impacchettano le rate del mutuo, i debiti con i fornitori, le perdite in Borsa e la suocera in una bad company e la si passa allo Stato. Casa, crediti, stipendio, interessi si conferiscono invece a una good company e si riparte come nuovi.
Da Banca Intesa fanno sapere che "la cordata è granitica". Mai visto una corda di granito. Una lapide, invece sì.

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.blakwolf.it

mercoledì 15 ottobre 2008



La denuncia di Saviano: circondato dall'odio per le mie parole
Vado via perché voglio scrivere ed ho bisogno di stare nella realtà
"Io, prigioniero di Gomorra
lascio l'Italia per riavere una vita"

ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".
Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.pupia.tv

martedì 14 ottobre 2008


L'idea è venuta ad un libraio ispirato dai versi di una canzone di Brassens
A Parigi il non-matrimonio di massa
Montmartre teatro dell'insolita cerinonia: cinquanta coppie si giurano «fidanzamento eterno» davanti al sindaco

PARIGI (Francia) - Non manca nulla perché la cerimonia venga scambiata per un vero matrimonio: pubblico ufficiale, sedie rivestite di velluto rosso, parenti in attesa e coppie emozionate. La formula di rito ha però qualcosa di bizzarro e si conclude con «e io vi dichiaro fidanzati per l’eternità!».

LA CERIMONIA - Come nel paese delle meraviglie di Alice, dove si festeggia il non-compleanno, a Montmartre, nel diciottesimo arrondissement di Parigi, un giorno all’anno si festeggia il non-matrimonio, ufficializzato a tutti gli effetti dal sindaco del quartiere Daniel Vaillant. «In effetti mi sento un po’ sdoppiato – racconta Vaillant –: ieri ho celebrato dieci matrimoni e oggi cinquanta non matrimoni!». Ma la cosa sembra non disturbare affatto il sindaco, che per ognuna delle coppie che si presenta al suo cospetto riserva una battuta diversa, oltre alla formula convenuta. «Ho l’onore di non domandare la tua mano» dice lo sposo; «non scriviamo i nostri nomi sul fondo di una pergamena», risponde la sposa parafrasando il testo di una canzone di Georges Brassens, cantautore francese scomparso da quasi trent’anni e a cui Fabrizio De Andrè non ha mai fatto mistero d’ispirarsi.

SULLE ORME DI BRASSENS - L’idea è stata lanciata lo scorso anno dal titolare di una libreria di Place des Abbesses per onorare i versi più celebri di una delle canzoni di Brassens, La non-demande en mariage. Si tratta di un inno all’amicizia, ai rapporti sinceri che non hanno bisogno di essere formalizzati, e voilà il non-matrimonio. Si inizia ad orario stabilito, proprio come nelle occasioni ufficiali. Il sindaco sale sul palco montato al centro della piazza giusto sotto il Sacro Cuore, petali di rose rivestono il pavimento e bouquet di fiori marcano il contorno del palcoscenico. Daniel Vaillant sembra divertirsi un mondo quando spiega che quelli che andrà ad ufficializzare saranno a tutti gli effetti dei non-matrimoni, «mentre – spiega – se qualcuno lo volesse, nella sede del quartiere ufficializziamo pacs e matrimoni, ma non oggi!».

SCAPOLI E AMMOGLIATI - C’è qualcuno tra le cinquanta coppie che aspira alle non-nozze che si è davvero sposato, ma con qualcun altro. E’ il caso di Karine, abito blu e velo nero, che si prepara a prendere come non-marito il suo migliore amico, mentre lo sposo ufficiale resta tra il pubblico e si occupa di fare le fotografie. Karine è un’eccezione, perché quasi tutte le altre coppie sono fidanzate davvero, da diversi anni o da appena qualche mese. Quello che è certo è che tutti vogliono restare «fidanzati per l’eternità», come ripetuto dal sindaco alla fine di ogni cerimonia. Si passa dalla coppia di sessantenni ai giovani ventenni, dalle donne vestite con abiti eleganti alle ragazze in scarpe da tennis. E c’è anche una coppia in attesa di due gemelli. «Abbiamo deciso di ufficializzare il nostro rapporto visto che stanno per nascere i nostri figli» scherza il non-marito alla domanda su cosa li ha spinti al grande passo. Per un’altra coppia di trentenni invece la cosa più divertente è stata far svegliare i propri amici di buon’ora, tutti in trepidante attesa sotto il palco, alle dieci del mattino di una calda domenica di ottobre.

CAMPANE A FESTA - Tutti si divertono e addirittura una signora non riesce a trattenere il pianto per la gioia, poi si riprende e tra le lacrime e il sorriso racconta che è stordita da tutto questo volersi bene. Proprio davanti al palco del non-matrimonio c’è l’ingresso della Chiesa Saint-Jean-l’Evangéliste e alle dieci in punto le campane iniziano ad intonare la marcia nuziale. Ci si guarda increduli. Sembra uno scherzo. «Le campane sono programmate per suonare quest’inno tutte le domeniche» spiega il sagrestano. Ma in questa mattina nessun matrimonio viene ufficiato nella Chiesa.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.files.splinder.com

lunedì 13 ottobre 2008


Parigi - «Vi siete mai chiesti cosa passa per la testa di una cassiera di supermercato? Scommetto di no. Per molti clienti, noi siamo soltanto un intralcio tra la spesa e il parcheggio». Fino a pochi mesi fa, Anna Sam era una cassiera. «Un particolare tipo di essere umano trasparente» scherza lei. «Quando fai il mio mestiere, il meglio che ti può capitare - racconta - è che qualcuno ti rivolga la parola per chiederti: "Scusi, è aperta?"». Dopo otto anni passati a battere scontrini, è insorta. Con ironia. «Io non sono aperta, ma la cassa sì». Anna Sam ha cominciato a scrivere un blog in cui mischiare riflessioni, aneddoti, strani incontri. I furbi che saltano le file, le mamme esaurite con tre figli piazzati nel carrello, i maleducati che non salutano mai, né prima né dopo il conto. Le nonne che confondono le tessere dei punti-raccolta, i cleptomani che si fanno fermare per un pacchetto di gomme da masticare. «Cassiere-no-futur», questo il nome del blog, ha avuto uno straordinario successo, ha fatto divertire centinaia di francesi stupite o riconosciutesi nei suoi racconti. Non soltanto le altre 170mila cassiere come lei, che solidarizzano per le condizioni di lavoro descritte su Internet: dodici minuti di pausa complessiva (tra pranzo e sosta in bagno), il «bip» martellante del codice a barre, la tendinite. Anna ha calcolato che, durante una giornata di lavoro, una cassiera ascolta 6mila «bip» e solleva qualcosa come sette tonnellate di prodotti. E, alla fine del mese, lo stipendio non supera gli 880 euro. La parte più dura però è il rapporto con i clienti. «Puoi sopportare di lavorare duro e guadagnare poco. Ma non ti potrai mai abituare a diventare invisibile per altre persone» racconta Anna. Così il diario sarcastico di questa «proletaria del consumismo», una bretone di 28 anni, è stato notato da un editore. «Proponeva una visione del mondo attraverso gli occhi di una cassiera» ammette Francois Azouri, delle edizioni Stock. Tribolazioni di una cassiera è uscito da appena due settimane, ed è già in testa alle classifiche. Ha venduto finora 40mila copie, più dei libri sull' amore tra Carla Bruni e Nicolas Sarkozy. Anna Sam ha fotografato un mondo di piccole nevrosi, povertà umana e sfruttamento economico. Molte catene di supermercati chiedono alle cassiere di stare in piedi perché così sono più efficienti, altre controllano con le telecamere che dicano sempre «grazie-arrivederci» al cliente, anche se lui non ha spiccicato parola. Anna ironizza su chi farebbe di tutto per non pagare la busta di plastica o su chi fa la spesa parlando al cellulare. «Come? Vuoi anche le banane?» dice al telefono un cliente mentre si appresta a pagare il conto alla cassa. Il carrello si ferma, lui torna al reparto frutta, quindi rientra al suo posto ma dopo pochi minuti di fila bloccata scoppia l' immancabile rissa. «Dopo aver letto questo libro non riesco più a parlare al cellulare mentre mi sto avvicinando a una cassa» è stata la battuta della socialista Ségolène Royal. Lavorare in un supermercato non era nei suoi piani. Laureata in lettere, Anna ha inviato centinaia di curriculum senza mai ottenere risposta. Dopo otto anni passati alla cassa, si è licenziata. Un «troppo pieno» di schiaffi morali. Come quello di una mamma che si avvicina con il carrello e dice alla bambina: «Vedi, a scuola devi studiare, altrimenti finirai come la signorina». E così, da dicembre, Anna non fa più la cassiera. «Capisco che i clienti siano stanchi, capisco l' indifferenza, ma il disprezzo no». Anna Sam non è sindacalizzata, non ha partecipato allo sciopero della grande distribuzione, nel febbraio scorso. Forse però il suo diario pieno di buon umore ha smosso le coscienze almeno quanto un manifestazione sindacale. «Molte cassiere mi hanno ringraziato, dicono che adesso i clienti sono meno maleducati». E lei ha realizzato il suo sogno: diventare un' autrice di successo.

articolo tratto da www.ricerca.repubblica.it
immagine tratta da www.multimedia.fnac.com

domenica 12 ottobre 2008


Eaton, lo sgomento degli operai. "E adesso chi ci darà un lavoro?"

La multinazionale chiude la fabbrica a Massa. Forte flessione nell'edilizia ad Arezzo. La crisi ormai investe la Toscana. Alla Lucchini 450 in cassa integrazione. Martini teme una stretta crediti. La multinazionale chiude la fabbrica e licenzia 345 addetti. Il calo delle commesse e soprattutto degli ordini Fiat è stato determinante


La Eaton di Massa, la multinazionale americana, chiude lo stabilimento e manda a casa subito 345 operai. La Lucchini annuncia la cassa integrazione per 450 suoi dipendenti a Piombino. Mostra segnali di grave difficoltà, come mai era successo prima negli ultimi dieci anni, anche il settore dell'edilizia, fino a poco tempo fa ultimo baluardo eretto a difesa dell'economia toscana (particolarmente grave la situazione nell'aretino). La mappa delle aziende in difficoltà si aggiorna ogni giorno. Causa la miscela esplosiva della crisi finanziaria che si innesta su quella produttiva già in essere da mesi. «Temiamo una stretta creditizia che soffocherebbe le aziende, nelle ultime 48 ore abbiamo raccolto segnali preoccupanti» ha detto il presidente della Regione Martini. Macchinari fermi, è successo ciò che si temeva.

La Eaton Corporation, colosso statunitense della meccanica fine, chiude lo stabilimento di Massa e licenzia tutti i suoi 345 dipendenti (la chiusura definitiva dello stabilimento avverrà al termine di un periodo di mobilità di 75 giorni). Un trauma, lo spettro della povertà per centinaia di famiglie. I manager dell'azienda hanno comunicato la loro decisione durante un drammatico incontro che si è tenuto all'associazione industriali a Carrara ieri mattina. Più di un centinaio di operai ha atteso l'esito del confronto fuori dalla sede degli industriali. All'annuncio della chiusura, i rappresentanti sindacali di Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto un nuovo incontro, fissato per il prossimo 17 ottobre, per discutere l'eventualità di ricorrere alla cassa integrazione. E subito dopo hanno riunito i lavoratori in assemblea all'interno dello stabilimento a Massa. Facce scure, la preoccupazione si leggeva negli occhi.

E' una mazzata terribile su un territorio già duramente colpito dalla crisi. Il tracollo alla Eaton arriva al termine di un declino progressivo: nel 2000 lo stabilimento di Massa occupava 570 addetti, ridotti a 375 nel 2006 e a 345 nel 2008. Il sindacato giura che darà battaglia ma già pensa all'attivazione degli ammortizzatori sociali perché appare ardua l'impresa di far rientrare la decisione della multinazionale. Eaton sostiene di essere costretta a chiudere per il pesante calo della commesse e i particolare per la perdita di un ordine da parte della Fiat che valeva il 40% del fatturato. Ma il sindacato ribatte accusando il management di aver dirottato altrove importanti volumi di ordini delocalizzando in Polonia e spostando negli Stati Uniti la produzione di punterie per auto che finora si fabbricavano a Massa.
«Ci stanno cacciando, per di più in una zona disastrata e in un periodo nero. Sarà impossibile trovare un altro lavoro, siamo tutti con il culo per terra». Dentro la Eaton c'è sgomento. I 345 operai sapevano che la situazione non era facile, che la multinazionale poteva tagliare ancora gli organici ma nessuno si aspettava una fine del genere. Tutti a casa. La giornata di ieri l'hanno passata in fabbrica. Gruppi di operai che provavano a rispondere alla domanda campale in una giornata del genere: e adesso che facciamo? «Io intanto devo ancora dirlo a mia moglie». Giovacchino Pitanti ha 43 anni e una figlia piccola. E' un rappresentante della Cgil nella Rsu.

«Per stare di più a casa con la bambina mia moglie aveva ridotto il suo orario di lavoro e guadagnava meno. Come reagirà? Ne prenderà atto e cercheremo una soluzione». Un operaio della Eaton guadagnava circa 1.300 euro al mese facendo le notti, cioè una settimana di lavoro dalle 22 alle 6, in aggiunta a quelle con turni dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22. «Speravo in una riduzione, anche del 50% dell'organico, e invece niente - dice Pitanti - La politica della multinazionale è chiara: o il guadagno è alto o se ne va. Non ci sono vie di mezzo, così ci lasciano per strada. Qualcuno era qui da quando sono la Eaton è arrivata in Toscana, il 1985». Quella che preoccupa è la prospettiva. «Non possiamo dire che le istituzioni ci abbiano lasciati soli - dice ancora Pitanti - All'assemblea sono venuti il sindaco e il vicesindaco, la Regione è presente. Ma servirà a poco». La chiusura dello stabilimento della Eaton produrrà conseguenze anche per altri lavoratori. «Il dramma è anche per i lavoro dell'indotto - spiega sempre Pitanti - Ci sono una cinquantina di persone, tra mensa, portinerie e servizi di pulizia, che perderanno il lavoro e non avranno alcun tipo di tutela».

Fernando Ciarelli ha 49 anni, moglie e due figli. Lavora per la Eaton da quando è arrivata in Toscana. «In fabbrica si parlava di problemi, ma una botta così pesante e così all'improvviso non ce la aspettavamo - dice - Adesso sarà difficile trovare un altro lavoro. Viviamo in una zona in crisi profonda, dove già in tanti hanno chiuso in passato e dove oggi ci sono altre realtà in difficoltà. Non sarà facile mantenere una famiglia solo con lo stipendio di mia moglie, che serviva in aggiunta al mio per andare avanti un po' meglio».

articolo tratto da www.firenze.repubblica.it
immagine tratta da www.eaton.com

sabato 11 ottobre 2008

«Annozero» senza politici


L'ironia di Travaglio: perché apparire da noi quando possono andare a «Domenica In»?
No di Tremonti e Bersani:

Santoro: ho preferito dare la parola a chi lavora sull'economia. Ma Bondi: non andrò più né da lui né da Floris

ROMA — Per una volta, niente politici nell'arena di Michele Santoro ad Annozero ma solo giornalisti e commentatori specializzati in economia. Commento di Santoro: «I politici dicono sempre le stesse cose, ho preferito dare la parola a chi lavora sull'economia». In realtà giorni fa era partito un invito di Santoro destinato al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Ma l'interessato ha risposto che nelle ore della trasmissione sarebbe stato in volo verso Washington per la riunione del Fondo Monetario Internazionale. Impegni anche per un altro invitato, Pier Luigi Bersani. Nessuna polemica, Santoro ostentava massima tranquillità («Forse saremo poco interessanti per chi cerca il "caso" politico...»). Ma sono stati in molti ieri a pensare che l'assenza di politici da Santoro fosse direttamente legata al recente sfogo di Silvio Berlusconi («Basta partecipare a talk-show in cui si fa insulto e mendacio»). Ieri sera da palazzo Chigi il sottosegretario Paolo Bonaiuti non drammatizzava ma anzi scherzava: «Confermo su Tremonti la versione di Santoro, chissà quanto sarebbe piaciuto a Michele fare la vittima...». E negava l'intensificarsi di una strategia: «Ma no, vedremo...». Resta però forte la sensazione che il Pdl stia mettendo a punto una strategia: non togliere presenze a trasmissioni considerate «sicure» (Bruno Vespa, lo stesso Enrico Mentana come dimostra la puntata con Mara Carfagna) ma invece disertare sistematicamente Annozero e lo stesso Ballarò di Giovanni Floris. Il ministro per i Beni e le attività culturali Sandro Bondi confermava ieri al Corriere della Sera la sua posizione: «Salvo alcune eccezioni, certe trasmissioni sono più finalizzate all'audience che alla riflessione e quindi si trasformano in ring. Per quanto mi riguarda frequenterò solo trasmissioni in cui sia possibile far capire i problemi».
Quindi niente Santoro, ministro? «No, non ci andrò più. Siamo oltre il ring, ci troviamo nella faziosità assoluta e molti a sinistra concordano con questa analisi». E Floris? «No, non andrò più nemmeno da Floris. Non cambio idea. Preferisco lavorare e scrivere piuttosto che frequentare certa tv». E da Vespa? «Lì è possibile ragionare e discutere». Marco Travaglio ha giocato la carta della satira: «Potendo andare a Domenica In, perché i politici dovrebbero venire da noi?». Parlando poi della puntata di ieri ha aggiunto: «C'erano impegni inderogabili come quello di Tremonti ma è singolare che improvvisamente nessuno abbia detto di sì. E parliamo non dei peones ma di elementi di primo piano».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.michelesantoro.it

venerdì 10 ottobre 2008


Giornata mondiale contro la pena di morte, Amnesty: "Moratoria in Asia"

L'organizzazione non governativa
chiede alla Corea del sud, all' India
e a Taiwan di adeguarsi al più presto
alla tendenza mondiale

ROMA
Nella regione asiatica sono messe a morte ogni anno più persone che in ogni altra parte del mondo. Alla vigilia della Giornata mondiale contro la pena capitale, Amnesty International chiede a Corea del sud, India e Taiwan di adeguarsi alla tendenza mondiale e di adottare immediatamente una moratoria sulla pena di morte. Le condanne a morte eseguite in Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Usa rappresentano l’88 per cento delle 1252 esecuzioni che l’organizzazione ha documentato nel 2007.

Nell’area Asia/Pacifico, 14 Paesi ancora eseguono condanne a morte, mentre 27 hanno abolito la massima pena per legge o nella pratica. «In Asia c’è terreno per la speranza ed esiste la concreta possibilità di un cambiamento», ha dichiarato Irene Khan, segretaria generale della organizzazione per la tutela dei diritti umani, «Amnesty oggi sollecita India, Corea del Sud e Taiwan ad adeguarsi alla tendenza mondiale verso la fine delle esecuzioni e a dare il buon esempio al resto del mondo».

In Corea del Sud le ultime esecuzioni risalgono al dicembre del 1997, quando 23 persone furono messe a morte. Dieci anni dopo, il 31 dicembre 2007, il presidente ha commutato in ergastolo le sentenze capitali di sei detenuti. Tuttavia, ci sono ancora 58 persone rinchiuse nel braccio della morte. L’India non esegue condanne dal 2004, anche se continuano a essere comminate sentenze capitali, almeno 100 nel 2007, spesso in seguito a processi nei quali gli imputati più poveri non ricevono un’adeguata rappresentanza legale. Taiwan non esegue condanne a morte dal dicembre 2005.


Quest’anno due persone sono state condannate alla pena capitale, portando così a 30 il numero dei prigionieri nel braccio della morte. «In numerosi Paesi dell’Asia la pena capitale continua a essere inflitta per una vasta serie di reati», ha aggiunto Irene Khan. In Giappone quest’anno vi sono state già 13 esecuzioni, rispetto alle nove del 2007. Sono almeno 100 le persone nei bracci della morte; in Pakistan ci sono circa 7500 condannati, inclusi diversi minorenni al momento del reato. Almeno 135 persone sono state messe a morte nel 2007 in seguito a processi spesso caratterizzati da iniquità e mancanza di giustizia per gli imputati.

In Vietnam 29 reati, compresi quelli connessi al traffico di droga, possono essere sanzionati con la pena di morte. Amnesty ritiene che la pena di morte violi il diritto alla vita, non abbia un sicuro effetto deterrente sui crimini e che non debba trovare posto in un moderno sistema di giustizia penale. Domani Amnesty, Coalizione mondiale contro la pena di morte, Rete asiatica contro la pena di morte e altri gruppi abolizionisti organizzano iniziative in ogni parte del mondo.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www4.amnesty.se

giovedì 9 ottobre 2008


NEW YORK
Rallentano le vendite e cresce la concorrenza: così Ebay, la casa d’aste online che ha raddoppiato i dipendenti dal 2005, taglierà il 10% della forza lavoro.

Lo scrive l'agenzia finanziaria Bloomberg, secondo cui i licenziamenti riguarderanno circa 1000 dipendenti e diverse centinaia di titolari di contratti a termine, con costi per l’azienda fra i 70 e gli 80 milioni di euro pre-tasse.
Fondato il 6 settembre 1995 da Pierre Omidyar (in Italia arriva rilevando il sito iBazar), eBay è un sito di aste on-line come è possibile visionare dal documento di accordo utenti presente nella mappa del sito.

Il primo oggetto venduto è stato un puntatore laser rotto a $14.83. Stupito dalla vendita riuscita, contattò immediatamente via email l'acquirente chiedendogli se avesse ben compreso la natura dell'oggetto: l'acquirente rispose che collezionava puntatori laser rotti.

Chris Agarpao è stato il primo impiegato della compagnia e Jeffrey Skoll il primo presidente nel 1996. Nel novembre 1996 ha stretto un accordo con la Electronic Travel Auction per utilizzare la tecnologia SmartMarket al fine di vendere biglietti aerei, ferroviari e altri titoli di viaggio.

La compagnia ha mutato il nome da AuctionWeb a eBay nel settembre 1997.

Pierre Omidyar voleva registrare il dominio Echo Bay ma, essendo già stato acquistato da una miniera d'oro, decise per la seconda scelta, eBay.com. Il sito venne posto online nel 1998 e trasformò Omidyar e Skoll in miliardari; in seguito hanno acquistato il sistema di pagamento elettronico PayPal il 14 ottobre 2002 e recentemente il sistema di comunicazione VoIP Skype. Nel settembre del 2007, l'ufficio stampa di Ebay Italia comunicò di aver tagliato il traguardo dei cinque milioni di utenti registrati.

A partire da marzo 1998 il Presidente e CEO di eBay Inc. è Meg Whitman, che ha permesso all'azienda di diventare il primo mercato online del mondo e il sito principale dedicato al commercio elettronico. Grazie all'esperienza maturata da Meg nella creazione di marchi e nelle tecnologie di consumo, eBay ha raggiunto la posizione attuale di azienda leader in grado di dare nuove forme allo sviluppo del commercio elettronico. È stata annunciata per il 31 marzo 2008 la sostituzione della Whitman con John Donahoe, in precedenza incaricato del commercio principale delle aste

eBay è una piattaforma (marketplace) che offre ai propri utenti la possibilità di vendere e comprare oggetti sia nuovi che usati, in qualsiasi momento, da qualunque postazione Internet e con diverse modalità, incluse le vendite a prezzo fisso e a prezzo dinamico, comunemente definite come "aste online".

Diversi sono i formati di vendita (asta, compralo subito, compralo subito con proposta di acquisto, contatto diretto). La vendita consiste principalmente nell'offerta di un bene o un servizio da parte di venditori professionali e non; gli acquirenti fanno offerte per aggiudicarsi la merce.

È obbligatoria l'iscrizione gratuita al sito. Qualunque acquirente può essere anche venditore dopo aver fatto una verifica tramite l'inserimento di un codice che eBay manda presso l'abitazione dello stesso oppure tramite il controllo con inserimento dei dati della carta di credito o di una carta prepagata.


Ebay - scrive l’agenzia statunitense - si prepara anche a comprare per 820 milioni di dollari in contanti e 125 milioni in opzioni Bill Me Later, la società di pagamenti online.

articolo tratto da www.lastampa.it e www.wikipedia.org
immagine tratta da www.costpernews.com

mercoledì 8 ottobre 2008

Aiuto, il capo è un cretino


Come difendersi dagli imbecilli di potere senza diventare come loro

TORINO
Era ossessionato dai conigli selvatici che gli avevano distrutto il giardino, e le aveva pensate tutte per allontanarli. Le bestiole, però, riuscivano sempre a farla franca. Un giorno del 1952 monsieur Delille, farmacista, pensò finalmente di essere più furbo di loro. Si fece spedire una coltura di virus della mixomatosi, malattia che aveva fatto strage di conigli in Australia, catturò uno dei suoi piccoli nemici e gli inoculò il virus. In poche settimane il giardino fu liberato. Ma l'epidemia si estese a tutta la Francia, al Belgio, Olanda, Italia... Il piccolo lampo di genio di un babbeo devastò così mezza Europa. Naturalmente non tutte le sciocchezze producono gli stessi effetti. Ma possono fare i loro bravi danni, come spiega il libro «Cretini al potere. Come difendersi dalla stupidità di chi comanda» (Castelvecchi), pubblicato da Diego Armario, ex direttore della radio spagnola, ora scrittore e consulente di comunicazione.

Se per Cipolla, grande economista eterodosso, il cretino era «una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita», per Armario gli imbecilli riescono invece a fare carriera perché con il loro opportunismo, la loro studiata simpatia, la loro straordinaria capacità di adulare i veri capi, sono funzionali al sistema: non rompono le scatole e riempiono i buchi del sistema. La regola dice: «I lavoratori meno efficienti vengono trasferiti sistematicamente in uffici dove possono fare meno danno e alla fine diventano dirigenti».

Una volta al potere, gli stupidi sono orgogliosi del loro posticino, e amano farsi chiamare con il titolo raggiunto, «consigliere», «ministro», «direttore»... Sono «tenaci, pazienti, imprevedibili, bugiardi, ruffiani, spavaldi, intolleranti, esageratamente ambiziosi, prevaricatori, diffidenti, vendicativi». Spesso sono anche felici, perché non si rendono conto di quel che sono e di quel che fanno. Dilagano ovunque, dal pubblico al privato, dalle fabbriche ai parlamenti, dalle banche (come si vede in questi giorni) ai supermercati. E si presentano sotto svariate forme. C’è il «cretino fifone» che, essendo egli stesso stupito del proprio successo, è sempre insicuro nelle decisioni da prendere. C’è il «cretino folle», con un carattere da manuale psichiatrico, che crea talmente tanta tensione nell’ambiente da portare alla disperazione anche collaboratori e sottoposti; spesso l’ebbrezza del potere gli stimola il sadismo, e così diventa pure crudele, mobbizza, spettegola, inventa fandonie per screditare tutti e spiccare nella sua nullità. Il «cretino mediatico» crede invece che il prestigio dipenda dalla notorietà, e fa di tutto per apparire ad ogni livello, dalla macchinetta del caffè alla tv.

Non bisogna dimenticare il frequente caso del «cretino che non sa di esserlo» e dà agli altri del cretino urlando e ringhiando. L’effetto è devastante. A quel punto tutti si domandano chi è il vero cretino. Quello che non sa di esserlo? O quello cui viene attribuita la patente del cretino e pur non essendolo ontologicamente lo diventa nel giudizio generale? È il delirio totale, è come essere finiti nel «paradosso del mentitore». Epimenide di Creta affermava che «tutti i cretesi sono mentitori»: essendo lui un cretese stava dicendo una cosa non vera? O una cosa vera che quindi smentiva l’assunto di partenza? Sostituite «cretese» con «cretino» e vi trovate nella vita quotidiana, in ufficio, per strada, al bar, dove piombano comandi d’ogni genere e non sapete a quale babbeo dare retta per non combinare danni.

C’è salvezza? Il compito è arduo perché, come dice un detto toscano, per i «bischeri non c’è medicina» (tradotto da Schiller «Contro la stupidità anche gli dei lottano invano»). Potete provare a fare i «finti tonti», ottima strategia per sopravvivere, finché non vi viene richiesto di impegnarvi e prendere a vostra volta una posizione cretina. Oppure potete rinunciare alla competizione, dedicarvi al vostro giardino mentre gli altri si scannano per il potere, leggere magari Seneca, Boezio, o Machiavelli… Se riuscirete ad apprezzarli vorrà dire che sciocchi non siete. Forse la consolazione è magra, ma è pur sempre una consolazione

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.spaziofonati.files.wordpress.com

martedì 7 ottobre 2008


La Toscana si ferma
contro le morti bianche
Dopo la strage di giovedì, sciopero di Cgil-Cisl-Uil. Incontro tra sindacati e rappresentanti della ditta Toto su orari e sicurezza


Si ferma tutta la Toscana. Per dire che di lavoro non si deve morire. Un´ora di sciopero generale proclamato da Cgil, Cisl e Uil per tutti i lavoratori, otto per gli edili, dopo la strage di giovedì: tre operai edili morti a Barberino e un ferroviere a Castello. In mille assemblee si discuterà di sicurezza e si dirà che non bastano le parole.

Una grande campagna per dire che morire per guadagnarsi il pane non è una fatalità, che basta con le stragi, che il lavoro va riorganizzato a misura della vita. Sciopero generale. Lo si è deciso subito dopo la strage. Otto ore per gli edili di Firenze, quattro per quelli della Toscana, un´ora per tutti gli altri lavoratori e per gli edili di tutt´Italia. Niente cortei, niente proteste gridate. Cgil, Cisl e Uil hanno scelto la via della discussione e dell´informazione. Sostengono che discutere tutti insieme di come morire per lavorare non sia un incidente fatale, ma un orrore cui è giusto ribellarsi, dicono che parlare di come fare e di cosa esigere, sia una svolta. Hanno chiesto una grande campagna di comunicazione sulla sicurezza. La Regione ha promesso che la farà. Loro intanto cominciano da oggi.

Mille assemblee, tutte sullo stesso tema. «Le condizioni della sicurezza sul lavoro vanno riorganizzate. Molto è cambiato, si è perso il senso di appartenenza, il lavoro è diventato sempre più nomade non solo perché nei cantieri si viene da ogni parte d´Italia e del mondo ma anche chi non viene da lontano va di azienda in azienda, di contratto a termine in contratto a termine», spiega il segretario toscano Cgil, Gramolati. Se ne parlerà nelle assemblee di oggi. Partecipano anche le istituzioni locali. Il presidente della Toscana Martini sarà dalle 14 in là a Barberino sul cantiere per la Variante della ditta Toto dove hanno perso la vita in tre perché un bullone della piattaforma si è sganciato. L´assessore regionale alla salute Rossi andrà alle 10 all´assemblea della Richard Ginori. Gli assessori al lavoro e all´economia di Palazzo Vecchio e della Regione, Nencini e Brenna, parteciperanno dalle 10 alle 12 all´assemblea dei lavoratori e dei trasporti al dopolavoro ferroviario: ci saranno i ferrovieri che piangono il loro compagno travolto giovedì scorso da un carrello.


Le assemblee chiederanno alle istituzioni e agli organi responsabili di intensificare i controlli, di coordinarli, e di insistere tutto il 2009 nella campagna di comunicazione. Alla giornata si associano i pensionati, ai lavoratori pubblici che non possono scioperare per la legge sui servizi essenziali verrà chiesto di devolvere un´ora di stipendio ai familiari delle vittime. Mozioni per fermare le stragi anche nella sesta commissione consiliare della Provincia, dove erano presenti i tre segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil, Fuso, Cerza e Marchiani e in consiglio comunale dove si è osservato un minuto di silenzio. «Siamo tutti, in una piccola parte, responsabili», ha detto il vice sindaco Matulli.

In contemporanea i sindacati edili di Cgil, Cisl e Uil incontravano i rappresentanti della Toto con cui, denunciano i rappresentanti sindacali, non si era ancora riusciti a firmare un accordo sull´organizzazione del lavoro al cantiere. Ne sono usciti senza accordo anche ieri ma almeno, raccontano, con un verbale di impegno a arrivare finalmente a un protocollo su orari e sicurezza entro altre due riunioni già fissate.

articolo tratto da www.firenze.repubblica.it
immagine tratta da www.notimaz.blog.kataweb.it

lunedì 6 ottobre 2008

comunicato politico numero 10


Nulla smuove questo popolo. Solo la fame, forse, potrebbe. Essere governati da delinquenti e incapaci non turba più, da tempo, le coscienze.
Gli italiani sono dei belli addormentati. Il Paese è governato da piduisti. Sono rimasti tali, a tempo pieno, dagli anni ’70. Gelli è in pensione, ma Berlusconi e Cicchitto non hanno mai dato le dimissioni. L’Italia è gestita anche dagli ex comunisti, ora pidinimenoelle, che in vita loro non hanno mai lavorato e non sono mai stati neppure comunisti. D’Alema, Veltroni, Fassino e la consorte settelegislature Serafini. Sempre in torta, mai all’opposizione, sempre mantenuti dai contribuenti. Buoni a nulla e capaci di tutto
Questo socialcapitalismo di rapina ha alimentato la Mafia, la Camorra, la Ndrangheta, la Sacra Corona Unita. Ha permesso che la criminalità organizzata e la politica delle tangenti gestisse le comunità locali come delle discariche.
Ora suona la sirena d’allarme delle banche. Bisogna proteggerle. Certo, se il sistema bancario crolla, e le persone si ritrovano senza risparmi, senza poter fare la spesa, questa banda che ha occupato le istituzioni deve preoccuparsi. E molto. Una piazzale Loreto non sarebbe più sufficiente per contenerla. Quando bisognava proteggere i cittadini dai Tango bond, dalla Parmalat, da Cirio, dai mutui variabili che mettevano il cappio alle famiglie, dai derivati, dai futures, dai fondi di investimento con dentro i vermi, allora NESSUNO è intervenuto. Domandatevi perché. La risposta è semplice, le banche e la politica sono la stessa cosa. Lo stesso corpo. Uno e bino. Corrotto e corruttore che si scambiano il ruolo, ma sempre nell’ambito della legalità. La legge tutela l’illegalità, nel caso non la tuteli a sufficienza, la si rinforza depenalizzando il falso in bilancio. Scrivi Geronzi e leggi psiconano, detti Passera e compare Prodi, esclami Profumo e appaiono le fondazioni. Le fondazioni, la lunga mano dei partiti, sono azioniste delle banche. Scelgono gli amministratori delegati, approvano i bilanci, gli investimenti.
Gli italiani dormono, belli addormentati, cullati dai media controllati dai politici e dalle banche, che intorpidiscono i loro sensi. E’ un popolo di conigli, ipnotizzato da un serpente. Può svegliarsi in tempo o finire divorato. Io non lo so.
Non posso però stare a guardare. Il cialtrone alla guida del Pdmenoelle, sempre più Topo Scemo che Topo Gigio, si chiede dove è finito Beppe Grillo. Io sono qui, sempre qui, giorno dopo giorno. Oscurato da tutti i media, anche dalle riviste gossip, per ordine di Veltrusconi. Prima ti cancellano dall’informazione e poi ti prendono anche per il culo.
Alle prossime amministrative del 2009 ci saranno le liste civiche del blog, ne renderò noto il simbolo in ottobre. A gennaio terrò un incontro nazionale delle liste e dei MeetUp. Loro non molleranno mai, noi neppure.
Ps: Il coniglio è strabico. Ripeto: il coniglio è strabico.

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.tiozzo.org

domenica 5 ottobre 2008


Stand gastronomici e informativi in più di 50 città, per la Biodomenica 2008
Non solo cibo e rispetto dell'ambiente, ma anche le storie di scelte coraggiose
Contro mafia, cemento e discriminazione
Va in piazza il biologico consapevole

I DOLCI alla mandorla prodotti dalla cooperativa L'Arcolaio hanno il sapore del riscatto, quello dei detenuti del carcere di Siracusa. Una storia tra tante, che dà un volto a un settore, quello biologico, fatto di donne e di uomini che spesso hanno portato avanti scelte coraggiose. Aziende che lottano contro la mafia, l'abusivismo o anche più semplicemente la diffidenza ai cambiamenti.

Oggi tutte queste realtà si ritroveranno per la Biodomenica, iniziativa promossa dall'Associazione italiana agricoltura biologica (Aiab), in collaborazione con Coldiretti e Legambiente, e la partnership di Repubblica.it. In 50 piazze d'Italia saranno presenti stand gastronomici, per degustare prodotti e informarsi.

Il reinserimento sociale. "Il biologico è stata una scelta etica, naturale", racconta Giovanni Romano, presidente della cooperativa L'Arcolaio, nata nel 2003. Specialità: dolcetti alla mandorla. Da tre a sei detenuti prendono parte alle attività del laboratorio di panificazione e pasticceria, e presto altri cinque lavoreranno alla fattoria biologica. Ma non è così facile riavere indietro una vita normale. "Molti, una volta usciti, sperano di trovare un impiego con questo mestiere, ma non è facile, c'è ancora tanta diffidenza, soprattutto al sud".

Cartoline da un'occupazione. La storia di Agricoltura Nuova, cooperativa attiva nel sud di Roma, comincia 30 anni fa e solo con il tempo si avvicina al biologico. "Questa realtà nasce nel 1977, da un'occupazione di terre demaniali portata avanti da braccianti e disoccupati - dice Donato De Marco - La svolta è stata passare alla vendita diretta ai consumatori: così abbiamo aumentato gli utili e ridotto i prezzi. Dalla metà degli anni '90 tutto ciò che produciamo è biologico: verdura, frutta, formaggio, miele, carni.

Lottare contro il cemento e la mafia. Queste terre, dove oggi lavorano 25 soci con regolare affitto, sono state strappate alla speculazione edilizia. "Erano già lottizzate - ricorda De Marco - Poi, grazie alla legge sugli usi civici, siamo riusciti a preservarle. Oggi siamo stati regolarizzati, il terreno è diventato area protetta ed è più facile difendersi". Lotte aspre, simili a quelle delle cooperative che sorgono su terreni confiscati alla criminalità organizzata. Come la cooperativa Valle del Marro di Gioia Tauro, realizzata dall'associazione Libera di Don Ciotti, oggetto di continue intimidazioni da parte degli uomini della 'Ndrangheta.

Un modello che funziona. Ma molto più spesso c'è un nemico più comune da sconfiggere: la mentalità. "Abbiamo dovuto vincere prima di tutto l'individualismo tipico contadino - racconta Antonella Del Quattro, della cooperativa Valli Unite, in provincia di Alessandria. "L'idea nasce da tre ragazzi del posto che a metà degli anni '70 decidono di lavorare insieme la terra. La scelta del biologico è stata fatta partendo dall'alta incidenza di malattie, secondo alcuni dovute all'uso di certi di certi concimi chimici". A poco, visto che l'esperienza funzionava, molti agricoltori della valle si sono uniti all'organizzazione. "Oggi non è più così strano lavorare in condivisione e produrre biologico, e siamo in ottimi rapporti anche con chi non ha aderito al nostro progetto".

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.ambientenergia.info

sabato 4 ottobre 2008


Come ti sfotto il politico. Sul web
Duello Renzi-Pistelli e caccia agli amici
Un artefatto digitale è stato creato con la locandina di Amici miei: al posto delle teste del Necchi, il Melandri, il Perozzi, il Sassaroli e il Mascetti ci sono quelle di Lapo Pistelli e Matteo Renzi


A certe espressioni basta poco per entrare nel lessico comune e in quello del giornalismo e della politica, quel lessico icastico che si balocca con le metafore e le immagini. Pensate ai «furbetti del quartierino», che circola dai tempi di Stefano Ricucci e ogni tanto torna nei titoli dei quotidiani. Ecco, sulla parola «cretino » — e il cretinismo parlamentare di derivazione marxiano-engelsiana — utilizzata dal sindaco Leonardo Domenici contro il consigliere comunale Daniele Baruzzi, qualcuno s'è divertito con Photoshop, l'arma preferita dalla satira web dilettante. Quella satira che ha sempre bersagliato Silvio Berlusconi — in rete abbondano i manifesti elettorali taroccati — e che oggi, negli Stati Uniti, si sta scatenando contro Sarah Palin, la governatrice dell'Alaska scelta da John McCain come vicepresidente in caso di vittoria dei Repubblicani. Freaking News è uno dei siti di immagini modificate a colpi di Photoshop più famosi; la Palin compare nelle vesti di Terminator e Lara Croft.
SATIRA WEB ANCHE A FIRENZE. «Padri nobili del comunismo » è il titolo di un fotomontaggio che gira per le caselle di posta elettronica fiorentine. Due foto di Marx ed Engels sono accompagnate a una terza di Leonid Doménicev (alias Domenici, con fascia tricolore e giglio di Firenze annessi); in fondo a ogni foto c'è la data di nascita e di morte di Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895). Sotto l'effigie di Doménicev i photoshopper hanno scritto «1999-2008», che vorrebbe significare la durata dell'amministrazione fiorentina. Il sindaco non è nuovo ai bersagli dei manipolatori d'immagine: ai tempi dell'ordinanza sui lavavetri ne fu creata una con la faccia di Domenici sbarrata da uno spazzolone. In un altro fotomontaggio che vaga di computer in computer, la faccia di Baruzzi è stata messa al posto di quella di Lino Banfi-Pasquale Baudaffi nella locandina di Vieni avanti cretino.
AMICI MIEI. Un altro artefatto digitale è stato creato con la locandina di Amici miei: al posto delle teste del Necchi, il Melandri, il Perozzi, il Sassaroli e il Mascetti ci sono quelle di Lapo Pistelli e Matteo Renzi, che un tempo erano come Sussi e Biribissi e oggi manco chattano su Facebook, dove diventare «amico » di qualcuno è ancora più facile che candidarsi alle primarie del Pd. Fra i 549 amici del presidente della Provincia ci sono i nazional alleati Giovanni Donzelli e Stefano Alessandri e gli italo-forzuti Paolo Marcheschi e Marco Stella, ma Pistelli non c'è, così come fra i 438 amici del responsabile esteri del Pd c'è il radicale Marco Perduca, ma non Renzi. Su Facebook — il social network nato per tenere telematicamente uniti gli studenti universitari americani e destinato, pare, a diventare strumento di propaganda politico- elettorale — gli ex diessini si abbandonano a feroci ironie sull'appello pro-Conti diffuso nei giorni scorsi. «In questo periodo — scrive uno — è sempre più difficile trovare un trombaio, ma sembra che invece i dentisti siano sempre disponibili…». Sulle note di Aggiungi un posto a tavola, un altro irride le primarie: «Aggiungi un posto a tavola che c'è un amico in più, se sposti un po' la seggiola stai comodo anche tu… Gli sfidanti a questo servono a stare in compagnia, sorridi al nuovo ospite non farlo andare via, dividi le primarie, raddoppia l'entropia!». E ancora: «I ragazzi di Porta Romana piglian solo chi è pieno di grana mentre quelli di San Frediano (dove è nato Conti, ndr) piglian quel che gli capita in mano…».
FACEBOOK E IL CONSENSO. Se non altro qualcuno prova a rallegrare la pesantezza del dibattito politico; ma Facebook non è solo un non luogo di scambio per battutisti in erba. Serve a creare consenso: a Pistelli sono arrivate offerte d'aiuto dal politicamente lontano Mugello. Su internet, insomma, ci sono cose che funzionano, come Leonid Doménicev e Amici miei in versione renzian- pistelliana. Peggio di non esserci, in rete (vedi Graziano Cioni e Riccardo Conti, uno candidato e l'altro ancora non si sa), è esserci tenendo siti aperti e non aggiornati. Sul «Daniela Lastri Blog» non c'è un post nuovo dal 25 febbraio 2008, e l'assessore gggiovane dovrebbe saperle certe cose…

articolo tratto da www.corrierefiorentino.corriere.it
immagine tratta da www.static.blogo.it

venerdì 3 ottobre 2008

La scomparsa del buon senso




Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» è oramai un caro estinto soppiantato dall'insensato, dall'insensatezza e dal «dementismo » (ahimè, una demenza giovanile assai più che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perché? Lo dirò man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, il lungamente perseguito e pressoché riuscito suicidio dell'Alitalia; e, nel più grande mondo circostante, il crescente, e anch'esso insensato, «rigelo » nei rapporti tra Washington e Mosca.
Quella dell'Alitalia era una morte preannunziata — e anche più che meritata — da almeno un decennio. Né sarebbe stato un suicidio inedito. Negli Stati Uniti la Twa (Trans World Airlines) è stata uccisa proprio dal suo personale di volo; e fu anche fatta tranquillamente fallire, come si fa nei Paesi seri. In Europa, e più di recente, alcune rispettabili compagnie di bandiera, come la Swissair e la Sabena, sono come qualmente passate in altre mani. Anche la Svizzera avrebbe avuto come noi l'alibi del turismo; ma che io sappia nessuno l'ha invocato e i turisti, mi dicono, ci sono ancora.


Allora, chi ha messo in testa ai nostri piloti e alle vociferose hostess che ancora l'altro giorno esultavano gridando «meglio falliti che in mano ai banditi » (leggi: Colaninno) che Alitalia era una vacca sacra, una voragine mangiasoldi che però nessuno avrebbe osato toccare? Forse nessuno. Forse tra le nostre aquile e aquilette «selvagge» non ci sono più teste in grado di usare la testa. Certo è che fino alla ventitreesima ora dell'ultimo giorno chi ha pensato (male) per tutti è stata la casta dei piloti, l'Anpac; ben assistita, si intende, dalla Cgil e altri protettori politici. E ancor più certo è che il buon senso avrebbe affrontato e risolto il caso Alitalia da gran tempo. Se, appunto, il buonsenso esistesse ancora.
L'altro caso, dicevo, è quello del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Era inevitabile? No. A mio avviso era evitabile e assolutamente da evitare. E la colpa di chi è? Per Salomone sarebbe stata per metà di Bush e per metà di Putin. Per il grosso degli occidentali è soprattutto di Putin. Per i meno, che mi includono, la colpa è invece soprattutto di Bush e dell'«ideologismo democratico» che oggi imperversa incorporato nell'altrettanto imperversante contesto del politicamente corretto.


Sia chiaro: la teoria della democrazia liberale non è, in quanto tale, un'ideologia, visto che è una teoria che ha funzionato in pratica, che si è realizzata nel mondo reale, mentre le ideologie sono (come le utopie che le hanno precedute) teorie senza pratica che clamorosamente falliscono nell'attuazione (vedi per tutti l'Urss), e che sopravvivono come fedi, come un pensiero che nessuno ripensa più, come un ex pensiero fossilizzato. Dunque la teoria della democrazia è una cosa, e l'ideologismo democratico che è esploso nel '68 e che ne proviene, è tutt'altra cosa. La prima ha fatto le democrazie, la seconda semmai le disfa.
Ciò premesso, oggi l'urgenza è di stabilire e ristabilire senza paraocchi ideologici la realtà dei fatti, la realtà della «forza delle cose». E il fatto è che il mondo nel quale stiamo vivendo è il mondo più pericoloso nel quale l'uomo sia mai vissuto.


In parte perché stanno proliferando armi di distruzione di massa che ci potrebbero sterminare tutti; e in parte perché la dissennata crescita della popolazione (che il buon senso anche a questo effetto avrebbe dovuto impedire) ha innescato una sequela di altre crisi: dell'acqua che manca, del clima, delle risorse energetiche. E quest'ultima è la crisi più esplosiva del momento, visto che sta ridisegnando la mappa del potere mondiale tra chi dispone di petrolio e di gas e chi no. Gli Stati Uniti di petrolio ne hanno poco, l'Europa quasi punto. Invece la Russia ne ha. Ne hanno anche, si sa, il Venezuela, la Nigeria, l'Iran e alcuni Stati arabi del Medio Oriente; ma sono tutti Stati o traballanti o ostili e infidi. Il buon senso suggerisce, allora, che la Russia di Putin è, per l'Occidente, un alleato indispensabile. Se Putin venisse indispettito oltre misura, potrebbe chiudere i suoi rubinetti e l'Europa sarebbe in ginocchio in due mesi, gli Stati Uniti in gravi difficoltà entro sei.


Eppure il presidente Bush sta facendo di tutto per indispettirlo. È lui che per primo ha violato le intese indebitamente consentendo l'indipendenza del Kosovo; è lui che si propone di avvicinare i suoi missili intercettori ai confini della Russia, è lui che vuole incorporare nella Nato i Paesi dell'Europa orientale, è infine lui che sotto sotto ha incoraggiato la Georgia a sfidare Putin. Insomma Bush si comporta come se lui fosse il gatto e Putin il topo. L'acume di Bush mi è sempre sfuggito. Ma quando ho conosciuto Condoleezza Rice in panni accademici, lei era davvero intelligente (a detta di tutti).
Pertanto quando una decina di giorni fa ha dichiarato che la crisi del Caucaso lascia la Russia «isolata e irrilevante» sono restato di stucco. Possibile che il potere logori anche l'intelligenza delle donne? Davvero gli Stati Uniti credono di poter condizionare Putin con rappresaglie finanziarie e bloccandone l'ingresso nell'Ocse e nel Wto? Eccezion fatta per il formidabile potere deterrente del suo arsenale atomico, a tutti gli altri effetti gli Stati Uniti sono oramai, al cospetto della Russia (e anche della Cina) una tigre di carta.
E questa è la realtà.


Beninteso io rispetto e mi sento anche debitore dello zelo missionario degli americani atteso a promuovere la democrazia nel mondo. Ma sono spaventato da uno zelo missionario che cade in mano a un «ideologismo democratico» di marca Sessantottina che, appunto, stravolge ogni buon senso.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.guglielmogulotta.com

giovedì 2 ottobre 2008

Sei anche tu un intercettato?


Telecom Italia ti ha intercettato? Da oggi puoi saperlo anche tu.
Il blog ti mette a disposizione un motore di ricerca.
Il possibile intercettato, con il semplice inserimento del suo nome e cognome, saprà se è presente nel documento della Procura della Repubblica di Milano di 371 pagine depositato il 14 luglio 2008. Un'informazione di garanzia nel procedimento penale nei confronti di 34 persone, tra cui Ghioni, Mancini e Tavaroli e di due aziende: Telecom Italia e Pirelli, ma non dei loro amministratori (?). L'intercettato saprà in quali pagine del documento della Procura è citato e potrà accedere al documento.
Gli spiati sono circa 5000, una media cittadina di provincia, e appartengono a tutti i ceti sociali. Banchieri, giornalisti, manager, calciatori. Nell'elenco compaiono anche ministeri e comandi dei Carabinieri.Gli intercettatori non guardavano in faccia a nessuno, se c'era da intercettare si intercettava. Ma non prendevano ordini, non avevano capi. Usavano Telecom come un taxi senza neppure pagare la corsa.
Tronchetti e Buora non sapevano, non potevano, non volevano. Però incassavano stipendi faraonici, bonus e stock option.
Il motore può servire a controllare se il vostro vicino di casa è stato intercettato, o vostra moglie, o vostro marito. Potete scoprire un mucchio di cose. Se qualcuno è stato intercettato e non lo sa, potete inviargli una mail con i suoi dati.
I miei legali mi dicono che chi è stato intercettato può fare causa a Telecom Italia. Un calcolo prudente del rimborso che gli intercettati potrebbero richiedere con una class action è di due miliardi di euro. Se fossi Franco Bernabè procederei di ufficio, prima di una possibile causa, con una lettera di scuse a nome dell'azienda a tutti gli intercettati e con un risarcimento.

Ps: inserite nei vostri blog il motore per la ricerca degli intercettati.

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.italiaspeed.com

mercoledì 1 ottobre 2008

Fujitsu Siemens sempre più green


Un collegamento un terzo più veloce di quello via mare, costa un quarto e produce il 5% in meno di CO2 rispetto al trasporto aereo. È il sunto della nuova iniziativa di Fujitsu Siemens che comunica la prima iniziativa al mondo di trasporto ferroviario commerciale su un percorso di 10mila chilometri.

Più precisamente, l’azienda sostiene di essere il primo vendor It al mondo che sceglie di passare dal trasporto aereo a quello ferroviario per i monitor e chassis, che partono dalle fabbriche dei fornitori asiatici per arrivare al centro di distribuzione europeo di Worms e alla fabbrica di Augsburg.

Il percorso delle componenti, da Xiangtang, 700 km a nord di Hong Kong, ad Amburgo sarà documentato su transeurasiablog.com. In questo modo l’azienda prosegue nelle iniziative a basso impatto ambientale iniziate in tempi non sospetti, quando vent’anni fa apriva la fabbrica di Pc completamente riciclati a Paderborn.

Fujitsu Siemens ha sempre comunicato sottotono questo tipo di iniziative trovandosi poi avvantaggiata nel momento in cui tutti utilizzano l’ecosostenibilità come elemento fondamentale di marketing. Ora prosegue, ponendo una maggiore attenzione a questo tipo di notizie ed enfatizzando pillole comunque degne di nota.

Come il fatto che il 52% dei suoi prodotti sia “ecologico” integrando, per esempio, prese monitor commutate in grado di far risparmiare fino al 50% sul consumo energetico dei display o utilizzando tecnologie come la “low power soft off” che permetterebbe di risparmiare il 30% di energia in modalità standby o il pulsante Eco che consente di prolungare la durata della batteria dei computer portatili e la tecnologia di gestione della alimentazione che consente di ridurre il consumo di energia complessivo del 15%.

Se queste percentuali possono risultare irrisorie se applicate su una sola unità, sono invece interessanti per un’azienda che deve fare i conti con centinaia di computer. Considerando i computer portatili, in particolare, l’azienda fa sapere che tutti i suoi prodotti dotati del pulsante Eco in modalità standby consumano meno di un watt di energia al giorno.

I monitor Crt, ancora, sono stati eliminati dalla catena di produzione di Fujitsu Siemens e gli ultimi Tft garantiscono un consumo giornaliero di un watt al giorno in standby e non più di 32 in modalità operativa. L’ultimo nato, infine, è un monitor zero-watt, un Lcd da 20 pollici che, grazie a un comando integrato nell’alimentatore gestibile direttamente dal Pc, si spegne completamente quando non riceve segnali.

Non sappiamo se queste argomentazioni riescano a essere comprese totalmente dai potenziali clienti, soprattutto se si tratta di utenti finali che ancora si basano su altri parametri di scelta, e soprattutto in questo momento in cui qualsiasi vendor cavalca l’onda lunga dell’ecosostenibilità con affermazioni più o meno veritiere e dimostrabili. D’altronde, qual è la reazione dell’”uomo comune” di fronte al consueto annuncio di rincaro dei prezzi delle bollette?

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.itstrategies.it

Agenda 2010 Voglio Scendere

Pino Corrias
Peter Gomez
Marco Travaglio

Dal blog di Pino Corrias, Peter Gomez e Marco Travaglio

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