MOVIMENTO 5 STELLE: IL PROGRAMMA

martedì 30 settembre 2008




Alla Ducati di Bologna
Pausa caffè col timer in fabbrica
I dipendenti cronometrati


BOLOGNA — Tic, tic, tic... Luce rossa. Stop. Niente caffè. La macchinetta erogatrice smette di erogare, sarà per la prossima volta. Funziona così in una delle aziende storiche di Bologna, la Ducati Energia. Per riuscire a farsi un caffè, bisogna essere una sorta di centometrista, una via di mezzo tra Bolt e Mennea. Ogni macchinetta, infatti, è stata munita di un timer che, spaccando il secondo, cronometra il tempo di sorsata dei dipendenti. Il limite è inderogabile: 10 minuti.

Dopodiché, la macchina si spegne. Considerando che i lavoratori della Ducati Energia sono poco meno di 300, è inevitabile che molti di loro restino a bocca asciutta. Non è dato sapere se l'introduzione del timer ha davvero contribuito, com'era nei propositi dell'azienda, a ridurre le perdite di tempo da parte dei lavoratori con conseguente aumento della produttività. Di sicuro però ha regalato una folata di notorietà alla Ducati Energia, finita nel mirino del capogruppo di Rifondazione, Roberto Sconciaforni, che ieri in consiglio comunale ha parlato di «lavoratori umiliati

La Ducati Energia, che produce condensatori e generatori, appartiene a Guidalberto Guidi, ex vicepresidente di Confindustria e padre di Federica, al vertice dei Giovani Industriali. I rapporti con i sindacati sono tesi, tira aria di scioperi. La Fiom ha manifestato timori per la politica di delocalizzazione dell'azienda e per la progressiva riduzione di personale. In questo clima, ecco comparire l'annuncio del timer. Spiega la delegata Fiom, Raffaella Fughetti: «Ogni turno di lavoro ha i suoi 10 minuti di caffeina: 9.30-9.40, 17-17.10, 00-00.10». Chi ha l'orologio indietro, è perduto.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.polamp.com

lunedì 29 settembre 2008


"Privatizzare ospedali in difficoltà"
E' polemica sul progetto del governo


Via con quattro Regioni del Sud.
Berlusconi: «E' soluzione giusta».
Il sottosegretario al Welfare Fazio:
joint-venture tra pubblico e privato.
Medici spaccati, altolà da Veronesi.
Bersani: il premier si rompe le ossa
ROMA
Privatizzare gli ospedali pubblici in difficoltà. Il progetto del governo, per ora, pare solo un abbozzo, ma tanto basta ad innescare la polemica politica. Tutto nasce dalle dichiarazioni del premier Berlusconi che, intervenuto due giorni fa a Todi, ha illustrato la sua ricetta per risolvere i guai del sistema sanitario: «Rispetto al Veneto e alla Lombardia, in Sicilia e in Sardegna si spende oltre il 40 per cento in più», dunque - argomenta il Cavaliere -, «la soluzione è il federalismo fiscale e la privatizzazione di molti ospedali pubblici»

«Joint-venture pubblico privato»
Il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio ha tentato di smorzare i termini: non una «privatizzazione degli ospedali nuda e cruda, ma la creazione di una joint-venture pubblico privato per gestire strutture ospedaliere che non funzionano con la collaborazione dei privati». «Nel programma di Governo - ragiona Fazio - c’è l’idea di attivare, grazie ai fondi strutturali, finanziamenti che siano al 50% a fondo perduto e al 50% in project financing per consentire l’ingresso del privato nelle strutture sanitarie pubbliche». Il sottosegretario spiega che però «non si tratterà di ospedali privati veri e propri, ma di creare unità gestite privatamente nel pubblico».

Il Pd: «La privatizzazione è già iniziata»
All’inizio questo processo potrebbe riguardare Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, cioè le Regioni che hanno al momento maggiori problemi strutturali, e per questo hanno accesso a finanziamenti ad hoc dell’Unione europea. «Ma - avverte Fazio - non è detto che l’ingresso dei privati nel pubblico non possa poi avvenire anche in Regioni come la Lombardia». Un diluvio di critiche al progetto del governo arriva dall'opposizione. Pierluigi Bersani, ministro ombra dell’Economia, avverte il premier: «Su questo tema si romperà le ossa». Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini la mette dura: «Siamo all’improvvisazione». Mentre l’ex ministro della Salute, Livia Turco si spinge ancora più il là: «Non è che Berlusconi ha annunciato: Berlusconi ha fatto. Con il decreto legislativo 112, infatti, si è già imposto alle Regioni di tagliare posti letto e ridurre personale. Un decreto che prevede il taglio di 5 miliardi di euro per i prossimi anni nella sanità».

Medici divisi
Il progetto del governo divide i medici. Critico l’oncologo Umberto Veronesi: «L’aziendalizzazione del pubblico è un grande errore di principio. Chiamare azienda un ospedale è un errore: l’azienda deve fare profitto, l’ospedale deve fare la salute». Il presidente dello Snami (Sindacato nazionale autonomo medici italiani), Mauro Martini apre: «Privatizzare la sanità? Perché no, se la privatizzazione viene fatta in modo corretto e trasparente non vedo il problema». «In Lombardia l'ingresso dei privati ha infatti stimolato anche il servizio pubblico. L’importante - conclude Martini - è che ci sia qualcuno sopra le parti che fissi le regole del gioco». Più tiepido Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) che avverte: «Sulla privatizzione bisogna andarci con i piedi di piombo» perchè «la mission che deve realizzare una struttura pubblica non si concilia con le ragioni del profitto». «Le esternalizzazioni - prosegue Bianco - non hanno dato grandissimi risultati».

Camici bianchi in piazza con la Cgil
Intanto migliaia di medici sono già scesi nelle piazze italiane con la Cgil, per la prima volta dall’insediamento del Governo Berlusconi, per cambiare le scelte dell’esecutivo sulla sanità. Manifestazioni si sono tenute ieri in diverse città con una cospicua partecipazione di camici bianchi, «dai 300 a Napoli ai 200 a Roma», riferisce Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil medici, a Roma in piazza Farnese con il segretario generale Guglielmo Epifani. La partecipazione dei medici, spiega, «nasce dalla ferma volontà di rispondere agli attacchi indiscriminati alla sanità pubblica, con il taglio di circa 10 mld delle risorse, e alle condizioni di lavoro della professione. Da oggi, tuona Cozza, «parte la protesta dei medici, che non si fermerà neanche a fronte degli insulti del ministro Brunetta, o alle odierne proposte del sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio di introdurre il privato nella gestione degli ospedali pubblici. Il nostro è un chiaro e fermo no».

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.kimicontrol.com

domenica 28 settembre 2008

Dieta sana quanto mi costi!


COME METTERE D'ACCORDO PORTAFOGLIO E SALUTE

Confermati i pregi della «tavola all’italiana». Ma possiamo ancora permettercela?

Ce ne siamo accorti tutti: il caro petrolio ha portato con sè anche il caro cibi. Secondo dati della Commissione Europea, In Italia, da luglio 2007 a luglio 2008, i prezzi sono saliti mediamente del 6,7%. Conseguenza: ben il 60% delle famiglie italiane dichiara di aver cambiato menu.
DIETA MEDITERRANEA COSTOSA - E a che cosa rinunciano gli italiani per risparmiare? Ai capisaldi della dieta mediterranea che hanno il difetto di costare sempre di più: sempre secondo la Commissione Europea, in Italia, in un anno, pane e farina sono aumentati del 12,1%, gli oli del 5,8%, la frutta del 7,6%. E il calo dei consumi ha coinvolto anche altri cibi tipici della nostra dieta. Stando a una ricerca della Confederazione italiana agricoltori, nei primi sette mesi del 2008, le flessioni più evidenti hanno riguardato frutta, pane, olio d'oliva, verdure, pesce e vino con diminuzioni nelle vendite dal 4 al 2%. Secondo Eurispes i cali sono stati più sensibili: il pane ha fatto registrare meno 7%, la pasta meno 4,3%, il vino meno 8,4%. Tutto questo mentre uno studio, italiano, pubblicato sul British Medical Journal del 20 settembre, viene a (ri)dirci, sulla base di un'impegnativa rivisitazione di analisi precedenti, che la dieta mediterranea funziona. Sessantadue i lavori presi in considerazione, solo 12 quelli che hanno superato i severi criteri di ammissione, tutti recenti, il più vecchio è del 2003, sei sono europei, cinque americani e uno australiano. Un milione e mezzo le persone seguite per un minimo di tre anni e un massimo di 18. Risultati? «Nove per cento di mortalità complessiva in meno, pressappoco otto anni di vita in più, riduzione del 9% della mortalità per patologie cardiovascolari, del 6% di quella per cancro e del 13% dei casi di Parkinson e Alzheimer» spiega Gian Franco Gensini, direttore del Dipartimento Cuore e Vasi dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze.

LE RAGIONI DELL'EFFICACIA - Ma perché la dieta mediterranea è così efficace? «Nessuno è per ora in grado di dire che cosa esattamente "funziona" nella dieta mediterranea. Tutto merito della frutta o del pane? Delle vitamine - e di quali vitamine - o dei minerali? La risposta non c'è, sappiamo solo che il mix mediterraneo funziona. E dico mix non a caso — continua Gensini — perché quando si è provato a ricorrere a integratori, i risultati sono stati deludenti. Evidentemente nelle pastiglie dimentichiamo dei componenti degli alimenti che hanno rilevanza ma che sfuggono alla nostra conoscenza». «L'unica certezza che abbiamo rispetto a un singolo nutriente — prosegue Gensini — riguarda gli omega 3 contenuti nel pesce. Degli omega 3 conosciamo anche il meccanismo d'azione, sappiamo da tempo che sono un antiaritmico, un antiaggregante piastrinico (e, quindi, riducono la possibile formazione di coaguli nel sangue); controllano il livello dei lipidi, soprattutto dei trigliceridi; contribuiscono alla regolazione della pressione arteriosa dando elasticità alle pareti arteriose».

GLI EFFETTI - Ma se la dieta mediterranea funziona per la prevenzione, funziona anche come "cura" dopo un infarto o un ictus? Risponde Francesco Sofi, ricercatore dell'Università di Firenze e primo firmatario dello studio: «Senza dubbio. Anche se gli studi sulla prevenzione secondaria sono meno numerosi sappiamo che dopo un incidente cardiovascolare la dieta mediterranea è efficace quasi quanto l'aspirina nel ridurre il rischio di ulteriori episodi. Quello che ci preme sottolineare è che anche se non si adotta in tutto e per tutto un menù mediterraneo i benefici ci sono. E lo dimostra proprio il nostro studio. Nella ricerca abbiamo valutato con un punteggio da uno a nove l'aderenza alla dieta mediterranea. Chiarisco: stabilito che la dieta adottata dalla media di una popolazione ha valore zero, più si ricorre ad alimenti " mediterranei", più il punteggio sale. Mangi più frutta e verdura della media della popolazione presa in esame da quello studio? Bene, hai un punto in più. Mangi meno carne rossa? Altro punto in più. E notate che il modesto aumento di due punti, da zero a due, da due a quattro e così via, già basta per ottenere una riduzione della mortalità generale del 9%. La stessa indicata come valore finale dalla nostra analisi».

QUANTO CONTA LA DIETA - Conta solo la dieta? «È importantissimo anche far movimento — riprende Gensini — pensate che gli abitanti di Pechino hanno un rischio di mortalità per incidenti cardiovascolari sei volte superiore rispetto ai cinesi che abitano in campagna. E non è la dieta, più o meno sempre la stessa, a fare la differenza, ma il poco moto che fanno i cinesi inurbati». Ma a Pechino non usano tutti le biciclette? «Si, ma adesso sono a motore».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.my-personaltrainer.it

sabato 27 settembre 2008

Palermo ospita il meeting degli hacker





















Undicesima edizione dell'Hackmeeting per discutere di informatica, diritti digitali, software libero, politica ed ecologia




Dal mozzafiato War Games, thriller fantapolitico con protagonista un giovanissimo esperto di computer che rischia di scatenare la III guerra mondiale, sono passati ormai 25 anni, ma attorno alla figura dell’hacker continua ad aleggiare una sorta di aura misteriosa.

Da ieri appassionati di pc e semplici curiosi possono dare un’occhiata al mondo dei pirati della Rete partecipando, a Palermo, al loro raduno nazionale, l’Hackmeeting, giunto all’undicesima edizione.

Per discutere di informatica, ma non solo - al centro dell’iniziativa anche seminari su diritti digitali, software libero, politica ed ecologia - gli hacker italiani, hanno scelto un centro sociale: l’ Ask 191.

Il raduno è rigorosamente autofinanziato e autogestito. «Non vogliamo sponsor - spiega uno degli organizzatori». E anche la scelta del luogo non è casuale: «Si tratta, come ogni anno, di un posto coerente con la nostra filosofia». Tra i relatori giornalisti, impiegati e anche un dirigente regionale siciliano, Gioacchino Genchi, aggiornatissimo sulla materia nonostante la non più giovane età.

Ad accogliere gli esperti informatici è Dhcp umano un giovane che distribuisce gli indirizzi Ip per le connessioni dei computer. Attraverso il bluetooth gli organizzatori inviano messaggi, loghi e sfondi che riguardano al manifestazione a tutti i cellulari che si trovano nelle vicinanze del raduno.

articolo tratto da www.lastampa.it
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venerdì 26 settembre 2008


nasce il secondo istituto di credito americano
Usa: fallisce anche Washington Mutual,
le attività conferite a Jp Morgan
Acquisita per 1,9 miliardi di dollari. La banca non era più in grado di proseguire le attività per mancanza di liquidi

NEW YORK (USA) - La crisi dei mutui subprime estesa a tutto il sistema bancario colpisce ancora. Le autorità bancarie statunitensi hanno ordinato la chiusura della banca Washington Mutual decretandone di fatto il fallimento, il più grande nella storia del credito americano. Le attività dell'istituto passano a JP Morgan Chase per 1,9 miliardi di dollari.

FALLIMENTO - «Con liquidità insufficiente per far fronte ai propri obblighi, Wamu non era più in condizioni abbastanza solide e sicure per proseguire la propria attività», spiega in una nota la Fdic, l'organismo federale di supervisione sui depositi bancari, che assicura totale protezione ai clienti per i depositi fino a 100mila dollari. Jp Morgan ha annunciato un aumento di capitale da 8 miliardi di dollari per mantenere i propri standard di solvibilità. L'istituto si aspetta costi prima delle tasse per 1,5 miliardi ma stima anche risparmi da economie di scala per un pari ammontare, per la maggior parte entro il 2010. Dall'incorporazione nascerà il secondo gruppo bancario statunitense, il primo nel settore delle carte di credito, con 2.040 miliardi di attivo e 5.410 filiali in 23 stati dell'Unione. Wamu, la cui fondazione risaliva al 1889, porta in dote 307 miliardi di attivo e 188 miliardi di depositi.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.dartequity.com

giovedì 25 settembre 2008


Le misure anti-ubriachezza al via tra le polemiche. I gestori: non siamo criminali
ANTONELLA MARIOTTI
TORINO
C’è un errore nelle tabelle anti-alcol arrivate nei bar: un errore piccolo, ma sufficiente a far lievitare il livello della polemica tra i proprietari dei locali, che non ci stanno a passare per quelli che «armano» la poca coscienza gli automobilisti facendoli bere. La svista è nella sezione «uomini a stomaco vuoto»: nella riga relativa alla birra analcolica, con riferimento al peso di novanta chili: il livello teorico di alcolemia «0,02» dovrà essere sostituito con «0,01». Già nei prossimi giorni arriveranno le correzioni.

Le critiche
Per le polemiche, invece, è solo l’inizio. Le tabelle, dicono gli esercenti, sono complicate e incomprensibili. E poi «dovrebbero essere esposte anche nei chioschi e sui camioncini di vendita di panini», attacca una nota della Silb, l’associazione delle imprese di intrattenimento danzanti e di spettacolo: «Se volevano far qualcosa di serio si doveva estendere il progetto a tutti».
Il decreto, aggiunge la Cna di Roma, «non chiarisce se sono inclusi in tale obbligo anche i bar e ristoranti. Il provvedimento riguarda il divieto di somministrazione di alcol “ove si svolgono con qualsiasi modalità ed in qualsiasi orario, spettacoli o altre forme di intrattenimento congiuntamente all’attività di somministrazione di bevande alcoliche”. Ci vuole più tempo per le imprese per adeguarsi».

I controlli
Dalle Alpi alla Sicilia i controlli sono già iniziati. A Rimini fuori dai locali le pattuglie di Polstrada e Carabinieri sono ancora lì da quest’estate con etilometro a corredo. I gestori sono d’accordo ma con qualche distinguo: c’è chi è favorevole («è meglio sapere, una regola è giusta») e chi pensa a alla violazione della privacy («non risolve il problema»). Nella città romagnola poi si dicono interessati a un’ipotesi del ministro della Gioventù Giorgia Meloni, che, contro le stragi del sabato sera, vedrebbe con favore la «formazione della categoria dei buttafuori. Renderli operatori sociali, che aiutino chi è troppo ubriaco a tornare a casa».

Il no dei gestori
A Milano, l’obbligo delle tabelle è stato preso molto sul serio, e le cifre fanno bella mostra di sè in tutti i locali dei Navigli. Ma i gestori non sono d’accordo. “Non possiamo accettare la criminalizzazione del nostro mestiere - spiegano - E poi tutto questo non servirà ai ragazzi». La Fipe-Confcommercio di Roma parla di confusione nella lettura delle tabelle: «Ad esempio non esistono indicazioni per le bevande alla spina o per i cocktail alcolici o poco alcolici di moda fra i giovani».

Gli incidenti
Anche lo scorso martedi' c’è stato un frontale con protagonista un ragazzo ubriaco. E’ successo a Jesi, dove un giovane di 22 anni è stato arrestato dai carabinieri per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e lesioni aggravate: dopo un frontale tra due auto il ragazzo alla guida era sdraiato sulla strada e rideva dicendo poi ai militari che si era «divertito tanto», il suo test dell’alcol era cinque volte superiore al massimo. Quando i militari hanno cercato di bloccarlo lui li ha presi a pugni. E sono scattate le manette. Per fortuna la donna non è grave: guarirà in un mese.

Sulle due ruote
Le forze dell’ordine sono state implacabili non solo con gli automobilisti: un giovane alticcio che domenica sera è stato fermato dai carabinieri a Casalpusterlengo, nel Lodigiano. Era trainato da un amico in motorino, è stato bloccato e sottoposto al test. Dopo la denuncia per guida in stato di ubriachezza, è tornato a casa a piedi.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.clandestinoweb.com

mercoledì 24 settembre 2008


Noi, i nostri padri, i nostri nonni abbiamo pagato le autostrade. Il loro costo è stato ammortizzato da anni. In Inghilterra e in Germania sono gratuite. In quei Paesi, i cittadini, in modo legittimo, le usano senza pagare due volte. Le hanno già finanziate, sono roba loro. In Italia le autostrade sono state regalate ai concessionari come Benetton che guadagnano miliardi di euro senza nessun rischio nè investimenti di capitale. I miliardi dei pedaggi vengono poi investiti in ogni tipo di business e per finanziare i partiti.
Le autostrade devono diventare gratuite. Non abbiamo pagato per decenni le tasse per arricchire Benetton e soci. Per le nuove autostrade il discorso è diverso, chi vuole la concessione ci metta i suoi soldi. Per le autostrade già esistenti dobbiamo dire basta al pizzo dei concessionari. Nei prossimi giorni lancerò una campagna di disobbedienza civile, sarò io il testimonial.
Prima di ascoltare l'intervista al professore Giorgio Ragazzi, autore del libro: "I signori delle autostrade", vi faccio una raccomandazione. Prendete una camomilla doppia e non indossate nessun maglione della Benetton. Potreste mangiarlo.

"La rete autostradale italiana è stata costruita quasi interamente negli anni ’60 e ’70. E’ stata finanziata quasi interamente a debito. Al tempo tutte le autostrade facevano capo o all’Iri o agli enti locali, comuni, province, eccetera, il loro debito era spesso garantito dallo Stato. A fine degli anni ’90, cioè dopo 25 anni, questi investimenti erano stati ammortizzati, i debiti rimborsati. Il capitale azionario investito nelle autostrade era minimale, allora alla fine degli anni ’90, per logica, o si dovevano abolire i pedaggi e rendere gratuite le autostrade, come d’altronde sono in Germania e in Inghilterra perché l’investimento era stato ammortizzato coi pedaggi, oppure il grosso degli utili delle concessionarie avrebbe dovuto essere passato allo Stato come imposte o quello che sia com’era previsto dalle Leggi al tempo.
Che cosa è successo però? L’Iri aveva bisogno di soldi e aveva deciso di privatizzare la società Autostrade, che è la più importante con circa il 65% della rete autostradale di sua proprietà, per agevolare questa privatizzazione sono state fatte delle concessioni, quelle che io chiamo regali enormi a queste concessionarie. Già prima gli era stato concesso di fare la rivalutazione monetaria, quindi di aumentare molto il valore di libro del loro patrimonio che poi doveva essere remunerato coi pedaggi, poi sono state prorogate le concessioni più o meno gratuitamente per mediamente 10 anni. Di questo gli utenti non si sono accorti, non hanno percepito il fenomeno perché loro vanno, pagano il pedaggio e non sanno particolarmente, ma è facile rendersi conto dell’enormità del regalo che riceve una concessionaria se si fa una leggina e gli si proroga di 10 anni la concessione. Il problema oggi è che queste concessionarie fanno enormi profitti, non hanno investito nel settore perché non è stato costruito più nulla, quindi hanno investito in operazioni finanziarie, in titoli diversificando nel settore immobiliare, ora stanno investendo anche all’estero eccetera, quindi noi abbiamo pedaggi molto elevati e una rete autostradale ormai vecchia, del tutto insufficiente in una situazione triste ed anomala.
Il vero problema è che questi pedaggi una volta completato l’ammortamento sono in realtà delle imposte e allora se dobbiamo pagare le imposte tant’ è che le incassi lo Stato non dei concessionari che non hanno mai investito nulla nella concessione. Per dire se le autostrade sono molto care in senso generale non si può, nel senso che a volte vengono raffrontati pedaggi pagati in Italia con quelli, ad esempio, pagati in Francia. E’ chiaro che il pedaggio deve riflettere il fatto che l’autostrada sia costata molto poco, sia stata ammortizzata, quanto traffico ci passa eccetera, quindi non conta guardare il livello assoluto del pedaggio ma rapportarlo alla redditività delle concessionarie perché il pedaggio, oltre che coprire i costi, dovrebbe servire ad assicurare una remunerazione ragionevole e congrua sul capitale investito, quindi è importante nel valutare il livello del pedaggio andare a vedere qual è il capitale investito. A partire dal ’99 è stato introdotto in Italia il cosiddetto price-cap che è una formula con la quale vengono determinati gli incrementi tariffari di anno in anno.
Qui il sistema ha due difetti fondamentali: primo è il dato di partenza, ossia è stato regolamentato l’incremento delle tariffe ma si sono prese per buone le tariffe esistenti all’epoca, quando il capitale investito da queste concessionarie era bassissimo, quindi senza tenere conto del fatto che queste già avevano un livello di profittabilità assolutamente ingiustificato. Questo viene fatto sulla base di un piano finanziario, c’è una parte che compensa l’inflazione, una parte che invece tiene conto di una serie di fattori, tra cui anche l’incremento previsto dal traffico. Per cui cos’è successo fino ad oggi? E’ successo che l’Anas faceva delle previsioni di incremento del traffico prudentissime, bassissime, che sono state sempre molto inferiori alla realtà. Tutto l’incremento del traffico superiore a queste previsioni è andato come profitto netto nelle tasche delle concessionarie, quindi era anche facile, avendo buon rapporto con l’Anas, io credo (con una certa malizia) fare un piano finanziario con previsioni bassissime di traffico e poi fare profitti in più.
Un terzo elemento è la cosiddetta remunerazione della qualità, che è un concetto fantasioso perché la qualità viene misurata sia in rapporto a un indice sulla qualità della pavimentazione, sia a un indice di mortalità. Se diminuisce la mortalità aumentano le tariffe. Però non c’è nessuna relazione fra i costi investiti dalle concessionarie per migliorare la qualità e i benefici che hanno in termini di aumento delle tariffe. Cioè se viene introdotta una regolamentazione più stringente, la patente a punti, i limiti di velocità eccetera, diminuisce la mortalità, sia sulle autostrade che sulle strade statali, ebbene loro come conseguenza hanno un incremento della tariffa assolutamente ingiustificato.
Sono chiare varie cose: primo che occorrerà aumentare gli investimenti nelle infrastrutture in autostrade perché il Paese non investe più da 30 anni quindi siamo rimasti assolutamente indietro. Secondo: costruire oggi autostrade costa enormemente più di quanto costava in passato, faccio un esempio, oggi costruire un’autostrada costa fra i 25 e i 50 milioni di euro al chilometro. La società Autostrade è stata privatizzata all’inizio del 2000 ad un prezzo che rapportato ai chilometri gestiti equivale a due milioni e ottocentomila euro per chilometro, quindi hanno pagato quell’importo per la rete esistente, per farne nuove ci vuole dieci volte tanto. Allora è chiaro che per costruire nuove autostrade con concessioni in project financing è necessario applicare pedaggi molto elevati, mentre la rete esistente giustificherebbe pedaggi molto più bassi di quelli che sono in vigore oggi. Allora quello che io ho proposto in questo libro è rescindere il legame tra il pedaggio pagato dall’utente e il pedaggio incassato dalla concessionaria. Perciò avere una tariffa nazionale omogenea che viene pagata dagli utenti. Nelle autostrade dove si riconosce al concessionario meno perché l’autostrada nel frattempo è stata interamente ammortizzata, la differenza dovrebbe essere recuperata a un fondo strade che l’utilizza per ridurre i pedaggi e finanziare le nuove iniziative." Giorgio Ragazzi

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.leadershipmedica.com

martedì 23 settembre 2008


OKTOBERFESTMANIA.COM e Community "BIRRAMANIACI" sono un'attività associativa dell' Associazione "NINKASI" ( da NIN - KAS, dea della birra sumera , www.ninkasis.it) che oltre ad organizzare appuntamenti culturali birrari ad Arezzo ed in Toscana, occasionalmente durante l'anno organizza alcune "spedizioni" turistiche riservate ai suoi soci, con destinazione la festa birraria più grande del pianeta, l' OKTOBERFEST di Monaco di Baviera.

Per fare ciò, lo Staff di OKTOBERFESTMANIA.COM inizia ad operare all'organizzazione delle gite già a novembre dell'anno precedente e continua costantemente tutto l'anno, effettuando sopralluoghi direttamente presso gli hotel e ricercando località turistiche caratteristiche da inserire nelle programmazioni, tentando di migliorare continuamente il servizio fornito al fine di rendere sempre più piacevole la gita ai suoi soci.

Grazie all'esperienza, a questo lavoro certosino ed allo spirito associativo birrario rigorosamente NO PROFIT dell'Associazione NINKASI, OKTOBERFESTMANIA.COM riesce annualmente a raccogliere soci e curiosi di tutte le età da molte città d'Italia, portandoli alla mitica OKTOBERFEST, richiedendo un contributo CONTENUTISSIMO, ma mantenendo rigorosamente un buon livello qualitativo ed organizzativo.


Come si fa a diventare soci di NINKASI?

Basta compilare il modulo di iscrizione (INTERAMENTE) e seguire le istruzioni presenti all'indirizzo http://www.oktoberfestmania.com/iscrizione.html
Il nostro staff vi contatterà in brevissimo tempo confermandovi l'avvenuta iscrizione all'Associazione.

Siamo BIRROFILI ed amanti della BAVIERA nonché dell'OKTOBERFEST.
Promuovere la cultura birraria tra i nostri soci è DA STATUTO la nostra missione!
La missione di NINKASI ( www.ninkasis.it ) è di estendere la comunità birraria ITALIANA a 360°, culturalmente, gastronomicamente e ludicamente.

articoli tratti da www.ninkasi.it,www.birramaniaci.it,www.oktoberfestmania.com

lunedì 22 settembre 2008


Semafori truccati per lucrare sulle multe

era stata di fatto azzerata la pausa tra il giallo e il rosso: così scattava l'infrazione

Rilevatori tarati ad arte. Quattro arresti e decine di indagati tra vigili e funzionari, una trentina di comuni nei guai

MILANO — Truccavano i semafori. E truccavano le gare d'appalto per piazzare il loro diabolico apparecchio, il T-Red, sulle strade di quei comuni d'Italia che, andando in cerca di sicurezza stradale, contravvenzione dopo contravvenzione hanno riempito le casse e svuotato le tasche degli automobilisti. Che ora, a migliaia, secondo il Codacons, potranno chiedere di annullare le multe.

Una associazione per delinquere, sostiene la procura di Milano. Un «cartello» occulto che, con la complicità di funzionari comunali o di comandanti della polizia municipale incastrati da email, «promuoveva, organizzava e coordinava l'attività» per garantirsi e «favorire l'acquisizione di contratti con enti pubblici». Il loro fine, scrive il gip, non era la sicurezza stradale, e difatti il vigile elettronico non finiva in prossimità di asili o giardini pubblici, ma veniva piazzato su vie a scorrimento veloce, garantendo di conseguenza maggiori incassi dalle multe.

Con questa accusa, su richiesta del pm Alfredo Robledo e per decisione del gip Andrea Ghinetti, sono finiti agli arresti Raul Cairoli, 38 anni, amministratore unico della Ci.ti.Esse srl di Rovellasca (Como); Giuseppe Astorri, 51 anni, direttore commerciale della Scae spa; Simone Zari, 43 anni, socio e amministratore di fatto della Centro Servizi srl; e Antonino Tysserand, 50 anni, amministratore unico della Tecnotraffico srl e titolare della ditta individuale Tecnologie per il traffico. Cairoli, considerato «promotore del cartello», è finito in cella, gli altri agli arresti domiciliari.

La Guardia di finanza ha accertato manipolazioni di appalti in oltre trenta comuni, così al Nord come al Sud. E si è scoperto che in alcuni casi, grazie agli accordi sotterranei con gli amministratori pubblici, alle gare per l'affidamento della fornitura delle telecamere e degli autovelox — gare a trattativa privata — venivano invitate soltanto le imprese affiliate al cartello gestito dagli arrestati. E altre volte, invece, venivano inseriti nei bandi di gara requisiti tali da escludere di fatto le aziende estranee al sodalizio. Anziché acquistare le apparecchiature che fotografano chi passa col rosso, i Comuni venivano invitati a noleggiarle affidando poi alle stesse società inquisite la loro manutenzione e la taratura. Taratura «opportunamente » eseguita, ha stabilito la consulenza della procura di Milano, così da moltiplicare le multe intervenendo sui tempi di passaggio del semaforo dal giallo al rosso. Perché non era il giallo a durare pochi secondi, ma il rosso a scattare senza la giusta pausa che concede a chi guida il corretto tempo di reazione per decidere, come prevede il codice della strada, se liberare l'incrocio in fretta oppure arrestarsi allo stop.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.allaguida.it

domenica 21 settembre 2008

dieci milioni buttati ogni anno!!!


Un monumento allo spreco. «Un esempio plateale e di grandi dimensioni di spreco del denaro pubblico», dice l´assessore ai lavori pubblici in Comune, Paolo Coggiola. Monumentale lo spreco come l´oggetto del medesimo. Il gigante solitario ormai è noto a tutti: il nuovo grande Palazzo di Giustizia di Novoli, con le sue torri superate in altezza solo dalla cupola del Duomo e dalla Torre di Arnolfo. La prima cosa che si vede di Firenze da ovest: un gigante abbandonato ma costoso. E tale per incuria e mancanza di fondi per gli uffici giudiziari da parte del governo, anzi dei vari governi. Il Palagiustizia è finito. Lo è almeno la parte più grande, il primo lotto che, dichiara Coggiola, avrebbe potuto accogliere già da cinque mesi tutti gli uffici giudiziari di Firenze, tranne la procura della Repubblica che andrà nel secondo lotto in costruzione, con realizzazione prevista entro un anno e mezzo. Ma il ministero non lo ha arredato e non lo ha dotato dei meccanismi di sicurezza. Dunque c´è, è grande, ma è vuoto.

Il gigante resta disabitato. Ma costa 500 mila euro l´anno solo di manutenzione anche da vuoto, quando però tutti i complicatissimi impianti di climatizzazione automatizzati - caldo, freddo, ricambio dell´aria - devono restare accesi e funzionare almeno al minimo per non risultare inagibili tra qualche tempo e per mantenere una temperatura tale da non far subire danni alla struttura. Il Comune deve anche spendere 9 milioni l´anno, di cui 5 di affitti inutili se si andasse a Novoli, per le sedi della giustizia a Firenze. Dopo molto tempo il ministero gliene rende dal 60 all´80%. Comunque, locali o nazionali, sono sempre soldi pubblici. Tanti e buttati al vento con buona pace del gran discorrere di riduzione della spesa. Oltretutto, più resta disabitato e più l´edificio rischia di deteriorarsi ancora prima di iniziare a funzionare. Progettato da Leonardo Ricci a metà anni '80, rivisitato a metà dei '90, il Palagiustizia fu iniziato a costruire nel 2001 e sta adesso affogando in una vita spigolosa come le sue guglie.


Arredi e sicurezza sono compito del ministero che non può andare all´Ikea. La norma europea esige una gara internazionale. Ci vuole tempo per trovare i soldi, fare il bando, espletare al gara. Né può essere fatto in un giorno lo sgombero di 1.350 persone in 128.000 metri quadri, all´esterno in pietra di Santa Fiora, rame e 20.000 metri quadri di vetro termoregolato e all´interno di granito, cartongesso e legno. Si tratta di trasferire nell´edificio a dieci piani, più due interrati, del primo lotto le due sedi del tribunale, piazza San Firenze e San Martino, gli uffici giudiziari, le cancellerie generali, i giudici di pace, le aule per le udienze, l´archivio che ora è a Prato. Più, nella torre di 18 piani e 72 metri verso il cielo, oltre la metà della corte d´appello e della procura generale. La procura della Repubblica, andrà invece nel secondo lotto di nove piani e quanto resta della corte d´appello e della procura generale nell´altra torre: 62 metri e 13 piani.

Il braccio di ferro con il ministero data da lungo. Dai tempi del ministro Castelli, racconta Coggiola, quando i lavori stavano per finire e sarebbe stato già saggio pensare agli arredi. Silenzio. Poi con Mastella e Scotti ci sono stati maggiori contatti. «Ma hanno sempre tergiversato chiedendoci via via nuovi chiarimenti». Ora da sette mesi il Comune ha consegnato il piano per la sicurezza e la stima del 40% dei vecchi mobili da recuperare. Ma non c´è più nessuno con cui parlare: «La vecchia commissione tecnica è decaduta. la nuova non si è ancora insediata», racconta Coggiola che dice anche di avere concordato con il sindaco Domenici la richiesta di un incontro con il ministro Alfano. L´assessore conclude amareggiato: «Questa amministrazione se ne andrà a primavera 2009 avendo finito i lavori ma con il Palagiustizia disabitato. Eppure siamo riusciti a fare anche il secondo lotto con i 140 milioni di euro stanziati solo per il primo. Siamo stati bravi e efficienti, il ministero no».

Il Palagiustizia non si animerà nel 2008, ma sembra neanche nel 2009. E menomale, spiega l´ingegner Mario Morganti, responsabile dei lavori per il Comune, che pur essendo terminato il collaudo degli impianti e dunque risultando l´edificio abitabile, andrà avanti fino a fine anno il collaudo tecnico amministrativo che costringe la ditta costruttrice Inso a essere ancora presente e a consegnare a fine collaudo tutto in regola. Una garanzia contro il deterioramento. Poi però saranno guai. Non fosse altro che per le spese della sorveglianza che andrà istituita, come spiega Morganti, pena un guasto o l´intasamento di un pluviale, tanto per fare un esempio, che se individuati tardi causerebbero disastri. Si dovrà controllare che nessuno entri, si dovranno tenere gli impianti accesi. E si dovrà continuare a esercitare la giustizia un po´ qui e un po´ là, nonostante si potrebbe riunire tutto nel gigante in cui, entrando da via di Novoli nella «basilica» alta 20 metri e coperta da un vetro, si troverebbe tutto: scendendo di mezzo piano le 28 aule di circa 200 metri quadri più le quattro più grandi di assise e quella enorme per i processi speciali, salendo, invece, di un altro mezzo piano tutti gli uffici. A destra la procura e le torri, a sinistra tribunale e giudice di pace, al pianterreno della torre più grande l´ordine degli avvocati, e poi tutte le polizie giudiziarie, e poi le intercettazioni, e poi gli uffici grandi 40 metri quadri dei giudici che oggi devono portarsi il lavoro a casa.

articolo tratto da www.firenze.repubblica.it
immagine tratta da www.locali.data.kataweb.it

sabato 20 settembre 2008


"O'zapft is!" Con questa frase in dialetto bavarese, per stranieri un po' misteriosa, il sindaco di Monaco apre ogni anno la grande festa della birra di Monaco. Che festa è? Cosa succede in queste due settimane di fine settembre? E cosa significa ""O'zapft is"? Ecco le risposte.

L'Oktoberfest: non solo birra!

Molti paesi della Germania hanno la propria "festa della birra", che si tiene di solito nei mesi di agosto o settembre. La più famosa è senz'altro "l'Oktoberfest" di Monaco che a Monaco viene chiamato "Wiesn". Ma oltre alla tradizionale giostra con i capannoni enormi delle birrerie, questa festa è anche una gigantesca kermesse che comprende anche molti spettacoli e cortei folcloristici e musicali di vari tipi.

Quando e come è nata questa festa?

Il 12 ottobre del 1812 il principe bavarese Ludwig (il futuro re Ludwig I, nonno del famoso Ludwig II che ha fatto costruire i castelli favolosi della Baviera) sposò la principessa Teresa della Sassonia e questo matrimonio fu l'occasione di una grande festa tenuta in una zona che all'epoca era ancora fuori dalla città, in un grande prato che da allora è chiamato "Theresienwiese" (Prato di Teresa). La festa piaceva agli abitanti di Monaco e così fu ripetuta l'anno dopo. Così nacque una tradizione che fino ad oggi non è interrotta, anche se il carattere della festa è molto cambiato. All'inizio l'offerta di giostre fu molto limitata e anche i punti di vendita della birra erano pochi. Ma già verso la fine dell'800, quando i due protagonisti della prima festa erano ormai morti da parecchio tempo la festa, pian piano assunse le caratteristiche di oggi: una gigantesca giostra con dei veri e propri capannoni della birra gestiti dalle più grandi fabbriche della birra della Baviera.

Che festa è oggi?

Oggi l'Oktoberfest di Monaco è uno dei più grandi spettacoli turistici che la Germania ha da offrire. Circa 6 milioni di visitatori, moltissimi dei quali vengono dall'estero: dagli USA, dal Giappone, da tutti i paesi europei e naturalmente anche dall'Italia. Forse proprio per le sue dimensioni, oggi ha perso un po' delle sue caratteristiche tipiche, o meglio: i tratti tipici si sono un po' fossilizzati. Ma nonostante la commercializzazione dell'evento la festa ha mantenuto ancora un indubbio fascino e se non ci siete mai andati, allora preparatevi.

Ricordatevi:

Il boccale "standard" di questa festa - chiamato "die Maß" - è quello da un litro! Il prezzo è di ca. 7 Euro. La birra viene servita solo fino alle ore 22.30, l'ultimo giorno fino alle 23.30.
Se avete bisogno di un albergo prenotatelo con un grande anticipo, altrimenti non trovate più nessun letto a meno di 50 km da Monaco. o prendete un camper.
Un altro consiglio importante: quando ci andate in macchina state attenti: la polizia tedesca fa molti controlli in quel periodo, non scherza e non fa sconti sulle multe (salate)!

Ma che cosa significa: "O'zapft is"?

Questa frase con cui ogni anno il sindaco apre la festa della birra di Monaco è chiaramente in dialetto bavarese. Tradotto in tedesco sarebbe: "Angezapft ist" oppure, grammaticalmente più corretto: "Es ist angezapft". "Anzapfen" è il verbo che indica il colpo con un martello di legno con cui si apre una botte di birra. Questa frase a Monaco è una specie di parola magica che significa: inizino le feste, si cominci a divertirsi!

La festa in cifre

Per avere un'idea a che cosa si va incontro andando a Monaco in queste due settimane ecco alcune cifre che si riferiscono all'edizione del 2005:

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Visitatori: 6,1 milioni
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Litri di birra consumati: 6,3 milioni
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Polli consumati: 480.000
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Salsicce consumate: 360.000
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Persone che lavorano all'Oktoberfest: 12.000

Altre risorse di Internet sull'Oktoberfest::

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www.oktoberfest.de
Il sito ufficiale di questa grande festa. In lingua tedesca e inglese.
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www.muenchen.de/Tourismus/Oktoberfest
Pagine della città di Monaco sulla festa della birra. In lingua italiana.
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www.muenchen.de/Tourismus/Oktoberfest/143262
Informazioni utili per chi va a Monaco in camper. In lingua italiana.
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www.oktoberfestmonaco.eu/ITALIANO/oktoberfest.htm
Forse il sito più completo sull'Oktoberfest in lingua italiana.
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www.tuttobaviera.it/oktoberfest.html
Informazioni sulla storia, le curiosità e molto altro ancora. In lingua italiana.

articolo tratto da www.viaggio-in-germania.de
immagine tratta da www.magazine.voiaganto.it

venerdì 19 settembre 2008

le mani sulla salute


Vi ricordate Poggiolini e De Lorenzo? Tra poco li rivedrete all’opera. Lo psiconano ha rimosso Nello Martini, capo dell’AIFA, l’agenzia autonoma che ha il compito di approvare i farmaci. Martini era troppo indipendente, troppo competente e, fatto imperdonabile, troppo onesto. I farmaci sono un prodotto e le case farmaceutiche vogliono mani libere sul mercato della salute. L’AIFA determina il prezzo dei farmaci in base alla loro efficacia. Ma in futuro non sarà più così. I prezzi potranno essere decisi dai ministeri della Sanità e del Welfare in modo indipendente dai benefici. Dopo la stagione di “Mani Pulite” abbiamo la stagione di “Mani Libere”.
Enrica Giorgetti, moglie del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, è direttrice generale di Farmindustria, l’associazione che promuove gli interessi delle aziende farmaceutiche. Nessun conflitto di interesse? La voglio proporre al posto di Martini. Se porcata deve essere, lo sia fino in fondo.

La prestigiosa rivista Nature è più informata sull’Italia di noi. Di seguito riporto l’articolo: “Clean hands, please” tradotto dal sito Italiadallestero:
“Quindici anni fa al culmine di ‘Mani Pulite’, la polizia irruppe nell’abitazione di Duilio Poggiolini, il capo del comitato nazionale per la registrazione dei farmaci e trovò lingotti d’oro nascosti sotto il suo pavimento. Per molti italiani l’immagine di quei lingotti lucenti è ancora vivida, a simboleggiare in modo permanente i tempi in cui i funzionari del governo, compreso il Ministro della Sanità, prendevano mazzette dalle industrie farmaceutiche per approvare farmaci e stabilirne i prezzi.
… oggi risulta preoccupante la scelta del governo Berlusconi di rimuovere Nello Martini, farmacista senza legami politici, dalla gestione dell’AIFA, l’agenzia autonoma creata nel 2004 per approvare i farmaci e monitorarne l’impiego. Martini è riuscito con successo a limitare l’incremento della spesa farmaceutica al 13% dell’intero budget della spesa sanitaria, ma così facendo ha scatenato le ire dell’industria…
Martini è stato rimpiazzato a metà luglio dal microbiologo Guido Rasi, membro dell’amministrazione dell’AIFA e descritto dalla stampa italiana come vicino ad Alleanza Nazionale… In modo ancor più preoccupante il governo, insediatosi a maggio, dichiara di voler ridurre i poteri dell’AIFA separando la determinazione del prezzo dei farmaci dalla valutazione tecnica sulla loro efficacia, restituendo il potere decisionale sui prezzi al Ministero della Sanità e del Welfare.
In un momento in cui tutte le Nazioni faticano per riuscire a pagare, con budget ridotti, i prezzi sempre più alti dei farmaci di nuova generazione, questa scelta ha poco senso. Se l’Italia vuole effettuare un’efficace politica sui costi sanitari allora l’agenzia indipendente deve essere in grado di integrare tutte le informazioni tecniche con quelle economiche. Per di più le connessioni tra i Ministeri della Sanità e del Welfare con il sistema industriale sono sgradevolmente strette: per esempio la moglie del ministro Maurizio Sacconi è direttrice generale di Farmindustria, l’associazione che promuove gli interessi delle aziende farmaceutiche.
Infatti il Governo Berlusconi ha già manifestato l’inquietante tendenza di permettere a interessi industriali di estendere la loro influenza su agenzie dello Stato.. Il governo dovrebbe pensare due volte se è davvero il caso di riaprire la porta che è stata sbarrata dopo il caso Poggiolini.” Da Nature del 7 agosto 2008

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.unisi.it

giovedì 18 settembre 2008



Ciao ragazzi, finalmente è arrivata la tanto attesa gara di Vallelunga. Sono contento e in forma per questa gara… dopo il podio di Donington, voglio riuscire ad ottenere un risultato ancora migliore. Stamattina ho letto un articolo che vorrei smentire, le voci pare diano un mio possibile rientro in Moto Gp. Personalmente non ho mai contattato nessun Team o Team Manager, tanto meno il Sig. Martinez. Rimango invece molto focalizzato sulle ultime tre gare del Campionato e a breve vi farò avere il mio programma per il futuro. Intanto sappiate che vi aspetto come sempre numerossissimi a Vallelunga, lo scorso anno è stato bellissimo vedervi così in tanti e anche quest anno voglio regalarvi un gran bel week end. I ragazzi del fan club vi aspettano e saranno come sempre pronti e compatti sulla tribuna di fronte ai box. A prestissimo,

Max

articolo e immagine tratti da www.max-biaggi.com

mercoledì 17 settembre 2008


Ricerca di Altroconsumo in 657 punti vendita di 44 città con il rilevamento di 122 mila prezzi
Carovita: dove si compra a meno
La concorrenza nella grande distribuzione favorisce i consumatori. A Milano si può risparmiare 2 mila euro

MILANO - La concorrenza favorisce il consumatore. E in tempi di vacche magre come quelli attuali, il borsellino è ancora più contento. È il risultato della ricerca di Altroconsumo realizzata in 657 punti vendita di 44 città italiane, tramite il rilevamento di 122 mila prezzi. Scegliendo in modo oculato dove andare a fare la spese e grazie alla spietata concorrenza tra le catene della grande distribuzione, una famiglia risce a risparmiare sino a 2 mila euro per alimentari, prodotti per l'igiene e per la casa. Se si trova a Milano, se invece vive a Roma il risparmio è della metà (1.050 euro), se invece risiede a Reggio Calabria spende di più della media nazionale. (Guarda la scheda)

CONCORRENZA - Dipende appunto dalla concorrenza nella grande distribuzione: dove ci sono più catene di super e ipermercati, la lotta per accaparrarsi i consumatori fa diminuire i prezzi della spesa. Dove invece la concorrenza è minore, come nel centro-sud Italia o in piccole realtà urbane, come per esempio Aosta, chi ci rimette è il portafoglio.

MODALITÀ - Fatta la spesa con due panieri di spesa-tipo, il primo con prodotti confezionati di marca e freschi, il secondo scegliendo solo il primo prezzo considerando anche gli hard discount, dando un valore di 100 alla città più conveniente rispetto alla media nazionale (Firenze, con un risparmio di 1.540 euro) risulta che la più cara è Reggio Calabria con un valore di 132 e una spesa di 135 euro in più sulla media nazionale. Dalla ricerca risulta che la città meno cara in assoluto per i prodotti di marca e freschi è Pisa, con una spesa di 6.039 euro all'anno, ma quella dove si risparmia di più in termini assoluti andando a fare la spesa nel negozio più conveniente è Milano, dove in un anno è possibile risparmiare 1.973 euro.

I PIÙ, I MENO - In base all'indagine, la catena di supermercati più conveniente per i prodotti di marca è Esselunga, mentre per quelli più economici è meglio fare la spesa da Penny. Tra le catene della grande distribuzione, se si considerano 146 prodotti di marche leader del mercato, Esselunga batte tutti, seguita a distanza da Simply Market (Sma-Auchan) e Bennet. Ipercoop è quinta e Coop si piazza al 13mo posto. Nel caso in cui il consumatore scelga invece 114 tipologie di prodotti economici e di marca propria della catena di vendita, sul podio salgono Penny, D Più e Lidl. Altroconsumo ha compilato anche «lista nera> della spesa: la farina Barilla è rincarata in un anno di oltre il 50%; gli spaghetti della stessa marca +34% rispetto a metà 2007. Riso Scotti Ora Classico +29% e penne De Cecco +20%. Lo spumante invece in un anno è sceso del 6,4%.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.emirok.files.wordpress.com

martedì 16 settembre 2008



«Telecomunicazioni, senza nuove reti
a rischio successi ottenuti finora»

«ipotizzabile società dedita alla creazione di un'infrastruttura in fibra ottica»

Calabrò: «Si deve imboccare un nuovo percorso a due facce: investimenti nelle reti e sostegno alla domanda»

ROMA - «Gli indiscutibili successi derivanti dalla liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni rischiano di venire progressivamente meno se non si imbocca rapidamente un nuovo percorso a due facce: quella degli investimenti nelle reti di nuova generazione e quella del sostegno alla domanda. Altrimenti vi è il rischio concreto di entrare in una fase di stallo, in un circuito vizioso involutivo».

È quanto afferma il presidente dell'Autorità per le telecomunicazioni, Corrado Calabrò, davanti alla Commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni della Camera, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'assetto e sulle prospettive delle nuove reti del sistema delle comunicazioni elettroniche. «Sul piano dei modelli astratti si potrebbe ipotizzare la costituzione di una società dedicata alla realizzazione ed alla posa della rete in fibra ottica» ha poi aggiunto Calabrò.

LIBERALIZZAZIONE POSITIVA - Calabrò ha sottolineato che «la liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, iniziata a partire dal 1998, è stata finora una vicenda di straordinario successo, perchè contraddistinta - fatto unico tra i settori liberalizzati - da una continua crescita economica, da un'ininterrotta rincorsa deflazionistica e dall'incalzante introduzione di innovazioni di prodotto e di processo. In un lungo periodo di ristagno, prima, e in una congiuntura economica non favorevole, poi, per il nostro Paese le telecomunicazioni italiane rappresentano una sorprendente eccezione, con primati a livello mondiale». Ma, avverte il presidente dell'Autorità per le comunicazioni, questo «non significa che i risultati conseguiti non vadano tenuti sotto costante attenzione, completati e consolidati: esistono ancora colli di bottiglia strutturali, la regolazione delle numerazioni e dell'accesso alle frequenze, obiettivi di servizio universale, problematiche di tutela dei consumatori che chiamano l'Autorità ad una continua e pressante azione regolamentare e di vigilanza». Secondo Calabrò, inoltre, «le telecomunicazioni necessitano ancora, non solo in Italia, di un livello di controllo, ex ante ed ex post, con lavoro coordinato e complementare di monitoraggio della concorrenza e di tutela dei consumatori».

EFFETTI POSITIVI SUI PREZZI - Dalla liberalizzazione, si è avuto un positivo effetto sui prezzi: «L'indice dei prezzi nelle telecomunicazioni, fatto uguale a 100 nel 1995, è sceso, nel 2007, a 82, mentre gli altri servizi pubblici sono saliti a 150. La riduzione dei prezzi della telefonia c'è stata anche negli altri Paesi europei ma in Italia la discesa è stata più pronunciata, con una riduzione complessiva del 28% nel decennio 1997-2007, a fronte di una riduzione media europea del 24%. Aggiungo che in questi ultimi mesi, in una fase in cui l'inflazione ha raggiunto un livello record, superando -per la prima volta dal 1996- la soglia del 4%, solo il settore delle telecomunicazioni ha continuato, in controtendenza, il suo trend deflazionistico, facendo segnare, nel primo semestre di quest'anno, una riduzione delle tariffe di un ulteriore 0,4%, che è anche maggiore se si considera la discesa dei prezzi degli apparati fissi e mobili (in questo caso, si arriva ad una discesa dei prezzi di oltre l'1%). Per apprezzare il valore di queste considerazioni va ricordato che il settore delle telecomunicazioni rappresenta oltre il 4% del PIL nazionale e che il fatturato delle aziende di telecomunicazioni, in Italia, è di circa 45 miliardi di euro (laddove il mercato televisivo ammonta complessivamente a poco più di 8 miliardi)».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.telecomponents.net

lunedì 15 settembre 2008

Lehman Brothers in bancarotta


L'ultima vittima della crisi subprime
E la Fed scende di nuovo in campo


NEW YORK

Il sistema finanziario americano è stato sconvolto nel profondo nel corso di uno dei fine settimana più concitati e cruciali della storia di Wall Street. Quello che ha scosso le fondamenta della finanza americana tra sabato e domenica è un vero e proprio terremoto: Lehman Brothers è a un passo dalla liquidazione, Bank of America ha rilevato Merrill Lynch per 50 miliardi di dollari, la Federal Reserve ha ampliato il proprio programma di prestiti di emergenza, un consorzio di dieci banche ha creato un fondo da 70 miliardi di dollari per garantire liquidità e Aig versa in condizioni critiche. Oggi sarà una giornata altrettanto campale, durante la quale i mercati internazionali dovranno in definitiva dare il proprio giudizio agli eventi del fine settimana.

Difficile fare previsioni per quanto riguarda Wall Street, ma l’andamento dei futures dei listini non lascia presagire nulla di buono: quello del Dow Jones cede 309 punti, quello del Nasdaq arretra di 47,50 punti e quello dello S&P 500 perde 43,50 punti. Se a questo si aggiunge che, sui mercati asiatici, il dollaro sta rapidamente cedendo terreno - l’euro vale al momento a 1,4439 dollari, mentre la valuta americana è in calo a 105,41 yen - sembra al momento poco probabile che i mercati decidano di optare per l’ottimismo. Le prime avvisaglie della debacle del fine settimana si erano avute la settimana scorsa quando l’amministratore delegato di Lehman Richard Fuld aveva presentato un piano di ristrutturazione reso necessario da perdite per 3,9 miliardi di dollari solo nel terzo trimestre. Un piano che prevedeva la riduzione dei dividendi del 93% a 5 centesimi per azione, la vendita di circa il 55% della divisione che si occupa di gestione di investimenti e lo scorporo di Real Estate Investments Global, attività nel settore immobiliare commerciale valutate tra i 25 e i 30 miliardi di dollari. Un piano che non è piaciuto agli investitori e che ha aperto la porta alle voci sulla cessione della società.

Il Governo americano, che appena una settimana fa è intervenuto in soccorso delle agenzie che erogano mutui a tassi agevolati Fannie Mae e Freddie Mac e che nella primavera scorsa aveva agevolato l’acquisto di Bear Stearns da parte di JpMorgan, questa volta ha preferito la linea dura e ha categoricamente escluso il ricorso a fondi federali per favorire la cessione di Lehman. Proprio questo atteggiamento della Federal Reserve e del dipartimento del Tesoro ha scoraggiato i possibili acquirenti (si era parlato addirittura di una cordata che includesse il fondo sovrano cinese China Investments), in particolare la britannica Barclays e Bank of America. Proprio quest’ultima ha infine preferito rivolgere la propria attenzione a Merrill Lynch, rilevandola per 29 dollari per azione, una cifra che supera del 70% il valore di chiusura di venerdì a 17,05 dollari per azione ed è pari a un totale di 50 miliardi di dollari, anche di più dei 44 miliardi di cui si è parlato inizialmente. Sta di fatto che Lehman ora si trova a un passo dalla liquidazione, secondo il New York Times si tratterebbe di ore, forse di minuti. Nel pomeriggio di domenica International Swap and Derivatives Association, che gestisce il mercato degli strumenti derivati non quotati, aveva autorizzato una seduta di emergenza per consentire la contrattazione di strumenti collegati a quelli di Lehman. «Lo scopo è ridurre i rischi derivati ad una possibile amministrazione controllata di Lehman», si leggeva in una nota di International Swap and Derivatives Association, che rappresenta 218 banche e società di investimenti e brokeraggio. Tuttavia, «le transazioni effettuate saranno valide se Lehman presenterà richiesta per l’amministrazione controllata o la liquidazione entro la mezzanotte», le 6 di questa mattina in Italia, termine in effetti trascorso senza che Lehman rilasciasse dichiarazioni. Proprio per evitare un devastante effetto domino, che potrebbe travolgere tutto il comparto finanziario, la Federal Reserve ha deciso di intervenire, presentando varie iniziative per alleviare le pressioni sui mercati finanziari, tra cui l’ampliamento del programma di prestiti.

La manovra ha carattere temporaneo e validità fino al prossimo 30 gennaio, salvo successive estensioni. «In collaborazione con il dipartimento del Tesoro e la Securities and Exchange Commission (la Consob statunitense) sono state portate avanti discussioni per individuare gli eventuali punti deboli dei mercati finanziari e sono state prese in considerazione le strategie appropriate», ha detto il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, aggiungendo che «i passi annunciati sono volti a mitigare potenziali rischi e turbolenze». In questo senso va anche il fondo creato da un consorzio di dieci banche americane e internazionali, ognuna delle quali metterà a disposizione delle società finanziarie che ne hanno bisogno 7 miliardi di dollari, per un totale di 70 miliardi di dollari. Del consorzio fanno parte anche JpMorgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, la tedesca Deutsche Bank e l’elvetica Ubs. Le società che decideranno di ricorrere ai prestiti potranno chiedere fino a un terzo del capitale totale, che potrebbe essere accresciuto se altre banche entrassero in gioco. In un contesto di questo genere non solo resta da capire quanto si riuscirà a contenere l’ondata di panico che potrebbe investire società di brokeraggio, hedge fund e banche, ma più concretamente, sarà da stabilire la sorte dei 25.000 dipendenti di Lehman, la cui forza lavoro è già stata ridotta di 3.000 unità l’anno scorso, e dei 60.000 di Merrill Lynch.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.tsx.com

domenica 14 settembre 2008

Vivere con la moneta unica


Dieci anni di euro: il costo di un successo
Bilancio positivo, entusiasmo in calo. Il 40% degli italiani oggi ritiene che la nuova valuta sia un vantaggio, ma è la metà rispetto al 1998

Un giorno, quando Lorenzo Bini Smaghi era un ventiseienne dottorando in Economia dell'Università di Chicago, si presentò in classe Milton Friedman. Il premio Nobel, l'economista che con John Maynard Keynes più ha segnato il XX secolo, era già in pensione: si trovava lì solo per un seminario. Ma a fine lezione, Bini Smaghi si alzò e pose una domanda che lasciava capire tutto il suo scetticismo su un passaggio della prolusione di Friedman. Il padre della scuola di Chicago ascoltò, ci pensò su e riconobbe che l'appunto poteva avere un fondo di verità.
Venticinque anni dopo, ormai ai vertici della Banca centrale europea, Bini Smaghi si trova a interrogare allo stesso modo un po' inquieto e impertinente il gestore dell'alimentari sotto casa a Cerbaia Val di Pesa, provincia di Firenze. Chiede quanto costavano le sottilette, un barattolo di pelati e un chilo di sale l'ultima volta che furono venduti in lire, e quanto costano oggi. Vuole saperlo perché Bini Smaghi è un banchiere centrale perplesso da ciò che lui stesso, nel titolo del suo libro in uscita da Rizzoli, definisce «il paradosso dell'euro». L'ultimo listino in lire e il più recente in euro dei «Fratelli Rigacci » di Cerbaia finiscono così nell'appendice di tavole fitte di numeri su deficit e tassi del volume. E uova e merendine, più dei diagrammi di frecce e andamenti, vanno dritte al cuore dei dilemmi di questo rientro d'autunno in cui gli italiani si trovano di nuovo a fare i conti con la sindrome da quarta settimana, i rischi di recessione, il sorpasso spagnolo mentre l'euro, scrive il banchiere, «entra nella sua adolescenza».
Bini Smaghi parla di paradosso al singolare, ma ne elenca molti e prova a sminarli. C'è l'orgoglio dei cittadini europei di avere una moneta globale, misto alla paura che sia troppo globale e dunque forte. C'è l'appello dei governi per soluzioni europee ai loro problemi, unito al rifiuto di trasferire prerogative fuori dalle stanze del potere nazionale.

C'è la voglia di una banca centrale che batta l'inflazione, venata dalla tentazione di legarle le mani. Ma il paradosso più radicale è appunto quello da cui Bini Smaghi prende le mosse: è nel passaggio fra le migliaia di italiani in piazza del Campidoglio a festeggiare il battesimo della moneta unica la notte del 31 dicembre 1998 e l'«entusiasmo svanito » di oggi. «Solo la metà degli europei ritiene che l'euro sia un vantaggio», riconosce Bini Smaghi, «e in Italia la percentuale è più bassa, il 40%, la metà rispetto a dieci anni fa». Per questo l'esponente dell'esecutivo della Bce si rivolge all'alimentari sotto casa anziché ai manuali di Chicago, ben conoscendo le accuse: «"L'euro ci ha rovinato!", si sente dire. Oppure: "Con l'euro i prezzi sono raddoppiati, non arriviamo più a fine mese!". È difficile ragionare pacatamente ».
Lui lo fa, a partire dall'esame delle accuse alla moneta unica sulla base delle conversioni drogate del 2002. Trovano così spazio nel libro la schedina del Totocalcio, passata da mille lire a un euro, o la pizza rincarata del 100%. Ma da un discorso razionale emerge anche un'Italia più complessa: dal 2002 a fine 2007, da quando cioè circolano le banconote in euro, i prezzi di ristoranti e hotel sono aumentato del 20%, quelli dei trasporti del 22%, il tabacco e le bevande alcoliche addirittura del 36%. Tutte fiammate molto sopra al tasso ufficiale d'inflazione, quello in cui gli italiani credono sempre di meno. Pochi, però, si accorgono che ad esempio i prezzi dei beni di comunicazione (telefoni, computer e connessioni incluse) sono scesi del 24%. E soprattutto, più che l'euro, sui rincari sembrano pesare le strutture sclerotiche della distribuzione in Italia: si scopre così che a maggio scorso un litro di latte superava 1,50 euro nel centro di Roma ma si vendeva a meno di un euro «in una grande catena distributiva straniera», in Germania. Gli esempi si sprecano, con l'effetto di provocare in Italia un'inflazione «classista», che colpisce più i beni che pesano maggiormente nei panieri delle famiglie meno abbienti. Per Bini Smaghi, questo effetto fa sì che in dieci anni la perdita relativa di potere d'acquisto della fascia più povera sulla più ricca sia stata dell'8%.
Sono i nervi scoperti della crisi italiana di questi anni. Questa, però, non è l'accusa del Giulio Tremonti de «La paura e la speranza», secondo cui per i ceti medi nel mondo globalizzato diminuisce solo il costo del superfluo e aumenta quello del necessario. La tesi di Bini Smaghi, esposta con piglio raziocinante più che per impressioni e suggestioni, è che prendersela con l'euro «è come dare la colpa all'arbitro o alle condizioni del campo per giustificare una sconfitta». Fa comodo, perché aiuta a «eludere i veri problemi e sfuggire alla responsabilità individuale e collettiva».

«Responsabilità» è l'altra parola chiave del banchiere centrale. Attento al suo ruolo, lui non lo dice brutalmente. Ma dalle pagine del «Paradosso» trasuda la frustrazione per un Paese che ha compiuto una scelta (l'euro) senza che i suoi attori ne traessero le conseguenze di modernizzazione, rinunciando alle scorciatoie. I governi che lasciano aumentare la spesa pubblica del 4% dall'99 a oggi. Gli imprenditori che solo dopo anni di chiusure di capannoni capiscono che non si può più competere a colpi di svalutazioni, ma occorre farlo sulla qualità, l'innovazione e la produttività. I sindacati che, a differenza che in Germania e in Francia, faticano a rinunciare ai negoziati centralizzati e a contratti che non premiano né il merito né l'efficienza ma alimentano l'inflazione. Nell'illusione collettiva, magari, che tutto possa essere ancora diluito, perdonato, posposto e che nel decennio della Cina e delle crisi finanziarie si possa davvero restare in Occidente anche così.

È il cuore del capitolo intitolato «l'euro soffoca», a riecheggiare l'accusa mossa in Italia alla moneta unica. Bini Smaghi mostra che per quasi tutti gli altri Paesi, con l'eccezione del Portogallo, non è stato così. In nove anni l'Italia ha perso quasi il 50% di competitività nel manifatturiero sulla Germania, eppure la moneta era la stessa. Se ne può trarre un radicato complesso d'inferiorità e la tentazione di uscire dall'euro: Bini Smaghi non nega che sia concepibile, ma il solo scenario che riesce a immaginare in questo caso è un'altra Argentina dei tango bond in seno all'Europa. O se ne può uscire guardando ai prossimi dieci anni nei quali, scrive, «il peso relativo dell'Europa nel mondo è destinato a diminuire». Con queste sfide, sostiene, si può prendersela ancora con l'euro come fosse un arbitro dell'Ecuador. O dedicare il secondo decennio a rimboccarsi le maniche per l'età della «responsabilità».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.solomotori.it

sabato 13 settembre 2008

Acqua, Torino campione di spreco


Consumiamo 243 litri al giorno, contro la media italiana che va da 170 a 200
Acqua: che spreco. Dalla doccia alla pulizia della casa agli usi in cucina, dal Wc all’irrigazione delle piante, senza tralasciare lavapiatti o lavatrice, ogni italiano consuma una media dai 170 ai 200 litri di acqua al giorno per i propri usi domestici. In testa alla città più sprecona del Bel Paese c’è Torino con 243 litri consumati per ogni abitante ogni giorno, mentre sono gli abitanti di Nicosia, in Sicilia, con i loro 143 litri a testa, a vincere il podio dei più risparmiosi.

Il confronto
Subito dopo il capoluogo piemontese si colloca Roma, con 221 litri di acqua pro capite, seguita da Catania (214), Napoli (207), Verona (199) e Milano (191). Secondo il rapporto 2007 dell’Istituto Ambiente Italia-Dexia (Ecosistema Urbano Europa), a consumare circa 169 litri di acqua al giorno a testa per uso domestico sono i palermitani, mentre a Firenze i consumi scendono a 155 litri. Bari (154), Bologna (149) e Nicosia (143) sono invece le tre città tra le più parche nel consumo di acqua domestica, quell’acqua di migliore qualità oggi a disposizione degli usi casalinghi.

All'estero
Ma l’Italia non è il Paese dove si consuma più acqua nelle case. Ai primi posti nel mondo c’è Bristol con 294 litri pro capite, seguita da Parigi (287), Patrasso (285) e Stoccolma (210). Berlino consuma 163 litri, Londra segna 159 litri a cittadino al giorno, Madrid 140, mentre è Heidelberg a registrare la quantità inferiore di uso di acqua nelle case: 103 litri al giorno per ogni cittadino.

L'esperto
A riportare, goccia dopo goccia, tutti i consumi di acqua nelle case degli italiani e non solo è il biologo Giulio Conte che, nero su bianco, mentre si apre l’eco del documento dell’Expo di Saragozza sulla risorsa più preziosa del pianeta, spiega come non far traboccare i nostri rubinetti. Partendo da un giro di boa. «Convinciamo la gente ad adottare comportamenti virtuosi. Alimentiamo politiche e incentivi che coinvolgano direttamente cittadini e condomini. E diamo maggiore valore all’oro blù. In Italia, infatti, paghiamo l’acqua appena un euro a metrocubo, pari a mille litri, in Germania si spendono più di 3 euro per la stessa quantità» dice Conte, autore del libro-inchiesta «Nuvole e sciacquoni» (Edizioni Ambiente).

Ecco cosa fare, dalla doccia allo scarico del water, per risparmiare acqua
Lasciare il rubinetto del lavandino aperto mentre ci si lava i denti si traduce in 30 litri d’acqua sprecati. Anche mentre ci si fa la barba si può, inoltre, adottare un comportamento virtuoso. «Se si raccoglie l’acqua nel lavandino per risciacquare il rasoio, altri litri d’acqua non andranno in fumo» afferma ancora Conti che nella sua ricerca riporta, punto per punto, le regole del risparmio quotidiano di acqua dettate dall’Agenzia d’Ambito per i Servizi Pubblici di Bologna.
Oltre il 30% dell’acqua consumata, anzi sprecata, nelle case è quella che scorre dallo sciacquone del Wc. Ogni volta che si spinge il pulsante scorrono infatti dai 10 ai 12 litri, mentre ne basterebbero molti di meno. Oggi esistono delle tecnologie per ridurre e selezionare la quantità d’acqua necessaria nello sciacquone a seconda della diversa esigenza, basta installare una cassetta con un doppio pulsante e si risparmiano migliaia di litri al giorno. «Un mattone o una bottiglia di plastica piena d’acqua inseriti nella cassetta, sono, a loro volta, ottimi rimedi per regolare il flusso per il water» assicura il biologo Conte.
«Al ritmo di 90 gocce al minuto -continua l’esperto- si sprecano per le perdite di acqua in casa oltre 4.000 litri l’anno. Per evitare questo spreco basta una più accurata manutenzione di water e rubinetti». «Così come -aggiunge- fare il bagno comporta l’uso di oltre 150 litri, mentre per la doccia se ne possono utilizzare tra i 40 ed i 50, basta ricordarsi di chiudere il rubinetto mentre ci si insapona».

In giardino
Innaffiare il giardino è un altro momento per mettere in atto un congruo risparmio d’acqua. «Se si innaffia verso sera -spiega il biologo Conte- l’acqua evapora più lentamente e non viene sprecata ma assorbita dalla terra. Se poi si raccoglie l’acqua piovana, non si dovrà usare quella potabile del rubinetto che è di qualità superiore e più rara e alle piante non serve. Anzi, amano certo di più l’acqua naturale della pioggia». Anche un semplice frangigetto nel rubinetto, inoltre, diminuisce la quantità d’acqua in uscita. Costano pochi euro e si montano facilmente. E ancora.

Misure condominiali
Risparmiare acqua e lavare bene i piatti si può. Basta riempire una bacinella con l’acqua calda della cottura della pasta, aggiungere sapone e lasciare le stoviglie a mollo per un pò. La pulizia è garantita lo stesso. Risparmi in casa ma non solo. A garantire un risparmio sostanziale di acqua possono essere accorgimenti condominiali che agiscano per tutti gli appartamenti. È il caso di un condominio di Berlino che nelle cantine comuni ha montato un piccolo depuratore per ’riciclarè negli sciacquoni l’acqua proveniente dai lavabi o dalle docce.
«Un sistema così comporta un risparmio pari al 35%, più del doppio di quello che i singoli cittadini, adottando gli accorgimenti descritti, riescano ad ottenere. Ma certo in Germania l’acqua costa di più che in Italia e si ha maggiore percezione del suo valore» conclude Conte, convinto che basterebbe cominciare dal «recupero dell’acqua dei tetti per sciacquoni e irrigazione delle piante» per dare un bel contributo all’emergenza ’oro blù che, ad oggi, vede 1,4 miliardi di persone senza sufficiente acqua potabile, 1 miliardo di persone esposte al consumo di acqua non sicura e ben 3,4 mln di persone vittime di malattie trasmesse da acqua contaminata.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratts da www.ilripostiglio.com

venerdì 12 settembre 2008


È troppo facile dimenticare. L'11 settembre 2001 è un ricordo sbiadito, una memoria residua, una rievocazione appannata. Dov'è finito il «siamo tutti americani» del giorno dopo? Non c’è: è sparito così in fretta da non lasciare più spazio nemmeno alla retorica.

Ci saranno due fasci di luce a simboleggiare le torri gemelle e poco altro. Ci sarà una cerimonia poco globale, perché il mondo non si sente più parte di questa storia. La montagna di speciali tv e di dibattici politici internazionali, si è già esaurita. Neppure la campagna elettorale per le presidenziali americane tocca l'argomento, se non per la tangente. Il ricordo non è più collettivo, ma personale.

Sette anni sono pochi per ridurre solo a una data il momento che ha cambiato la storia, eppure non c'è un altro fatto che sia diventato passato con la stessa velocità. Sembra che l'Occidente abbia un pudore tutto suo ad alimentare la memoria e a piangere i suoi morti: qualcosa che assomiglia alla paura di dare fastidio all'islam e alla vergogna per essersi sentiti tutti colpiti al cuore.

Abbiamo visto due aerei schiantarsi su New York, abbiamo contato tremila vittime, abbiamo visto cadere le persone in cerca di scampo dalle fiamme del World Trade Center, abbiamo pulito la polvere che ricopriva ground zero. Ci siamo promessi che nulla sarebbe stato come prima, che nessuno avrebbe considerato quello un attacco solo all'America.

E ora? Ricordare l'11 settembre non è più chic. La rimozione è un gioco perverso perché appiattisce le emozioni. Le lacrime, il terrore, la certezza che tutti noi, in quei giorni, potevamo essere vittime della vigliaccheria terroristica non ci sono più, masticati e digeriti dalla rielaborazione buonista e autolesionista dell'11 settembre. Abbiamo dimenticato che c'è stata una dichiarazione di guerra globale e a dichiararla non è stato l'Occidente.

Tutto quello che è successo dopo ha scavalcato quella tragedia: la guerra in Irak, reputata sbagliata e illegittima a scoppio ritardato, ha alimentato il sentimento antiamericano che è cresciuto in Europa e persino in una parte degli Stati Uniti; le centinaia di notizie sul carcere di Guantanamo hanno portato nell'oblio i morti innocenti nell'attentato alle torri gemelle per dare dignità solo alle storie dei reclusi in tuta arancione.

La paura di giustificare la reazione considerata sproporzionata ha fatto prendere le distanze: l'Europa ha progressivamente abbandonato il sentimento di vicinanza con l’America e ha cominciato a fare dei distinguo. Siamo passati dal «siamo stati colpiti», al «sono stati colpiti». Siamo passati dall'attacco alla civiltà occidentale, all'attacco agli Stati Uniti, quindi all'impero, quindi a Bush, quindi al cattivo. Ci manca solo che qualcuno dica che hanno fatto bene, quelli di Al Qaida.

Certo, perché dimentichiamo che la campagna del terrorismo islamico ha colpito anche in Spagna, in Turchia, in Inghilterra, in Marocco e in tutti i paesi arabi che non si vogliono piegare all'islam radicale. Questo in sette anni è stato cancellato, incredibilmente spodestato dal senso di colpa per tutto quello che l'11 settembre ha provocato. Nessuno sente più la puzza della morte provocata dai kamikaze di Al Qaida e invece aumentano quelli che sentono puzza di qualcosa di strano attorno agli attentati.

Così è cresciuta l'onda dei negazionisti, è montato il complottismo: oggi, fuori dall'America una persona su due crede alle teorie della cospirazione. Un'enormità. E tra quelli che non credono alle piste alternative monta la «cordata» di chi è convinto che in fondo gli americani quantomeno se la siano cercata. Si alimenta il secondo revisionismo, quello di chi crede che l'11 settembre sia stato solo un pretesto per dare più potere ai potenti, per rendere schiavi i cittadini, per farli vivere nel terrore e governarli meglio.

È vero, da quel giorno è cambiato tutto. Da allora ci hanno blindato gli aeroporti, non possiamo entrare più liberi nei musei, nelle stazioni, oppure salire tranquilli sui tram e nelle metropolitane. L'Occidente si difende, si protegge, si barrica. Ma è colpa sua o di chi lo vuole attaccare? Ci siamo dimenticati che noi siamo le vittime. E siamo i parenti dei tremila morti dell'11 settembre 2001.

articolo tratto da www.ilgiornale.it
immagine tratta da www.upload.wikimedia.org

giovedì 11 settembre 2008


La Stampa ha pubblicato un'intervista a Milena Gabanelli dal titolo:"Io non prenderei mai i soldi dei cittadini".
"È facile dire community journalism, citizen journalism o frasi così, nell’Italia dilaniata dalla furia antipolitica, dalla sfiducia verso le caste, dalla percezione diffusa che i giornalisti altro che cani da guardia - cani da salotto, sono sempre più, del potere...E in definitiva, è davvero un mondo migliore quello in cui i giornalisti anziché esser pagati da editori - in Italia grandi gruppi economici, oppure lo Stato - prendono soldi direttamente dai cittadini che li leggono?
Milena Gabanelli, nella sua bottega di Report, ha fama di grande rompiscatole, e di giornalista proverbialmente vicina al suo pubblico. Non così vicina da farsi pagare dai suoi telespettatori, «questo non potrei accettarlo, perché anche così finirei al soldo di gruppi di interessi, anche i cittadini possono essere un gruppo di interessi. Noi di Report riceviamo tantissime proposte di sponsorizzazioni da comitati, i no tav, tanti comitati civici... Ma non è una cosa che potrei mai tollerare, se mi faccio pagare da un comitato danneggio sicuramente gli interessi di altri cittadini estranei a quell’interesse».
I partiti pagano (indirettamente) i giornalisti della RAI. Tra Cicchitto, parlamentare, e Riotta, direttore del Tg1, non c'è differenza, sono due impiegati di Berlusconi. Milena Gabanelli, una delle poche persone che fanno ancora giornalismo, non potrebbe farlo senza i soldi del canone dei cittadini e senza la benedizione di Topo Gigio Veltroni.
Cari giornalisti, i cittadini pagano sempre, anche quelli che non vi leggono o non vi guardano in televisione, ma l'informazione è decisa dai vostri padroni.
Il cittadino che informa su YouTube dello scarico di sostanze nocive nella Dora è un GIORNALISTA. I ragazzi che filmano i consigli comunali sono GIORNALISTI e per questo vengono querelati. I cittadini di Napoli che documentano on line le menzogne sulla spazzatura di Napoli sono GIORNALISTI. Non hanno editori che li pagano. Non sono "gruppi di interessi". L'informazione è nelle loro mani, la verità non ha prezzo, mentre la menzogna costa sempre più cara.
Da oggi il blog vi chiede di inviare i link a video nella sezione:"Invia il tuo video" attinenti all'argomento del post. Saranno inseriti in sequenza sotto l'immagine del post. L'obiettivo è di avere un'informazione video completa, la VOSTRA, in 24 ore, il tempo che intercorre tra un post e il successivo.

GUARDA IL VIDEO

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.passaparola.info/Portals/0/report-gabanelli.jpg

mercoledì 10 settembre 2008



A New York foto e video
per denunciare i reati di strada

Dopo quelle via smS si estende la possibilità di segnalare crimini alla polizia
Installati 12mila nuovi pc nelle stazioni di polizia
per raccogliere questo tipe di denunce



NEW YORK - I testimoni di aggressioni, furti e scippi che avvengono a New York avranno, dall'inizio del nuovo anno, un nuovo modo per denunciarli: invieranno foto e video alle stazioni di polizia con telefonini e videocamere. Diventerà uno dei nuovi strumenti per contrastare la criminalità. Mentre sono già decine le città americane che accettano gli allarmi via sms a numeri della polizia dedicati, New York è la prima a comprendere anche foto e video.

BLOOMBERG - Il sindaco Michael Bloomberg ha detto che questa tecnologia può «rappresentare un freno psicologico per tutti coloro che sono intenzionati a commentare reati, vista la paura di poter essere visti e fotografati da qualcuno». Nei distretti di polizia sono già stati installati a questo scopo 12mila nuovi computer in grado di processare le immagini delle denunce, e sulle auto c'è un apposito canale radio per coordinare questo tipo di informazioni.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.superabile.it

martedì 9 settembre 2008


Le norme antiracket contenute nel regolamento del comune di Vittoria (Ragusa)
Già esonerato il titolare di un negozio di alimentari. "La sensibilità sta cambiando"
Niente tasse se denunci il pizzo
Il sindaco: "Il condono del giusto"
"Prevista anche la revoca delle concessioni per chi si piega e paga"

VITTORIA (Ragusa) - Il comune di Vittoria, in provincia di Ragusa, premia chi denuncia il pizzo: niente tasse. E le norme antiracket, contenute nel regolamento comunale, volute dal sindaco Giuseppe Nicosia hanno già avuto effetto: il titolare di un negozio di alimentari non dovrà pagare i tributi locali proprio perché ha denunciato l'estorsione. Per il commerciante è stato già disposto l'esonero.

Sul sito del comune infatti si legge che "l'ufficio tributi di Vittoria ha disposto il provvedimento di sospensione dell'esecuzione dei ruoli nei confronti del cittadino vittoriese, segnalato dall'associazione antiracket di Vittoria, così come previsto dall'art. 3 del vigente regolamento comunale, per il riconoscimento delle agevolazioni per i tributi locali in favore delle imprese che sporgono denuncia nei confronti di atti estorsivi compiuti a loro danno".

Le norme antipizzo sono state approvate il 27 febbraio scorso (atto n.20). E con evidente soddisfazione il primo cittadino commenta il "condono del giusto": "Con grande piacere rilevo l'immediata risposta degli uffici comunali preposti, a cui avevo dato disposizione di avviare le procedure per esonerare dal pagamento dei tributi comunali l'operatore commerciale, titolare di una autorizzazione rilasciata per l'esercizio di attività permanente nel settore alimentare in un'area comunale, segnalato dall'associazione antiracket vittoriese".

Le norme - spiega il primo cittadino di Vittoria - da un lato prevedono la revoca delle concessioni per coloro che si piegano al pizzo e non denunciano, e dall'altro tendono a premiare, con incentivi di tipo fiscale e tributario, chi denuncia e collabora con le forze dell'ordine e "stanno dando ottimi risultati".

"La denuncia dell'operatore commerciale dimostra che la sensibilità, su temi spinosi come quello dell'antiracket, sta cambiando e che la via intrapresa da questa amministrazione è quella giusta", aggiunge il sindaco, concludendo: "Confido nel fatto che altri imprenditori e commercianti seguano l'esempio di questo loro collega e dicano no al pizzo, forti anche del pieno sostegno del comune. Spero di poter tornare presto a dare disposizioni agli uffici dell'ente per sospendere il pagamento dei tributi nei confronti di altri cittadini che si ribellano alle estorsioni".

articolo tratto da www.repubblica.it
immagine tratta da www.notriv.it

lunedì 8 settembre 2008

Piano Alitalia, no di piloti e assistenti


Lo stop delle sigle: «Ci massacrano»
La procura di Roma apre fascicolo
sugli ultimi dieci anni della gestione

ROMA
Parte in salita il confronto tra la Compagnia Aerea Italiana e i sindacati sulla nuova impostazione contrattuale per le categorie professionali dei dipendenti Alitalia proposta dalla Newco. Così in salita al punto che si parla di «tavolo a rischio». In serata, i piloti hanno lasciato il tavolo della trattativa chiedendo un confronto separato. «La proposta è irricevibile», hanno inizialmente fatto sapere Anpac, Up, Avia, Anpav e Sdl, al tavolo al ministero del Lavoro per sentire le linee guida della nuova formula contrattuale illustrate dall’amministratore unico del Cai, Rocco Sabelli. Il tavolo è stato poi sospeso per tre ore per permettere ai sindacati di esaminare le proposte di contratto.

Al termine, la proposta è stata giudicata «impraticabile» e i sindacati dei piloti hanno quindi abbandonato il tavolo, pur dichiarando di non voler rompere. A proposito del nuovo modello contrattuale, per l’Anpac «è proprio l’impostazione a impedire di proseguire aldilà dei contenuti dei specifici pezzi normativi». Dello stesso avviso l’Unione Piloti: «Da questa impostazione contrattuale i piloti ne uscirebbero massacrati». Un’ipotesi contrattuale «sbagliata e ideologica» commenta l’Avia. Per l’Sdl la proposta non è «per merito e metodo accettabile, peraltro sono ancora insufficienti gli approfondimenti su piano ed esuberi».

Anche per l’Anpav la forte discontinuità sulla partita contrattuale è «del tutto irricevibile». «A queste condizioni - ha affermato il presidente Massimo Muccioli - mi sento di dire che il tavolo è a rischio». Intanto la procura di Roma ha aperto un fascicolo dopo la comunicazione del tribunale civile della dichiarazione di insolvenza di Alitalia. Nel procedimento, al momento senza indagati e senza ipotesidi reato, si potrebbe configurare il reato di bancarotta. I magistrati acquisiranno i bilanci e i libri contabili degli ultimi dieci anni dell’aviolinea. Soddisfatto il Codacons che però annuncia un ricorso in Tribunale e uno al Tar del Lazio «contro le decisioni che hanno investito Alitalia e che riteniamo illegittime»

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.airplane-photo.com

domenica 7 settembre 2008


Un viaggio attraverso gli Usa per invogliare i giovani americani a votare il 4 novembre
Solo online il nuovo film di Moore
Il più recente documentario del regista di Fahrenheit 9/11 non arriverà nei cinema, bensì in Rete

Si intitola Slacker Uprising e sarà distribuito unicamente online a partire dal prossimo 23 settembre. Parliamo dell'ultima fatica del regista americano Michael Moore, che questa volta ha deciso di abbandonare i canali tradizionali di distribuzione cinematografica optando invece per il web.

DOWNLOAD GRATUITO – Niente cinema, quindi, ma solo download e ordini in rete. Dal giorno del rilascio per tre intere settimane il film sarà infatti scaricabile gratuitamente dal sito di BlipTV, dopodiché, a partire dal 7 ottobre il Dvd sarà reso disponibile sulle pagine di Amazon e Netflix. «È un regalo per i miei fan», ha dichiarato Moore, che ha sponsorizzato per il 50 per cento la realizzazione della sua opera (97 minuti di durata per un costo totale di circa 2 milioni di dollari).

LA STORIA – Dopo aver preso di mira le lobby statunitensi delle armi (Bowling for Columbine, 2002), aver puntato i riflettori sulla guerra in Iraq in seguito agli attentati dell'11 settembre (Fahrenheit 9/11, 2004) e denunciato i problemi del sistema sanitario a stelle e strisce (Sicko, 2007), con Slacker Uprising il regista richiama l'attenzione sulle elezioni. Il documentario racconta infatti il viaggio compiuto da Moore attraverso gli Stati Uniti, in 62 città, durante la corsa alle presidenziali del 2004, nella speranza che serva a convincere gli elettori, in particolar modo i più giovani, a non disertare il voto del prossimo 4 novembre. Il trailer di Slacker Uprising è ovviamente già disponibile su YouTube.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.frameonline.it

sabato 6 settembre 2008

delirio


Il Paese è in pieno delirio. Discutere con lo psiconano o con Topo Gigio Veltroni è impossibile. Sono nullità che si credono importanti. Uno è Napoletone e l’altro l’ Obama bianco de noantri. I primati bianchi al potere li abbiamo solo noi. Gli altri li esibiscono allo zoo. Mettersi sul loro piano vuol dire perdere il senno. Nulla di ciò che dicono è vero, ma neppure importante, ma neanche intelligente. Chi li vede dialogare dall’esterno, come i media stranieri, non può capirli, sono dei pazzi in libertà. Hanno messo un tappo alla nazione con l’informazione di regime.
Il delirio della democrazia si diffonde e trasforma in merda ciò che tocca. I cittadini non possono filmare i loro dipendenti nelle sedute dei consigli comunali. Non possono eleggere i loro dipendenti in Parlamento e in futuro neppure in Europa. Non sono uguali alla legge rispetto alla banda dei quattro.
I nostri dipendenti sono dentro un manicomio. Tra di loro si capiscono, ma non sanno più cos’è la realtà. La confondono con i loro interessi privati o di partito. Il futuro sono le centrali nucleari, gli inceneritori, i parcheggi, i ponti sugli stretti, il tunnel in Val di Susa, il digitale terrestre e la magistratura al guinzaglio. Sono deliri alla veltrusconi. Le chiamano posizioni dialoganti.
Abbiamo provato a parlare con questi pazzi con le nostre proposte a Prodi, la legge di iniziativa popolare, la raccolta di firme per il referendum, le denunce al Parlamento Europeo a Strasburgo e a Bruxelles e mille altre cose. Non è servito. Se discuti con un pazzo, chi ti osserva dall’esterno vedrà due pazzi che farneticano. Un nuovo partito in Parlamento equivale a un sano di mente in un manicomio criminale. Diventerebbe uguale a loro, è solo una questione di tempo. Dipendiamo dall’estero per l’energia e non sfruttiamo le rinnovabili. Dipendiamo dall’estero per i beni alimentari e asfaltiamo i campi di grano. Abbiamo uno dei più grandi debiti pubblici del mondo e regaliamo cinque miliardi di dollari alla Libia. L’Egitto importa dall’Ucraina il pane e noi le centrali atomiche. La Russia minaccia ritorsioni nucleari per la Georgia e le basi atomiche americane con 90 testate nucleari le abbiamo noi, a Ghedi Torre e ad Aviano.
I pazzi non sanno di esserlo e credono che i veri pazzi siano i sani di mente. Non abbiamo alternative alla democrazia fai da te, all’autogoverno, al presidio del territorio, alla partecipazione a ogni decisione che riguarda la collettività. Il delirio del Parlamento e dei partiti va smontato dal basso come una costruzione di lego. Dobbiamo riprenderci i comuni e, dove questo non sia possibile, mettere sotto controllo i sindaci e gli assessori. Filmandoli, intervistandoli, denunciando le loro omertà.
Nel 2009 ci saranno le elezioni amministrative. E’ una delle ultime occasioni per uscire dal delirio e entrare nella modernità. Nelle prossime settimane pubblicherò un simbolo che dovrà essere comune a tutte le liste civiche, un programma di riferimento tratto dalle migliaia di idee ricevute per le primarie dei cittadini e una data per un incontro nazionale delle liste e dei meet up che si terrà all’inizio del prossimo anno. Fuori dal delirio, dentro la realtà.

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.metautomata.com

venerdì 5 settembre 2008




Ormai è tempo di ripartire e dopo la pausa estiva sono pronto e carico come una molla. Il Tracciato di Donington Park è veramente divertente specialmente la primissima parte (quella veloce) nella esse in discesa dove ci vuole molta fiducia e una moto stabile. Personalmente mi diverte correrci anche se la minaccia pioggia è sempre dietro l’angolo. L’anno scorso sono salito due volte sul podio : 2° e 3° dunque questo fine settimana mi aspetto due buone prestazioni. Mancano solo 4 gare al termine ma si parla della stagione 2009 già da mesi. Sinceramente avrei gradito essere già a posto per il prossimo anno,ma da quello che ho capito ci sarà da aspettare la gara Inglese e dopodiché tutto sarà chiaro. Non mancano le proposte … Staremo a vedere! Dunque vi lascio dicendovi che vi aggiornerò ancora da Donington e intanto fate i bravi……!!! Ciao

Max

articolo e immagine tratto da www.max-biaggi.com
immagine tratta da www.castrol.com

giovedì 4 settembre 2008


Caratteraccio? L'azienda
può trasferirti

Respinto il ricorso di un dipendente: non andava d'accordo con i colleghi

VENEZIA
Isterici, collerici, malmostosi, attenti a come vi comportate sul luogo di lavoro. E nella pausa caffè fatevi magari una camomilla, perché il caratteraccio può essere una giusta causa per il trasferimento in altre sedi. Lo dice la sentenza 22059 della Cassazione, stabilendo che l’armonia e la serenità della squadra sono un valore fondamentale. Gli allenatori di calcio lo ripetevano come un mantra su ogni canale tv. Stessa cosa facevano i guru dell’organizzazione aziendale. Ora lo afferma anche la legge. Meglio, dunque, stare all’occhio.

La storia comincia a Venezia, nel ‘98, in un cantiere navale. Un elettricista non va d’accordo con i colleghi di lavoro. Litiga e discute. L’azienda decide di calmarlo con tre giorni di ferie obbligate. Poi lo trasferisce in un altro cantiere, contro la sua volontà e dato che non si presenta mai gli sospende pure lo stipendio. Lui, più furioso che mai, fa causa all’impresa per tornare dov’era prima. Ma il tribunale di Venezia nel luglio 2001 gli dà torto. L’azienda è riuscita a dimostrare che quell’elettricista aveva un’indole pessima, guastava il clima con i colleghi.

Stessa sorte avversa quattro anni dopo. Nell’agosto del 2005 la Corte d’appello conferma la decisione del Tribunale sostenendo che «rientrava nel potere dell’azienda trasferire l’uomo per ripristinare un ambiente sereno». L’elettricista non si rassegna e vuole arrivare fino in fondo. Ma perde anche in ultimo grado.

Sposando la decisione dei magistrati di merito, ieri, la Cassazione ha messo nero su bianco che «non si evidenziano vizi logici o errori giuridici nella valutazione operata dalla Corte d’appello in ordine al legittimo esercizio dello ius variandi, con lo spostamento del lavoratore ad altro cantiere ma con mantenimento di mansioni proprie della qualifica rivestita, spostamento giustificato dalla necessità di rasserenare i rapporti tra l’elettricista e i suoi colleghi di lavoro».

Insomma, conclude le motivazioni «Piazza Cavour», «si tratta di una causale che rientra fra le ragioni organizzative». La Cassazione conferma anche che rientra fra i poteri del datore di lavoro collocare d’ufficio in ferie i dipendenti per brevi periodi.

La sentenza, ovviamente, spacca dipartimenti, officine, filande, perché sfiora un tasto dolente per tutti. Basta sostare alla macchinetta del caffè, o girare nei forum del Web per raccogliere pareri opposti. Giustissima sentenza, esulta uno dei partiti, basta la riottosità d’un solo elemento per rovinare l’intero gruppo. Prudenza, ribatte l’altro schieramento più garantista. Bisogna capire perché l’elettricista era sempre fuori giri, magari i colleghi lo trattavano male, lo istigavano a tirare fuori il peggio di sé stesso, perché il nonnismo non campa solo in caserma, e i superiori perfidi non vivono solo al cinema.

Qualche tempo fa, sempre la Cassazione, ha stabilito che un capufficio non può perdere le staffe, insultare, usare linguaggi scurrili con un sottoposto, perché la sua posizione lo obbliga all’autocontrollo. Aver fatto carriera non lo autorizza a dire impunemente «non capisci un c...», pur se arrabbiato. Così come le decisioni contro il mobbing o le molestie sessuali hanno ribadito il diritto fondamentale alla dignità e alla serenità dei dipendenti.

Il caso di Venezia si inserisce nella vastissima, turbolenta, caotica filiera di sentenze sul lavoro. Forse resterà isolato. O forse aprirà la strada al trasferimento nelle più remote filiali siberiane di impiegati con il carattere ostico come Caravaggio. Resta il fatto che in un luogo di lavoro trascorriamo gran parte della nostra esistenza.

Chi ha letto il Genesi e Marx, sa che la fatica non potrà mai essere un paradiso. Ma se ci saranno capi capace di sorridere, colleghi lieti di collaborare, colleghe senza manie di persecuzione, giudici di Cassazione che ristabiliscono il giusto valore dell’armonia, gli uffici e le officine cesseranno per lo meno di essere giungle irrispettose. Non è facile in Italia, uno dei Paesi più litigiosi del mondo, dove la rissa, l’insulto, la cospirazione perfida, sono stati elevati ad arte televisiva. Ma si può provare.

articolo tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.carloneworld.it

mercoledì 3 settembre 2008

la battaglia del grano


Se le guerre di dopodomani si combatteranno per l’acqua, le guerre di domani si faranno per il cibo. Grano, riso, frumento, soia. Rivolte e assalti ai forni sono già avvenuti in molti Paesi, dall’Egitto all’Indonesia, dalle Filippine all’India. I raccolti stanno diventando più importanti del petrolio. E’ meglio vivere da fermi che morire di fame in movimento.
Gli Stati sovrappopolati si stanno muovendo sullo scacchiere mondiale comprando terreni coltivabili. La Cina in Brasile, Laos, Kazakhistan e Tanzania. L’India in Uruguay e Paraguay. La Corea del Sud in Sudan e in Siberia. L’Egitto in Ucraina. In parallelo, sta nascendo un nuovo protezionismo, quello dei morti di fame. Gli Stati che non producono sufficienti risorse alimentari per la propria popolazione ne bloccano l’esportazione o aumentano i dazi. E’ umano. Il prezzo dei beni alimentari sta crescendo a velocità folle in tutto il mondo, anche grazie agli speculatori finanziari. E’ l’economia.
Il meccanismo che si è messo in moto è infernale. Uno Stato, ad esempio la Cina, aumenta le sue bocche da sfamare mentre distrugge il territorio coltivabile. In Cina nel 2005 gli espropri di terra ai contadini erano aumentati di 15 volte rispetto a dieci anni prima. Terre trasformate in zone residenziali e industriali. Meno terra, meno cibo, più cinesi. L’equazione si risolve comprando terra per cibo altrove. Nei Paesi che, per ora, possono permettersi di esportare prodotti agricoli. Ma anche in questi Paesi la popolazione è in aumento, la terra per cibo sta diminuendo, per la speculazione edilizia e per il biofuel, e l’acqua per le irrigazioni scarseggia. Cosa succederà quando i brasiliani vedranno partire il frumento e non avranno il loro pane quotidiano? Qualunque governo non durerebbe una settimana e i terreni venduti allo straniero nazionalizzati. Il cerino in mano rimarrebbe alla Cina e ai suoi armamenti.
La Cina è il primo produttore mondiale di cereali e di riso. Una volta esportava. Nel 2007 la Cina ha prodotto 501,5 milioni di tonnellate di grano, i cinesi ne consumano 510 milioni. Secondo la FAO, nel 1985 i cinesi mangiavano 20 chili di carne a testa in un anno, nel 2018 i chili saliranno a 70. Per fare carne ci vogliono cereali e terreno. La Cina importa, già oggi, il 60% della soia di cui ha bisogno.
Se il primo produttore mondiale deve importare, gli altri come l’Italia, cosa dovranno fare? Il nostro Paese visto dall’alto sembra un incubo edilizio. Sta scomparendo sotto il cemento. La priorità deve essere l’autosufficienza alimentare, non i parcheggi e gli inceneritori.
Ps: un consiglio: fatevi un orto sul balcone o in un piccolo pezzo di terra.

articolo tratto da www.beppegrillo.it
immagine tratta da www.crcsertoli.net

martedì 2 settembre 2008


«Se qualcuno vuole entrare in casa nostra, deve bussare»
Marketing, stop a chiamate indesiderate
Il Garante vieta l'utilizzo dei numeri telefonici da parte delle aziende senza il consenso degli utenti

ROMA - Stop del Garante per la privacy al marketing selvaggio e alle telefonate promozionali indesiderate. L'Autorità ha vietato ad alcune società specializzate nella creazione e nella vendita di banche dati (Ammiro Partners, Consodata e Telextra) l'utilizzo in tal senso dei dati personali di milioni di utenti. «I dati, nello specifico numeri telefonici, erano stati raccolti e utilizzati illecitamente, senza cioè aver informato gli interessati e senza che questi avessero fornito uno specifico consenso alla cessione delle loro informazioni personali ad altre società», spiega una nota dell'Authority. Il divieto è scattato anche per altre aziende, come Wind, Fastweb, Tiscali e Sky, che hanno acquistato da queste società i database allo scopo di poter contattare gli utenti e promuovere i loro prodotti e servizi tramite call center.

CONSENSO - «Se qualcuno vuole entrare in casa nostra - commenta il relatore del provvedimento, Mauro Paissan - deve bussare. Così, se qualcuno vuole chiamarci per vendere un prodotto o un servizio, deve avere il nostro consenso per usare il nostro numero telefonico. Il Garante vuole difendere i cittadini che si sentono molestati da telefonate non desiderate. In questo modo si tutelano anche gli operatori di telemarketing che si comportano correttamente».

SEGNALAZIONI - Ai provvedimenti inibitori del Garante privacy si è giunti dopo ripetuti richiami e ispezioni, effettuate sia presso le società che avevano formato i database e venduto i dati, sia presso operatori telefonici e aziende che li avevano acquistati e i call center che contattavano gli utenti. Numerosi sono stati gli abbonati che hanno segnalato al Garante la ricezione di chiamate promozionali indesiderate effettuate da e per conto di diversi operatori telefonici o aziende che promuovevano beni o servizi. Dalle verifiche effettuate presso le società che hanno fornito i database, è emerso che i dati degli utenti erano stati raccolti e ceduti a terzi senza informare gli interessati, o informandoli in maniera inadeguata, e senza un loro preventivo specifico consenso. Una delle società, peraltro, offriva sul proprio sito i dati di oltre 15 milioni di famiglie italiane suddivise per redditi e stili di vita, senza che gli interessati fossero stati informati o avessero dato il loro assenso alla comunicazione dei dati a terzi. Da parte loro, le aziende e le compagnie telefoniche che hanno acquistato i dati e li hanno utilizzati a fini di marketing telefonico (il cosiddetto 'teleselling'), non si sono preoccupate di accertare, come prevede invece la disciplina sulla protezione dei dati, che gli abbonati avessero acconsentito alla comunicazione dei propri dati e al loro uso a fini commerciali.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.venus.unive.it

lunedì 1 settembre 2008

Sgarbi regala case a chi le restaura


L'idea con Oliviero Toscani. Coinvolto anche il ministro Brunetta

Moratti e Dalla in arrivo a Salemi
Il Comune vuole recuperare gli edifici. Il sindaco: «Così salviamo un patrimonio abbandonato da 40 anni»

MILANO — I coniugi Moratti, Massimo e Milly, sono attesi per domani. Poi, potrebbero arrivare Peter Gabriel, Lucio Dalla e anche il ministro Renato Brunetta, perché i ruderi valicano i confini di nazione, professione e colore (politico). I ruderi sono quelli di Salemi: le case distrutte dal terremoto del Belice, che Vittorio Sgarbi, sindaco, e Oliviero Toscani, assessore alla Creatività, vogliono salvare e riportare all'antico splendore. Molti aspetti del progetto, soprattutto burocratici, vanno ancora messi a punto. Ma la gioiosa macchina da ricostruzione si è messa in moto. Toscani, papà dell'idea, considera che «migliaia di case abbandonate da 40 anni sono una spina nel cuore. Oltre ad essere pericolanti e pericolose, queste strutture rappresentano un patrimonio che si sta dissipando».

Sgarbi, che intanto sta lavorando per garantire una legge speciale per Salemi («È stata — sottolinea — la prima capitale d'Italia e nel 2010 partono le celebrazioni per il centocinquantenario, è stato luogo d'incontro per le religioni ed è a tutti gli effetti una città d'arte») pensa che questa sia l'occasione per richiamare mecenati. «Stiamo pensando — anticipa — a persone che potrebbero avere la sensibilità e le possibilità economiche per affrontare questa avventura. A loro offriamo, in cambio del simbolico pagamento di 1 euro, una di queste case e chiediamo che si impegnino a restaurarla nel giro di due anni, rispettando le caratteristiche originali». Toscani, intanto, ha coinvolto i giovani di Salemi e dintorni ai quali ha annunciato all'inizio di agosto l'intenzione di costituire un gruppo di lavoro che si occupi degli aspetti tecnici del progetto. La risposta è stata entusiasta: la prospettiva è infatti quella di portare nuove energie, dare nuove possibilità di lavoro, catturare residenti o villeggianti illustri.

Una sferzata di vitalità, insomma. Tenendo presente il contesto storico e architettonico in cui ci si muove, come sottolinea l'assessore all'Ambiente, Peter Glidewell: «Intendiamo ritrovare per quanto possibile la Salemi originaria, che oggi è di fatto abbandonata. Sappiamo che queste case sono perfettamente recuperabili, adattandole alle esigenze del mondo moderno, mantenendo però i colori, le forme, le impostazioni di allora». Ricostruire, dunque. E non sarà una possibilità per pochi privilegiati: «Anzi. La nostra speranza — incalza Toscani — è che molti si possano fare avanti dimostrando un sincero interessamento a venire a vivere a Salemi o comunque anche solo a dare un contributo per ricostruire un impianto urbanistico e architettonico che stiamo perdendo ». Il primo contatto è stato con i coniugi Moratti: «Oliviero (Toscani, ndr) ne ha parlato a mio marito — conferma Milly Moratti — e ci eravamo impegnati ad andare a fare un giro a Salemi in agosto. Abbiamo dovuto rinviare di qualche giorno, ma la curiosità c'è». Sgarbi, che ai coniugi Moratti è pronto a conferire la cittadinanza onoraria, ha coinvolto nel frattempo anche Lucio Dalla e Renato Brunetta, Philippe Daverio e l'assessore alla Cultura della Regione Sicilia, Antonello Antinoro: «Sono tutti entusiasti — conclude il critico — e si stanno tutti prenotando. Salemi diventerà come Pantelleria. Anzi, di più».

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.artmagazine.arcadja.it

Agenda 2010 Voglio Scendere

Pino Corrias
Peter Gomez
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Dal blog di Pino Corrias, Peter Gomez e Marco Travaglio

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