Nel centro di Torino, cibo e vestiti rubati in vendita a due passi dalle vetrine di lusso
Dicono che il formaggio ci sarà oggi. Se tutto va bene. Ieri, invece, c’erano i salami, le scatolette di tonno e di sgombro, la pasta, i soliti profumi e qualche capo di abbigliamento. Certe volte, ma bisogna essere proprio fortunati, c’è anche il salmone: confezioni di fettine affumicate color rosa intenso. Prelibatezze. Vendute più o meno a metà del prezzo dei negozi. I salami, invece, ieri li hanno spacciati scontatissimi: tre da otto etti l’uno per dieci euro in tutto: roba da hard discount. Anche se la merce ha una provenienza più nobile: le scansie di un qualche negozio ben fornito, e pure del centro, a giudicare dalla confezione. Qualcuno ha rubato tutto quel ben di Dio. Qualcun altro, subito dopo, lo spaccia.
Benvenuti in piazza Carlo Felice, nei giardini fioriti di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Nuova. A venti metri, forse anche meno, dall’imbocco della via del commercio elegante, dei negozi griffati e del passeggio chic. Via Roma, ovvero la «via Montenapoleone» di Torino.
Alle cinque della sera il commercio d’insaccati è una macchina che corre a tutta velocità. E il venditore non ha tempo da perdere. «Senti bello, adesso fila e non farti vedere con tutta sta roba in mano» ordina il pusher di salumi al giovanotto in pantaloni gialli che bighellona in zona con due chili e mezzo di «salame nostrano», «prodotto e confezionato da Salumificio Alsenese». «C’erano i carabinieri prima: si sono portati via due persone. È meglio se te ne vai perché se ti beccano con sta roba in mano sono guai veri» insistono gli aficionados del «supermarket Carlo Felice», hard discunt a cielo a aperto nel cuore della città. Primo e forse unico mercato senza scaffali, banchi e commercianti con tanto di patentino.
Al supermarket del rubato c’è chi viene con una certa frequenza a fare la spesa. Bastano dieci euro e vai a casa con una quantità di cibo sufficiente a sfamare una famiglia intera per una settimana. Dieci euro, e si fa presto a scoprire che l’inflazione qui non pesa e i prezzi sono rimasti quelli di quindici anni fa. Qualche esempio? Un paio di scarpe da ginnastica costa dieci euro. Un giubbotto imbottito, 30. La pasta? Cinquanta centesimi a pacchetto da un chilogrammo. Ma, attenzione: per avere sconti veri, bisogna contrattare. Perché chi viene qui a vendere il suo bottino vuol vedersi riconosciuti la fatica e il rischio: ha sfilato la merce dalle scansie dei Carrefour e dai supermercati Pam, vigilatissimi e controllati da telecamere a circuito chiuso. Ha sfidato e battuto sistemi antitaccheggio che dovrebbero impedire di portare fuori dai negozio qualsiasi merce. E adesso, ovvio, non è disposto a vendere tutto per quattro soldi. Gli sconti sono grossi, ma un poco la fatica si deve pur pagare.
Alle diciannove sotto gli alberi del giardino di questa piazza, biglietto da visita per chi sbarca dai treni della stazione Porta Nuova, non resta quasi più nessuno. I vecchietti che giocavano a carte e a dadi appoggiati sugli scatoloni hanno ceduto al buio e al freddo. Qualcuno conta una manciata di euro: «Qualche scommessa, che c’è di male? Giochiamo tra amici. Siamo pensionati. Una volta si vince e una si perde. Ma non sono mai grosse somme». E quelli che vendono il cibo? «Eh, sono via da un bel po’. Quelli fanno in fretta, hanno i loro contatti. Quelli li trovi tra le tre e le cinque. Poi, puff, spariscono». Già, tra le tre e le cinque del pomeriggio, dal lunedì al sabato, che piova, nevichi o che ci sia un sole che spacca le pietre arrivano i venditori. Alcuni sono immigrati romeni. Altri tossicodipendenti. Ma ci sono anche insospettabili signori sessantenni che hanno trovato il modo di arrotondare la pensione. Qualcuno ha i clienti fissi: pensionati che hanno la delega in bianco da mogli e figli per fare la spesa. Altri si propongono: «Ho un giubbottino che non è niente male. Ti interessa?». Che taglia è? «Una media, ma secondo me ti va benissimo. Dammi cinquanta euro». Venti e sono anche troppi. «Se me ne dai trenta te ne vai felice. Ma infilatelo, eh, altrimenti mi metti nei guai».
E poi ci sono gli spacciatori di profumi di gran marca: Dior, Chanel, Armani. Roba originale, mica i tarocchi che trovi sulle bancarelle dei mercati rionali. Li tirano fuori da borse rivestite di domopak: sacchetti magici che permettono di eludere i controlli. I passeur di essenze sono ragazze giovanissime, slave o romene. Non dicono una sola parola d’italiano ma sanno tutto sulle mode e le tendenze. E basta insistere un po’: «Hai bigiotteria?». «Collane? Guarda queste con il laccio di gomma. Cinque euro». Mai chiedere dove le hanno prese, mai insistere troppo con le domande. Basta una parola sbagliata e loro spariscono. E arrivano gli amici. E allora è meglio andare via. Meglio mescolarsi ai pensionati che ancora giocano a carte o guardano sospettosi il passare e ripassare dei mezzi delle forze dell’ordine. Meglio sparire. Tanto tra un po’ non ci sarà più niente da comperare. E anche il tipo con baffoni e giubbotto nero tra un po’ se ne andrà: sta prendendo l’ultima ordinazione da un pensionato: «Spaghetti. E poi un po’ di carne. Fettine, eh. Di pollo non ne possiamo più».
articolo di LUDOVICO POLETTO tratto da www.lastampa.it
immagine tratta da www.ilcannocchiale.it





































Un caffè può costare non un euro ma molto di più, se per prenderlo al bar si usa un´auto di servizio con autista e se si dà appuntamento per questo rito ad altri dipendenti che usano lo stesso sistema.













