Undicesimo comandamento:
non inquinare
La generazione di calore, le attività energivore, le auto e gli aerei. L'Unione europea propone tagli drastici alle emissioni di CO2. Ma pochi paesi si adeguano. E l'industria non vuole pagare da sola.
L'undicesimo comandamento -
non inquinare - piace alla vecchia Europa della politica e delle istituzioni, anche se non mancano naturalmente gli attriti con le lobby. E la battaglia contro l'effetto serra pare destinata a farsi ancor più infuocata. Alla Conferenza sui cambiamenti climatici dell'Onu, in programma a Bali dal 3 dicembre,
l'Unione europea alzerà infatti la posta della sua sfida anti CO2: chiederà una riduzione del 30 per cento delle emissioni di gas serra per i paesi industrializzati, e del 60-70 per cento entro il 2050. Bruxelles ha anche reso noto che le proiezioni dimostrano che l'Europa è sulla buona strada per raggiungere l'obiettivo di Kyoto ma deve insistere nel suo impegno.
La generazione di calore e di energia è, tra le fonti non naturali,
la principale causa del riscaldamento globale. Secondo i dati più recenti di Enerdata, a livello mondiale vale il 39 per cento delle emissioni di CO2, la sigla che identifica l'anidride carbonica e negli ultimi mesi è diventata il nemico numero uno per milioni di cittadini del primo mondo.
Dà il suo contributo anche il pianeta del trasporto: il 26 per cento dell'effetto serra è colpa di aerei, macchine, camion e veicoli di ogni genere. Sul terzo gradino del podio si sistema l'industria, con il 16 per cento.
In Italia, secondo Legambiente, il peso dell'industria è del 18 per cento. Finora, le attenzioni dell'Unione europea si sono indirizzate in particolare verso i produttori di energia e le imprese che nella loro attività di energia ne consumano tanta (come quelle siderurgiche, vetrarie, chimiche, cementiere, cartarie), provando a mettere tutti in riga con il meccanismo dei tetti.
Dal 2005 è in vigore il sistema dell'Emission trading: se superi il livello di emissioni di CO2 stabilito, o paghi la multa o compri i certificati verdi. Ora Bruxelles si concentra sul mondo sui trasporti. Così, mentre discute sui limiti di emissioni di anidride carbonica per le vetture, cozzando con la strenua difesa dei costruttori raggruppati nell'Acea, l'Europa prova a ripulire i cieli. Secondo le stime della Ue, le emissioni di gas serra prodotte dai voli internazionali sono infatti cresciute del 7,5 per cento rispetto al 2003 e dell'87 per cento rispetto al 1990. A partire dal 2011 tutti i voli in partenza o in arrivo negli aeroporti dovranno emettere l'8 per cento di CO2 in meno entro il 2012.
A ogni compagnia saranno assegnate delle quote, calcolate seconda la media delle loro emissioni degli ultimi anni. Inoltre, come fanno già le industrie 'energivore', potranno comparsi i certificati sul mercato. Le nuove regole avranno ovviamente un riflesso sui conti delle compagnie e quindi anche dei biglietti. C'è chi, come il deputato tedesco Peter Liese della commissione Ambiente, relatore della proposta appena approvata al Parlamento europeo, ne minimizza l'impatto finanziario sulle società: "Il sistema di scambio di quote frenerà probabilmente la crescità del settore aereo, soprattutto quello low cost, ma non creerà disastri economici per le aerolinee e l'effetto sul costo dei biglietti sarà comunque minore rispetto ad altre misure, come le tasse sul carburante o sulle emissioni di ogni singolo volo". Non la pensano così quelli della Aea, l'associazione che rappresenta 31 vettori europei: "I signori che hanno approvato queste nuove regole non hanno idea delle conseguenze catastrofiche e irreparabili che ricadranno sul mercato", tuona la portavoce Aea, Françoise Humbert.
È lastricata di aspre polemiche anche la via che porta al taglio delle emissioni delle auto. La Commissione europea pareva lanciata a fissare un limite di massimo 120 grammi di CO2 al chilometro alle vetture, da rispettare entro il 2012. A fine ottobre, a Strasburgo c'è stato il ritocchino verso l'alto: 125 grammi entro il 2015. Anche se protestano in blocco, i costruttori non hanno tutti gli stessi problemi: gruppi come Fiat, Psa-Citroën e Renault, che hanno nelle gamme molte vetture piccole, sono meno lontane dal limite di quei marchi che costruiscono vetture più grosse e potenti. Progressi ne sono stati fatti, grazie alle normative che hanno istituito i vari Euro 3 e Euro 4. Un recente studio di AlixPartner sostiene che le emissioni globali delle auto sono rimaste stabili nonostante il raddoppio del traffico. Spazio per migliorare ce n'è parecchio, ma servono investimenti e vincoli normativi stringenti per spingere i costruttori e pure il pubblico. Gli italiani metropolitani, in particolare, dovrebbero interrogarsi a fondo sui propri costumi, visto che a Roma e a Milano circolano 70 auto ogni cento abitanti: il doppio rispetto a Londra e Parigi.
testo tratto dall’articolo di maurizio maggi disponibile su www.espresso.repubblica.it nel numero 48 del 2007.
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http://ilprofessorechos.blogosfere.it/ambiente/effetto_serra/4.html