lunedì 20 luglio 2009


STUDI RECENTI CONFERMANO CHE ESISTE UN CODICE MORALE UNIVERSALE CON BASI NEUROLOGICHE
Predestinati alla bontà, dai nostri geni
«Generosità e altruismo sono sentimenti innati nella specie umana»

L'uomo per sua natura è sempre sta to animato da un senso di genero sità e di altruismo. Se gettiamo uno sguardo alle nostre origini, scopriamo che nel processo evolutivo degli es seri viventi la selezione della specie umana ha rappresentato un elemento di rottura. Quando le condizioni non erano idonee alla vita, so prattutto alla vita dei più deboli, delle donne e dei bambini, l’uomo le ha trasformate: il fuo co, i ricoveri, le semine per fare scorta di cibo sono state altrettante sfide che l’uomo primiti vo ha lanciato alla pura e semplice selezione naturale. Ad animarlo in queste lotte era un senso anche di altruismo verso il prossimo più debole e inerme, la capacità di distinguere ciò che era giusto e ciò che non lo era.

Secondo l’antropologo Donald E. Brown, dell’Università della California, alcune dispo­sizioni d’animo, cioè quella che noi chiamia mo bontà, come l’empatia, la generosità, il ri­conoscimento dei diritti altrui, la proscrizio ne di violenze come l’omicidio e lo stupro, hanno sempre albergato nel cuore dell’uo mo, anche quello delle caverne. Che era fon damentalmente un animo buono e pacifico. Infatti l’uomo ha scoperto da subito la dimen sione sociale, che è cosa diversa dall’organiz zazione comunitaria delle api o delle formi che, ed è cosa diversa dalle gerarchie che gui dano i branchi di animali.

La creazione della famiglia, la crescita della prole, la difesa dei deboli sono state fin dall’inizio forme di colla borazione tra gli individui che poi si sono ag gregati in clan, quindi in tribù, fino a diventa re popoli. E anche quella che per me è la for ma eccelsa di bontà, cioè la ricerca e il mante nimento della pace, è sempre stata connatura le alla specie umana. Sì, la specie umana tende per natura alla pa ce. Il filosofo Jean-Jacques Rousseau ci ricorda che la guerra è un concetto che non concerne direttamente il rapporto degli uomini tra di lo ro. Tra semplici uomini non c’è guerra, ma so lo contrasto. Da alcuni decenni, soprattutto dopo la sco perta del Dna, la scienza della moderna geneti ca molecolare e l’antropologia delle più avan zate teorie evoluzionistiche cercano di dare una risposta ad alcune domande fondamenta li: dove nasce il nostro senso della bontà? per ché siamo buoni? e come sappiamo discerne re ciò che è bene da ciò che è male? Sono do mande a cui anche l’etica, la filosofia, la religio ne hanno cercato di dare risposte, spesso par ziali, spesso fideistiche.

Gregory Berns, professore di psichiatria alla Emory University di Atlanta, utilizzando tecni che di imaging cerebrale ha scoperto che quando le persone mettono in atto comporta menti altruistici nel loro cervello aumenta il flusso di sangue proprio nelle aree che vengo no attivate dalla vista di cose piacevoli, siano queste una bella donna, un dolce, il denaro o altre gradevolezze. Come dire che un gesto ge neroso, il semplice fare la carità, è già suffi ciente a farci sentire felici. Carlo Matessi, dirigente di ricerca dell’Istitu to di genetica molecolare del Cnr di Pavia, dà una spiegazione biologica, che si basa sull’evo luzione della specie: l’altruismo dell’uomo at tuale sarebbe ancora quello che ha sviluppato l’Homo sapiens sapiens o qualcuno dei suoi discendenti dell’epoca del Paleolitico. Un altru ismo innato e un’esigenza altrettanto primor diale di giustizia. Ha una tesi non dissimile Steven Pinker, professore di psicologia dell’Università di Harvard e autore di libri di grande divulgazio ne (come L’istinto del linguaggio e Come fun ziona la mente, editi da Mondadori): «Il sen so morale non deriva dalla religione che ci viene inculcata; i principi morali che ciascu no sente di rispettare sono pre-programmati nel nostro cervello fin dalla nascita e hanno basi neurobiologiche».

Altri studiosi, come il biologo Marc Hauser, pure lui professore ad Harvard, e Richard Dawkins, biologo ma anche etologo dell’Uni versità di Oxford, per citare solo quelli più no ti al grande pubblico grazie ai loro libri di affa scinante divulgazione, sostengono la stessa idea a cui anch’io, seppur non sperimental mente ma intuitivamente, ho sempre creduto e cioè che alcuni principi morali sono univer sali, scavalcano le barriere geografiche e cultu rali e religiose. Nel loro metodo di ricerca sperimentale gli studiosi usano sondaggi statistici su vasta sca la (anche con questionari via Internet), in cui vengono proposti dilemmi morali (per esem pio: «È giusto sacrificare la vita di una perso na per salvarne molte»?).

Le risposte sono pressoché univoche, indipendentemente dal la fede religiosa o meno degli intervistati, dal loro grado di cultura e dallo stato economico, dall’età e dal sesso. A dimostrazione, come so stiene Hauser, che alla guida dei nostri giudi zi morali c’è una grammatica morale univer sale, una facoltà della mente che si è evoluta per milioni di anni fino a includere un insie me di principi che tutti ritengono giusto ri spettare. Esiste insomma un sesto senso, quello della morale, un organo complesso con precise basi neurologiche che può essere attivato e disattivato al pari di un interrutto re.

Quando è acceso, il nostro modo di pensa re viene guidato da una specifica predisposi­zione mentale, che ci porta a considerare al cune azioni come immorali («uccidere è sba gliato »), anziché solo discutibili. Gli impulsi della moralità si manifestano fin dall’infanzia. Secondo gli psicologi Elliot Turiel e Judith Smetana, i bambini dell’asilo conoscono già la differenza tra convenzioni so ciali e principi morali. Sanno che non è lecito indossare il pigiama a scuola (una convenzio ne) e anche che non è lecito picchiare un com pagno senza ragione (un principio morale). Ma quando si chiede loro se queste azioni sa rebbero lecite se il maestro le permettesse, la maggior parte dei bambini risponde che in dossare il pigiama sarebbe lecito, ma non prendere a pugni un compagno. Ed esiste una grammatica morale anche ne gli animali.

Secondo lo psicologo-filosofo Jo nathan Haidt dell’Università della Virginia (Sta ti Uniti), l’istinto a rifiutare la violenza è pre sente anche nelle scimmie reso (il cui genoma è identico per il 98 per cento al nostro), le qua li, piuttosto che tirare una catena che dà loro il cibo ma provoca una scossa alla scimmia vici na, rinunciano al cibo. È vero che il gene della bontà non è stato ancora scoperto, ma il senso del bene e dell’al truismo è iscritto nei nostri geni.

articolo tratto da www.corriere.it
immagine tratta da www.noivalledeilaghi.it
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